Skip to main content

Trump, il prezzo dell’insicurezza e il conto dell’Europa. La riflessione di Volpi

CONDIVIDI SU:
Aggiungi Formiche su Google

Le democrazie impegnano la propria credibilità quando chiedono sacrifici in nome della sicurezza. Devono saper dimostrare che quei sacrifici costruiscono una prospettiva sostenibile. All’Europa spetta questa responsabilità: trasformare la propria forza economica in capacità di scelta. Altrimenti continuerà a finanziare le conseguenze di decisioni sulle quali pesa troppo poco

Una guerra arriva anche dove non si combatte. Arriva nella fattura di un trasportatore, nel premio richiesto per assicurare una nave, nella decisione di un’impresa di rinviare un investimento. Questi costi entrano nella vita delle società, modificano le convenienze, consumano consenso. Alla lunga, condizionano anche la libertà di decidere.

L’intesa sul gasolio russo annunciata da Donald Trump dopo il colloquio con Vladimir Putin mette gli europei davanti a una questione scomoda. Washington cerca di contenere il prezzo dell’energia; Mosca ottiene uno spazio commerciale e politico. L’annuncio prevede oltre trecentomila tonnellate nell’immediato, cinquecentomila a novembre e un ulteriore milione successivamente, destinate al mercato americano e a quello globale.

L’effettiva disponibilità e l’impatto duraturo sui prezzi restano da verificare. Il significato della scelta, però, è già evidente: l’urgenza economica americana può modificare le condizioni della pressione sulla Russia. Per un’Europa che dal 2023 ha chiuso le porte ai prodotti petroliferi russi, non è un dettaglio.

A completare il quadro sono arrivate le accuse di Trump a Zelensky per le occasioni negoziali che avrebbe mancato, fino all’invito a cambiare presidente, insieme al rimprovero di colpire le infrastrutture energetiche russe. Il rischio, per Kyiv, è che la sua resistenza venga giudicata anche attraverso il prezzo del carburante americano. Per l’Europa, che sostiene l’Ucraina e vive le conseguenze della guerra sulla propria sicurezza, dovrebbe essere materia di una riflessione assai meno rituale.

Essere informati, essere consultati e concorrere a decidere sono condizioni diverse. La solidità di un’alleanza si misura anche nella distanza fra queste tre possibilità. Le reazioni europee, arrivate a cose fatte, dicono già in quale ci troviamo.

Il collegamento fra i fronti passa attraverso l’energia. La guerra in Medio Oriente e l’insicurezza delle rotte producono tensioni che accrescono il valore negoziale delle forniture disponibili altrove. Mosca può dunque trovare opportunità nelle conseguenze di un conflitto esterno al teatro ucraino. Non serve immaginare una strategia concordata per riconoscere una convergenza temporanea di convenienze.

Il prezzo del barile racconta soltanto una parte del problema. Contano la raffinazione, la disponibilità di gasolio, il trasporto e la possibilità stessa di assicurare il viaggio. A settembre Paul Bradshaw, dirigente di Enoc, ha indicato costi di transito attraverso Hormuz saliti nell’ordine di dieci-venti milioni di dollari, trainati da premi per il rischio di guerra che prima non esistevano. Non è una tariffa, è un ordine di grandezza. Basta però a misurare quanto l’insicurezza pesi sul commercio.

Anche aggirare uno stretto può significare esporsi a un’altra vulnerabilità. L’IEA ha documentato come i nuovi attacchi, Mar Rosso compreso, frenino il recupero dei flussi dal Golfo, e gli attacchi all’oleodotto saudita Est-Ovest hanno mostrato che la principale alternativa a Hormuz è a sua volta un bersaglio. La diversificazione richiede quindi infrastrutture, protezione e continuità diplomatica.
Se questa condizione si prolunga, il rischio europeo va oltre l’inflazione. Le imprese investono dove possono prevedere costi e consegne. L’incertezza persistente può spostare produzioni, capitali e competenze. Potremmo ritrovarci a spendere di più per la sicurezza con una base economica meno capace di sostenerla.

L’aumento delle commesse nella difesa non risolve questa contraddizione. Può creare occupazione e accelerare tecnologie importanti, ma il fatturato di alcuni settori non rappresenta il bilancio complessivo di una guerra. Restano le distruzioni, le risorse sottratte ad altri investimenti e il costo quotidiano imposto a famiglie e imprese.

Se la vulnerabilità è economica prima ancora che militare, la risposta deve tenere insieme industria, energia e sicurezza. È su questo terreno che l’Europa dovrebbe organizzarsi. Il Canada, primo Paese non europeo a partecipare allo strumento Safe, offre un precedente concreto di collaborazione industriale e strategica più ampia. Il suo avvicinamento suggerisce una prospettiva: rendere più fitti e affidabili i rapporti fra democrazie che condividono interessi di sicurezza, capacità produttive e bisogno di prevedibilità.

Per l’Italia questa rete potrebbe svilupparsi attraverso la cooperazione con Regno Unito e Giappone, ai quali il programma Gcap ci lega già in un vincolo industriale di lungo periodo, e con il Canada, affiancata da accordi mirati con i partner del Mediterraneo e del Golfo. Relazioni diverse, da governare con chiarezza: collaborazione politica fra democrazie, intese economiche e di sicurezza con altri interlocutori. Energia, porti, infrastrutture sottomarine e protezione delle rotte sono ambiti nei quali il nostro Paese può proporre iniziative e assumere responsabilità.

La ricaduta industriale dipende dalla qualità di questo disegno. Programmare insieme fabbisogni e investimenti può sostenere cantieristica, tecnologie energetiche, sorveglianza e sistemi di protezione. Ordini coordinati e finanziamenti stabili possono dare alle imprese la dimensione necessaria per crescere. La politica estera acquista così strumenti materiali, mentre l’industria trova un orizzonte più solido dell’emergenza.

La Nato resta essenziale. Proprio per questo serve una componente europea capace di agire e di sostenere un confronto fra alleati, anche quando Washington cambia priorità. Attendere ogni volta una nuova definizione dell’interesse americano significa rinviare la definizione del nostro.

Le democrazie impegnano la propria credibilità quando chiedono sacrifici in nome della sicurezza. Devono saper dimostrare che quei sacrifici costruiscono una prospettiva sostenibile. All’Europa spetta questa responsabilità: trasformare la propria forza economica in capacità di scelta. Altrimenti continuerà a finanziare le conseguenze di decisioni sulle quali pesa troppo poco.


×

Iscriviti alla newsletter