“Nella storia americana soltanto tre presidenti non hanno perso almeno una Camera nelle midterm. I Repubblicani? Dovranno interpretare le evoluzioni del paese. I Dem? La partita non è ancora chiusa. L’Ue? Quadro diverso, per storia e tradizioni, ma servono candidati credibili e nessun dato macroeconomico può sostituire la percezione concreta dei cittadini”. Intervista al capogruppo di FI in Senato, Stefania Craxi
Errori, promesse disattese, elettorati variabili. Ma anche la consapolezza che Donald Trump non è il primo presidente a perdere le elezioni di midterm. Piuttosto l’Ue ha l’occasione di riflettere e fare le riforme che non può più rimandare. Lo dice a Formiche.net Stefania Craxi, capogroppo di Forza Italia al Senato, secondo cui in Italia c’è “un atlantismo pragmatico senza mai dimenticare che il rapporto transatlantico è alla base della nostra sicurezza ed è un rapporto insostituibile e non dipende dall’inquilino di turno della Casa Bianca”.

Quale l’errore più grande commesso da Trump?
Partiamo da un dato. Se il 62 per cento degli americani giudica sbagliata la decisione di entrare in guerra con l’Iran, mi sembra abbastanza evidente, al di là del giudizio di merito sulla scelta stessa, che sia questa la ragione principale della sua sconfitta. Trump aveva vinto al grido di “mai più guerre lontane”, sottovalutando il fatto che, nel mondo contemporaneo, guerre lontane non esistono, soprattutto per una potenza che, per storia e ambizione, rivendica un ruolo primario nello scenario globale e che gioca con la Cina una partita che va ben oltre il quadrante indo-pacifico. Da questa scelta sono derivate conseguenze economiche, dall’aumento dell’inflazione al rincaro dei carburanti, smentendo la seconda grande promessa trumpiana: garantire maggiore benessere al ceto medio, nonostante indicatori come Pil e disoccupazione restassero positivi. A questo si è aggiunta la perdita di consenso nell’elettorato ispanico, per la durezza con cui è stato affrontato il tema dell’immigrazione, e nell’elettorato rurale, colpito dalle conseguenze della guerra commerciale, in particolare con il Canada, che ha penalizzato gli Stati agricoli. Sono, in larga misura, le stesse componenti sociali che ne avevano determinato la vittoria e che oggi gli hanno voltato le spalle.
Esiste il rischio che la foga anti-Trump possa però foraggiare l’estrema sinistra? E come i repubblicani dovranno reagire?
Nella storia americana soltanto tre presidenti non hanno perso almeno una Camera nelle elezioni di midterm, quindi non siamo di fronte a un fatto senza precedenti. Le elezioni di metà mandato, inoltre, non ipotecano automaticamente la corsa alla Casa Bianca: Clinton, Obama e Reagan hanno dimostrato che una sconfitta alle midterm non preclude una successiva vittoria presidenziale. Il punto vero è capire come reagirà il Partito Repubblicano, quanto resterà forte la presa del mondo Maga e se saprà interpretare le evoluzioni del Paese trovando un candidato credibile per il 2028. La sconfitta ha aperto il tema della successione e della ridefinizione della leadership repubblicana. Quanto ai democratici, farei attenzione a considerare la partita chiusa. Oggi festeggiano, ma la loro vittoria mette in luce due anime diverse e non necessariamente conciliabili: da un lato il centrismo di James Talarico, capace di parlare all’elettorato conservatore e religioso anche sul terreno dei valori e della riduzione delle disuguaglianze; dall’altro il progressismo rappresentato da Abdul El-Sayed, primo senatore musulmano eletto in Michigan. Per questo la partita resta apertissima. Io, francamente, non faccio il tifo e trovo francamente ridicolo l’atteggiamento del campo largo italiano che ancora una volta festeggia per vittorie altrui.
Che lezione arriva per le destre europee, ad esempio per quelle che si apprestano a governare, come i sondaggi ci dicono, in Francia e in Spagna?
Innanzitutto le destre europee sono figlie di storie, culture politiche e contesti nazionali profondamente diversi; per questo fare paragoni automatici è sempre molto rischioso. Credo però che da questo voto emergano due lezioni. La prima è che servono candidati credibili, capaci di interpretare il proprio tempo. La seconda è che nessun dato macroeconomico può sostituire la percezione concreta dei cittadini: l’economia americana, nel complesso, non va male, ma gli elettori non votano il Pil. Guardano il costo del pieno, della bolletta e della spesa. Se il benessere non arriva nelle loro tasche, la crescita resta una statistica e non diventa consenso.
Dunque il modello positivo in Europa resta quello italiano, che è stato capace di unire conservatorismo, atlantismo, europeismo in chiave non destruens dell’Europa ma costruens, come sta facendo il Governo Meloni?
Il centrodestra italiano è una coalizione che esiste da 30 anni non è un’accozzaglia improvvisata contro il nemico: è fatta da forze animate da sensibilità diverse ma cementata da un afflato comune, mosse innanzitutto da pragmatismo e dalla volontà di dare risposte concrete. Ha dato stabilità al Paese, politica e anche finanziaria, ha coltivato un atlantismo della ragione, senza tentennamenti ma anche senza subalternità, checché ne dica la sinistra. Ricordo che il vicepresidente del Consiglio Tajani non andò a Washington dopo le parole sprezzanti che il presidente Trump rivolse alla Meloni. Altro che cappellino in mano! Quindi un atlantismo pragmatico senza mai dimenticare che il rapporto transatlantico è alla base della nostra sicurezza ed è un rapporto insostituibile e non dipende dall’inquilino di turno della Casa Bianca. Inoltre, l’europeismo è una delle altre coordinate che il Governo ha giustamente impostato: e il Governo ha tenuto giustamente la barra dritta. Noi siamo molto coscienti del fatto che l’Europa che serve ancora non c’è.
Ovvero?
Serve un’Europa della politica, capace di diventare finalmente un soggetto geopolitico e di parlare con una voce sola, forte e autorevole. Per questo sull’Ucraina chiediamo un inviato speciale dell’Unione, che parli a nome di tutti senza piegarsi alla logica dei direttori di pochi ad appannaggio degli interessi dei molti. Trovo stucchevole una sinistra che oggi denuncia strumentalmente l’irrilevanza dell’Italia, che predica più Europa, avvalla le logiche di potenza, gli accordi a tre e non rivendichi l’esigenza di un metodo comunitario. Per inciso, è la stessa sinistra delle contraddizioni che, alla prova dei fatti, lascerebbe Kyiv al suo destino e che dice no a ogni investimento sulla difesa: non si può pretendere di sedere dove si decidono le sorti della sicurezza europea e poi rifiutarsi di contribuirvi. Tantopiù in un contesto come quello che viviamo in questi giorni, con attacchi ibridi, una vera e propria guerra, che va dai cieli a frigoriferi, passando per le strutture sanitarie francesi che conservano il sangue. Ecco, per questo dico che serve l’Europa che non c’è. E serve soprattutto l’Europa della crescita, un patto per investimenti e sviluppo, per sostenere industrie e imprese, anche con strumenti di debito comune. Un’Europa in cui la flessibilità è la conseguenza logica di contesti straordinari e non una concessione. Anche perché se l’Unione continuerà a rispondere con le ricette del rigore, che hanno già dato pessima prova di sé, non sarà all’altezza del momento eccezionale che stiamo vivendo.
















