“Se volessimo capire in cosa consiste davvero la razza umana, dovremmo solo scrutarla in tempo di elezioni” affermava lo scrittore statunitense Mark Twain, acuto osservatore del suo Paese che ora alla vigilia del super martedì elettorale si ritrova davanti ad una scelta decisiva non solo per il futuro degli Stati Uniti ma dell’intero Occidente. L’analisi di Gianfranco D’Anna
Midterm with longterm, elezioni di medio termine con una prospettiva a lungo termine per gli Stati Uniti al tempo di Donald Trump. Debacle o successo, tenuta o pareggio, per il tycoon il 3 novembre segnerà lo spartiacque fra la continuità e l’eredità della presidenza più controversa dei 250 anni di democrazia americana. Ormai assuefatti al sovvertimento dei sondaggi da parte di the Donald, i commentatori e gli opinionisti sono comunque consapevoli che la preventivata affermazione dei democratici sarebbe soprattutto da considerare come una bocciatura personale di Trump, piuttosto che il risultato di un consenso conquistato dall’opposizione.
Oltre che per vanità e narcisismo, il presidente ci ha messo la faccia comiziando come una trottola per gli Stati ed elargendo promesse da marinaio, come quella dei 5 mila dollari ad ogni elettore in caso di vittoria repubblicana, perché la consultazione ha una rilevanza decisiva visto che la Casa Bianca rischia di perdere il controllo del Congresso, con la conseguente trasformazione in quella che viene definita una situazione simile ad un’ “anatra zoppa” negli ultimi due anni di presidenza.
Per non parlare dell’incombenza di un eventuale impeachment dopo che il giudice distrettuale di Miami ha respinto definitivamente, definendola pregiudizialmente dolosa, la causa intentata dal presidente Trump contro il Wall Street Journal e per un articolo che denunciava i suoi stretti legami con finanziere pedofilo Jeffrey Epstein. La consultazione prevede il rinnovo di tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e di 35 dei 100 seggi del Senato. Ma si vota anche per l’elezione del governatore in 36 dei 50 Stati e anche qui i democratici, che hanno attualmente 24 governatori, puntano a conquistare la maggioranza. Se alla Camera la probabilità di vittoria democratica é quasi certa, la battaglia decisiva per il controllo del Senato é ancora in corso in un pugno di Stati.
Il fatto nuovo è che i sondaggi hanno rilevato che gli elettori non hanno affatto intenzione di recarsi alle urne spinti dall’entusiasmo per il programma alternativo e convincente dei democratici, ma esclusivamente per esprimere un giudizio negativo sull’attuale presidente. “Voglio votare contro Trump. La mia é una bocciatura personale”, hanno specificato molti cittadini agli intervistatori che raccolgono le intenzioni di voto. La sconfitta elettorale, tuttavia, non segnerebbe necessariamente, sostengono molti opinionisti, la fine del trumpismo che domina ormai il Partito Repubblicano. Si tratta, aggiungono i commentatori che condividono questa tesi, di un fenomeno destinato a sopravvivere al suo fondatore e che conta diversi piccoli Trump in crescita nelle istituzioni come deputati, senatori, governatori, procuratori distrettuali e sindaci.
La preannunciata ma ancora tutta da verificare sconfitta dei repubblicani alle urne sarebbe dunque da leggere, secondo questa analisi, più come una condanna delle scelte e degli errori attribuiti direttamente al presidente che come un rifiuto ideologico del trumpismo stile make America great again, rendiamo l’America di nuovo grande. Il voto del midterm non é una singola consultazione nazionale, ma un mosaico di centinaia di elezioni contemporanee. Per questo é ragionevole pensare che il presidente accetterà i risultati nella maggior parte dei casi, ma che in due o tre Stati, soprattutto dove simbolicamente la posta in gioco é alta e il risultato estremamente risicato, potrebbe rifiutarsi di riconoscerli per cercare di scaricare su inesistenti brogli elettorali la responsabilità della sconfitta, come fece quando alle presidenziali venne sconfitto nettamente da Biden e scatenò l’assalto a Capitol Hill.
Alla vigilia della consultazione i sondaggisti insistono: Donald Trump perderà su tutta la linea le elezioni di midterm. Sono inaffidabili? saranno smentiti dai risultati? In attesa della risposte degli americani, secondo gli ultimissimi sondaggi del New York Times e della Siena University, i democratici sono in netto vantaggio in cinque delle sette sfide chiave per il controllo del Senato: Michigan, Texas, Kansas, Maine e Ohio, sono leggermente avanti in Alaska e praticamente alla pari con i Repubblicani in Iowa. In Michigan, il democratico Abdul El-Sayed é in netto vantaggio sul repubblicano Mike Rogers, con il 53% dei consensi contro il 42%. In Texas, il democratico James Talarico supera il repubblicano Ken Paxton, attestandosi al 50% contro il 43% tra i probabili elettori.
