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Abbandonare l’Europa sarà un buon affare per gli Stati Uniti? Il dubbio di Polillo

È un discreto patrimonio quello europeo che mandare al macero sarebbe un delitto. Ancor di più lo sarebbe cambiare la spalla su cui poggia il fucile delle alleanze internazionali, dopo essersi impuntati su questioni di dettaglio, mentre il mondo si muove in tutt’altra direzione. Il commento di Gianfranco Polillo

Sarà un buon affare per gli Stati Uniti abbandonare l’Europa al suo destino, nel tentativo di acquisire la benevolenza di Vladimir Putin in vista di un possibile divorzio tra la Cina e la Federazione Russa? Questa almeno è una delle tesi che circola, con maggiore insistenza, tra tutti coloro che si occupano di politica internazionale. E che rimbalza, di volta in volta, sui principali quotidiani. Basti pensare al recente intervento di Giampiero Massolo sul Corriere. “Le priorità trumpiane sembrano due: far tacere le armi in Ucraina e staccare la Russia dalla Cina”.

Ad alimentare la suspence ci ha pensato lo stesso Xi Jinping, in una telefonata diretta con lo stesso Putin, per celebrare i tre anni dell’invasione. “Sia la storia che la realtà”, ha detto il leader cinese senza troppi giri di parole, “ci dicono che Cina e Russia sono destinate ad essere buoni vicini che non possono essere allontanati, e che i nostri due Paesi sono veri amici che condividono gioie e dolori, si sostengono a vicenda e perseguono uno sviluppo comune. Entrambi i Paesi hanno strategie di sviluppo e politiche estere a lungo termine. Indipendentemente da come cambia il panorama internazionale, la nostra relazione andrà avanti”. Insomma “l’amicizia senza limiti” tra i due Paesi sembra destinata ad avere un futuro radioso, con lo scorno di tutti coloro che ipotizzano il successo della cosiddetta “strategia di Nixon al contrario”.

Allora, erano gli anni ’70, Nixon, suggestionato dalle teorie di Henry Kissinger, tentò il colpaccio. Soffiare sul fuoco di una crescente inimicizia tra i due colossi del comunismo internazionali, per dividerli e colpirli isolatamente. La tecnica degli antichi Orazi e Curiazi. Dalla sua c’era il forte dissidio ideologico tra Mosca e Pechino. La prima definita una potenza revisionista che aveva ormai abbandonato il marxismo-leninismo. Con Mao Tze Tung che era diventato il profeta del riscatto del Terzo mondo. Sarebbero state le campagne ad assediare le metropoli del benessere, fino ad espugnarle. Nel frattempo le truppe russe e quelle cinesi, sulle sponde dell’Ussuri, combattevano la più classica guerra borghese, in difesa delle rispettive nazioni.

A distanza di tempo bisogna riconoscere che le intuizioni di Mao erano quelle più giuste. Visto, se non altro, l’implosione del comunismo moscovita e la sua incapacità nell’essere sia il “sol dell’avvenire” delle masse diseredate, sia una potenza economica e finanziaria in grado di competere con la “tigre di carta” (come dicevano i cinesi) americana. Dietro la retorica terzomondista esisteva del resto un’elaborazione più solida, come quella sviluppata da alcuni economisti sud americani in sede Unctad, un’organizzazione delle Nazioni Unite. Attenti, questo era il monito, se l’Occidente più sviluppato non farà il possibile per garantire una vita più dignitosa ai “dannati della terra”, le conseguenze potrebbero essere drammatiche.

Rispetto a quegli anni i cambiamenti sono stati impressionanti. Uno soprattutto. La Russia, nonostante le sue aspirazioni, ha giocato male le sue carte. Ed oggi, se tra coloro che contano non è una delle ultime ruote del carro, poco ci manca. Nel Terzo millennio, il Paese, per estensione geografica più grande del mondo, con a disposizioni ricchezze minerarie (dal petrolio alle terre rare) incommensurabili, è rimasto immobile. La sua quota di reddito mondiale congelata in una percentuale pari a poco più del 3 per cento del totale. Negli stessi anni la Cina è cresciuta dal 7 al 19%, utilizzando soprattutto la forza del proprio popolo. Questo fa sì che la Russia sia oggi solo uno dei tanti Paesi del “Sud globale”. Con l’unica eccezione rappresentata dal suo arsenale nucleare, che la rende un pericoloso avversario.

Negli ambienti moscoviti più avvertiti, l’ipotesi di un possibile asse preferenziale Mosca-Washington lascia scettici. Quali sono i possibili legami? Ci si interroga. Quali esperienze passate hanno dimostrato di poter convivere? Se Putin è costretto a rifugiarsi nei miti esoterici del proprio passato, come è possibile pensare ad un rapporto che sia motivato solo da una logica di potenza. Quanto, alla fine, la storia insegna che, in quel caso, esiste solo un possibile vincitore? Il che non significa che vi possano essere intese parziali nel comune interesse, sempre che non si perda di vista il senso della strategia.

