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Vaccino sì, vaccino no. Gli effetti sul Recovery Fund secondo Cdp

L’impatto del piano Ue da 750 miliardi può variare a seconda dell’evoluzione della pandemia. Se il contagio peggiora, le risorse europee avranno sull’Italia effetti maggiori. L’analisi di Cassa Depositi e Prestiti

Aspettando il vaccino, ci sono 750 miliardi di euro pronti a piovere sull’Europa. L’effetto sulle economie è garantito, ma potrebbe essere diverso a seconda di certe condizioni, a cominciare, per esempio, dalla tempistica per arrivare a una cura contro il Covid. Ne sono più che convinti in Cassa Depositi e Prestiti, al punto di aver redatto lo studio “Vaccino o lockdown? L’impatto di Next Generation Eu sotto diversi scenari Covid-19” nel quale vengono analizzati alcuni possibili scenari che possono più o meno condizionare l’effetto del Recovery Fund. 

“Il contesto macroeconomico mostra ancora una grande incertezza”, è la premessa del rapporto Cdp. “Da un lato, la seconda ondata di contagi potrebbe tradursi in un lockdown locale. Dall’altro, prosegue la corsa all’individuazione di vaccino e terapie. L’impatto di Next Generation Eu nei prossimi tre anni dipenderà dalla capacità di spesa e dal quadro epidemiologico. In questo senso, si presentano le stime di impatto sotto tre scenari sull’evoluzione del contagio: base, ottimistico e pessimistico. A seconda dello scenario considerato, grazie agli investimenti finanziati tramite le risorse europee, il tasso di crescita medio annuo del Pil italiano tra il 2021 e il 2023 sarebbe più elevato fino a un punto percentuale rispetto a quello che si realizzerebbe senza le risorse europee”.

SE IL COVID AVANZA…

La relazione che c’è tra il Recovery Fund e la pandemia è inversamente proporzionale. Più dura è la seconda, più rilevante è l’impatto del secondo. “L’impiego di Next Generation Eu”, scrivono gli economisti di Cdp coordinati da Andrea Montanino, si dimostra “più rilevante qualora il quadro epidemiologico peggiorasse, ovvero qualora la seconda ondata di contagi si traducesse in un nuovo lockdown. In questo caso, l’impiego dei fondi europei garantirebbe un tasso di crescita del Pil reale positivo anche nel 2021, evitando così all’Italia una seconda recessione e un ulteriore peggioramento del rapporto debito pubblico/Pil nei prossimi anni, rispetto al livello già elevato che si attende per il 2020”.

Ovviamente, anche nello scenario peggiore, rimane poi sullo sfondo “l’efficacia delle misure volte a modificare strutturalmente il tasso di crescita dell’economia, attraverso investimenti e riforme che migliorino la produttività complessiva del sistema economico. La vera sfida potrebbe essere dopo il 2023”.

… E SE INVECE ARRETRA

Diversamente accadrebbe in caso di scenario epidemiologico positivo o poco migliore rispetto a quello odierno. In questo caso, scrive Cdp nello studio, “il Pil mondiale e quello italiano conoscerebbero un forte rimbalzo nel 2021 tornando nel brevissimo termine ai livelli pre-pandemia”. Inoltre e sempre in un contesto più favorevole del primo, “la spinta alla domanda aggregata esercitata dalle risorse europee porterebbe il Pil italiano ai livelli pre-pandemici entro il 2022, ovvero un anno prima rispetto al Pil in assenza del programma. Nel 2023, grazie al programma europeo, il livello del Pil si attesterebbe a breve distanza dal livello del 2007, ovvero precedente alla crisi finanziaria globale: il gap sarebbe soltanto dell’1,3% (in assenza dei fondi europei il gap sarebbe più ampio e pari al 3,9%). Nel quadro ottimistico, grazie a Next generation Eu l’Italia non solo raggiungerebbe brevemente il livello pre-pandemia, ma sarebbe addirittura in grado di recuperare il livello del il precedente la crisi finanziaria globale entro il 2023″.

IL PROBLEMA DEBITO

Anche per quanto riguarda i debiti sovrani, la presenza o meno di un vaccino potrebbe fare la differenza. “A causa della forte contrazione del Pil generata dalla crisi pandemica, il rapporto debito pubblico/Pil potrebbe aumentare notevolmente rispetto al suo livello pre-pandemico. Tale incremento sarà tanto maggiore quanto peggiore sarà il quadro epidemiologico”. E dunque, è la conclusione, “nel quadro ottimistico, grazie ai trasferimenti europei, l’Italia potrebbe beneficiare nel 2023 di un rapporto debito pubblico/Pil più basso di circa 3,9 punti percentuali rispetto a quello che si realizzerebbe in assenza dei fondi”. In altre parole, i fondi europei permetterebbero di portare il rapporto debito pubblico/Pil a un livello prossimo a quello registrato nel 2019 già entro il 2023.


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