Nel Maine, il democratico Troy Jackson é avanti rispetto alla senatrice repubblicana in carica Susan Collins, con il 51% contro il 45%. In Ohio, l’ex senatore democratico Sherrod Brown é in testa sul senatore repubblicano Jon Husted, ottenendo il 49% dei voti contro il 44%. In Kansas, il democratico Adam Hamilton é in vantaggio sul senatore repubblicano in carica Roger Marshall, con il 49% contro il 44%. I sondaggi non indicano un chiaro favorito in Alaska, dove la democratica Mary Peltola raccoglie il 48% dei consensi contro il 46% del senatore repubblicano in carica Dan Sullivan, e in Iowa, dove il democratico Josh Turek é al 48% contro il 47% della repubblicana Ashley Hinson.
L’Alaska potrebbe trasformarsi in un boomerang per i democratici e rappresentare l’alibi usato da Trump per avviare inchieste in tutti gli Stati, richiedere il riconteggio dei voti e bloccare per mesi l’insediamento del Congresso. Uno scenario da incubo per la democrazia americana. Il New York Times ha scoperto che il Partito democratico é coinvolto nella candidatura al Senato in Alaska di una persona con un nome quasi identico al senatore uscente dei Repubblicani, Dan Sullivan, per confondere gli elettori di uno Stato saldamente repubblicano e dirottare i loro voti. La conseguenza é che in Alaska l’Fbi sta già effettuando perquisizioni e indagini a raffica.
Negli ultimi comizi in Kansas e Iowa Trump é arrivato a dire: “avrei potuto vincere la guerra in Vietnam in una settimana e quella in Afghanistan in un periodo più breve”. Affermazioni che si commentano da sole e aumentano le probabilità che la sconfitta elettorale acceleri la ripresa de bombardamenti Usa e israeliani contro l’Iran. Con la nuova fiammata bellica Trump, sostengono i commentatori, tenterà di coprire o quanto meno attenuare nell’opinione pubblica americana il doppio impatto della Blue Wave, l’ondata di voti a favore dei democratici, e della Red Undertow, la risacca rossa dei repubblicani.
Le eventuali reazioni di Trump preoccupano anche l’Europa. Il sito on line Politico, afferma che i paesi della Nato temono che una sconfitta dei Repubblicani possa spingere il Presidente a intensificare drasticamente i suoi attacchi verbali contro l’Alleanza e a ritirare le forze Usa dai paesi europei, esponendoli alle minacce della Russia di Putin. Le elezioni di metà mandato saranno anche un passaggio importante e bipartisan per gli esponenti politici che guardano alla Casa Bianca nel 2028 e avvieranno la corsa per la nomination. Ma ai nomi di Rubio, Vance ed Hegseth del partito Repubblicano, i democratici rispondono solo con dei punti interrogativi.
Le prospettive, tuttavia, potrebbero notevolmente cambiare se verificasse lo tsunami Blue Wave. In questo caso, sostiene John Bolton, ex Consigliere per la sicurezza nazionale dello stesso Trump, i democratici cercheranno di fare in modo che ogni commissione parlamentare indaghi sul tycoon e su ogni aspetto della sua amministrazione, fino a tentare di avviare l’impeachment del Presidente soprattutto riguardo al caso Epstein. “In campo nazionale saranno due anni infelici per Trump” afferma Bolton. Sul fronte della politica estera invece non cambierà assolutamente nulla perché gli Stati Uniti non hanno un sistema parlamentare che prevede il bilanciamento dei poteri, ma un potere esecutivo molto forte e quindi Trump potrebbe scatenare conflitti temporanei, ordinare operazioni di intelligence top secret, imporre dazi e continuare a fare il bello e il cattivo tempo. Che però, come ricorda un proverbio comune a tutte le culture, “non dura tutto il tempo”.
Sopravvissuti all’attacco a tradimento di Pearl Harbor, al nazismo e al comunismo, al buco nero ancora irrisolto dell’assassinio del presidente Kennedy, al Vietnam, alle dimissioni di Nixon ed alla guerra fredda, gli Stati Uniti si ritrovano martedì davanti ad un altro bivio della loro storia. Un fatidico 3 novembre, retoricamente definito il giorno del giudizio, in cui non si sceglie soltanto chi controlla il Congresso, ma si decide se rimanere o meno il paese con la Costituzione che assieme alla democrazia e alla libertà contempla come essenziale il diritto alla felicità dei cittadini. Un Paese e nel quale nessuno é al di sopra della legge. Neppure il presidente.