Dmitri Suslov, un cognome che riecheggia quello di Michail che fu il grande ideologo della Russia sovietica, mentre oggi Dmitry è il vice direttore del Centro di studi europei e internazionali presso la Scuola superiore di economia (Hse), nonché uno dei più ascoltati consiglieri per la politica estera del Cremlino, lo dice in forma esplicita. Così la sua intervista a Falange dello scorso 22 febbraio: non “abbracciamo una partnership con Washington a discapito dei nostri alleati globali. La Russia fa parte dei Brics. Promuoviamo un ordine multipolare. Trump vuole solo rafforzare l’egemonia americana. Qui i nostri interessi si scontrano; rimaniamo rivali strategici”. Alla luce di queste considerazioni, quindi, l’eventuale alleanza russo – americana non può che essere contingente. Ma allora come si spiegano i timori per un ribaltamento di alleanze storiche, che durano da un tempo immemorabile?

“La crisi dei rapporti transatlantici – sostiene ancora Suslov con un evidente compiacimento – è oggettiva, indipendente dalla Russia. È una crisi strategica, non temporanea. Trump non condivide i valori comuni dell’Alleanza Atlantica: per lui, la democrazia non è un criterio, contano solo il potere e il profitto. Non ci sono basi valoriali comuni tra l’Ue e Trump. In questo senso, gli interessi russi e dell’amministrazione Trump coincidono: entrambi vogliono un’Europa frammentata e relazioni bilaterali con singoli Stati nazionali. Non vogliamo una Europa forte”. Peccato solo che gli argomenti portati siano completamente illogici.

Decifrare i comportamenti di un uomo come Donald Trump è tutt’altro che facile. Se non altro perché non crede nelle regole di una vecchia politica. Ma da qui a ipotizzare ch’egli voglia infilare la testa nelle fauci dei nemici storici dell’Occidente, dopo essersi isolato, ce ne corre. Ed ecco allora che il rapporto tra gli Stati Uniti e l’Europa (che comprende anche la Gran Bretagna) va analizzato senza cedere alle suggestioni del wishful thinking. Che l’Ue non sia stata proprio uno specchio di virtù è fin troppo facile dimostrarlo. Tuttavia i danni maggiori sono stati recati a lei stessa. Due soli elementi a conferma. Dopo la Financial Global Crisis del 2008 (responsabilità esclusiva di Wall Street) la differenza di Pil tra le due sponde dell’Atlantico è cresciuta, a favore degli Usa, fino all’80 per cento, interrompendo il percorso di avvicinamento che si era verificato negli anni precedenti. Al tempo stesso la disoccupazione europea è stata una volta e mezza quella americana: in media il 9,1% contro il 6.

La vera differenza tra le due sponde dell’Atlantico è stata nel diverso approccio: una politica produttivistica nel primo caso, all’insegna di una timorosa austerità nel secondo. Con la conseguenza di determinare forti deficit delle partite correnti, negli Usa, ed attivi simmetrici in Europa. Talmente elevati, come nel caso della Germania, da surclassare la stessa Cina. Nel periodo 2009/2024 l’attivo tedesco è stato pari in media al 6,8% del Pil. Quello cinese solo al 2,1%. Si può ovviare ad un simile inconveniente, senza ricorrere necessariamente alla retorica dei dazi? La nuova dirigenza tedesca sembra ben orientata. Aumentare le spese militari per far fronte alle minacce che provengono dall’esterno, può rappresentare il modo attraverso il quale si può risolvere la crisi di sottoconsumo che ha caratterizzato il passato quindicennio. E che ha danneggiato un po’ tutti: compresi gli stessi Stati Uniti.

Sarà questo il futuro prossimo venturo? Da un punto di vista tecnologico Stati Uniti ed Europa mostrano un elevato grado di complementarità: new economy ad ovest, old economy nel Vecchio continente. La guerra in Ucraina ha dimostrato come entrambe servano per contrastare il nemico. Ma l’Europa ha anche un’altra caratteristica finora relativamente sottovalutata. Quando si parla della nuova frontiera rappresentata dall’AI (Artificial Intelligence) il pensiero va subito ai grandi Big della Silicon Valley.

Si trascurano invece i progressi realizzati in Europa. Che, stando almeno al Fondo monetario, sono tutt’altro che secondari. Tra i primi 10 Paesi più dotati, l’Europa è presente con ben 6 posizioni a partire dalla Danimarca, che supera gli stessi Stati Uniti, (al terzo posto dopo Singapore, primo in assoluto) quindi l’Olanda, l’Estonia, la Finlandia, la Germania e la Svezia. L’Italia, dal canto suo è al 36° posto del ranking mondiale: 6 posizioni sotto la Cina, ma 10 avanti la Russia. È un discreto patrimonio quello europeo che mandare al macero sarebbe un delitto. Ancor di più cambiare la spalla su cui poggia il fucile delle alleanze internazionali dopo essersi impuntati su questioni di dettaglio, mentre il mondo si muove in tutt’altra direzione.


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