Prima missione a Venezia e Cremona della commissione Itre del Parlamento europeo su iniziativa della delegazione di Fratelli d’Italia del Gruppo Ecr. Formiche.net ne ha parlato con l’eurodeputata di Ecr, vicepresidente della Commissione Industria a Bruxelles, Elena Donazzan: “Il Veneto ha costituito una rete pubblico-privata tra università e mondo delle imprese. Una delle sedi visitate è stata certificata per la perlustrazione della Luna con i suoi satelliti. Un’altra è partner della Nasa da oltre vent’anni e costruisce lenti di dimensioni molto grandi per i satelliti e i telescopi di ultima di ultimissima generazione”
Si è svolta a Venezia e Cremona la prima missione della commissione Itre del Parlamento europeo su iniziativa della delegazione di Fratelli d’Italia del Gruppo Ecr. Visite a Fincantieri e al Qascom Aerospace and Defence di Bassano del Grappa. Presenti 14 eurodeputati di vari gruppi tra cui l’europarlamentare di FdI-Ecr, Elena Donazzan, vicepresidente della Commissione Itre, insieme ai deputati Ciccioli, Crosetto, Fiocchi e Vivaldini. Due i temi che sono emersi: la cura dell’acciaio che serve all’Italia e l’accelerazione sulle politiche legate allo spazio. “Il riscontro è stato ottimo, direi, abbiamo mostrato agli ospiti le nostre eccellenze ed è stato riconosciuto da tutto il Parlamento al pari di un fattore decisivo: la stabilità del Governo italiano che per le eccellenze industriali è un punto imprescindibile”.
Quale il bilancio di questa missione in due aree che rappresentano il vanto dell’Italia industriale?
Uno degli elementi maggiormente significativi è che si tratta della prima missione della Commissione industria che avviene proprio in Italia. Se ne possono fare solo quattro all’anno e quindi sono venti in tutta la legislatura: erano molti a chiederla tra coloro che devono approfondire quel dossier, per poi argomentare sulle tematiche più rilevanti in discussione in quell’anno. Per cui siamo riusciti a dimostrare che la nostra richiesta di averla in Italia era fondata, visto anche il tema dello spazio su cui ci sarà lo Space Act 2025 annunciato per marzo. Ma non è tutto.
Ovvero?
Penso al tema della cantieristica e della direttiva ETS, il regolamento sulle emissioni di carbonio che ovviamente penalizza tutto il settore industriale e tutto ciò che viene prodotto con emissioni, quindi la cantieristica è uno dei uno dei settori che sarà più colpito. Altro macrotema che tocca gli interessi italiani è l’acciaio che è anche parte del “non paper” del governo italiano. Tutto ciò significa che le nostre argomentazioni sono state talmente forti da far prevalere la missione in Italia sulle altre. Il riscontro è stato ottimo, direi, abbiamo mostrato agli ospiti le nostre eccellenze ed è stato riconosciuto da tutto il Parlamento al pari di un fattore decisivo: la stabilità del Governo italiano che per le eccellenze industriali è un punto imprescindibile. Stabilità politica vuol dire anche prosperità industriale e azione programmatica. Tutti i partner europei ci guardano con occhi diversi rispetto al passato. Credo che questo sia un altro degli indicatori da sottolineare.
Il Veneto sullo spazio che ruolo può giocare?
Ha molte buone carte direi, perché ha costruito una rete innovativa regionale richiamando dentro questa rete una risposta anche al tema delle Small Media Enterprises, le piccole e medie imprese, la supply chain che è fatta di fornitori e di ecosistema industriale. Il Veneto ha costituito una rete pubblico-privata tra università e mondo delle imprese e non dimentichiamo che parliamo di imprese tra le più qualificate d’Europa. Una delle sedi visitate è stata certificata per la perlustrazione della Luna con i suoi satelliti, costruiti in Bassano del Grappa con i fornitori dell’ecosistema industriale veneto. Un’altra è partner della Nasa da oltre vent’anni e costruisce lenti di dimensioni molto grandi per i satelliti e i telescopi di ultima di ultimissima generazione.
Quali prospettive si aprono per l’Italia alla luce di tali valutazioni tecniche?
All’interno della Commissione industria del Parlamento europeo per l’Italia c’è la possibilità di affrontare, a testa alta, i temi dell’attualità e la fase di progettazione futura per il continente. Aggiungo in tal senso altri due temi che abbiamo toccato nella missione: l’acciaio e l’automotive perché siamo andati anche da Gnutti a Brescia. La quarta generazione della dinastia, che dal 1900 ha sempre provato con un certo successo a cambiare le produzioni, oggi si trova costretta non per scelta ad un cambiamento dato non dal mercato ma solo dalle regole europee. Abbiamo molto riflettuto con tutti i colleghi presenti attorno a questo tema, perché tutto il cambiamento imposto e fallimentare nell’automotive è legato a regole imposte dall’Ue.
Anche l’acciaio soffre in questa fase. Su quali aspetti avete ragionato?
L’ho definita la madre dell’industria dell’Europa e dell’Italia, perché il primo trattato che ci ha fatto stare insieme dopo la guerra è stato sul carbone e sull’acciaio, ovvero su una fonte energetica che serviva a produrre un materiale per la ricostruzione. Oggi l’acciaio europeo e l’acciaio italiano, che è il più performante in termini di qualità e di abbattimento di emissioni, è fatto con forni elettrici, quindi a emissioni zero. Tutto si ricicla bene, ma purtroppo il nostro acciaio in Europa ha avuto una riduzione del 30% della produzione.
Il mercato non chiede più acciaio?
No, lo chiede ancora, ma noi lo compriamo da altri partner come la Turchia che prende i nostri rottami, perché in Europa nonostante parliamo tanto di riciclo ma poi rendiamo le regole talmente difficili che è meno costoso inviarlo in Turchia, farlo lavorare lì e poi portarlo indietro come acciaio di scarsa qualità, rispetto a quello che faremmo noi qui. Quindi abbiamo un problema di protezione del mercato della produzione e del consumo. Anche India e Cina sono della partita.
Resta in piedi alla voce acciaio l’opzione Azerbaigian per l’Ilva di Taranto: verosimile?
Da ex assessore regionale veneto all’industria conosco benissimo la questione e posso dire che il governo italiano sta provando a rianimare l’Ilva dopo che qualcuno ha deciso di lasciare andare uno stabilimento di produzione che è il più grande d’Europa: sarebbe un danno incalcolabile se non si arrivasse ad una soluzione. Conosco le azioni e anche la ratio con cui il ministro Urso e il governo italiano hanno affrontato la questione Ilva e spero che Urso abbia tutta l’autorevolezza e la forza di essere il primo a mettere nero su bianco su come uscire da questa emergenza. Sull’acciaio c’è bisogno che il Consiglio dei ministri europei decida di cambiare rotta e farlo con una certa velocità, anche perché la presentazione del Clean Industrial Deal di von der Leyen è assolutamente insoddisfacente: sui costi e sul carbonio noi non abbiamo avuto le risposte.