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Stop ai componenti cinesi sulle rinnovabili. L’Italia apre la strada all’Europa

Il governo italiano ha introdotto una misura senza precedenti in Europa: l’esclusione di pannelli e componenti fotovoltaici di origine cinese dai nuovi incentivi sulle rinnovabili. La scelta ha un valore strategico rilevante perché rompe con lo status quo di forte dipendenza dalla Cina, si allinea con le scelte di Roma di proteggere da Pechino i settori più strategici e incrocia le necessita della Nato di favorire interdipendenze interne, collegando civili e militare (ossia economia e sicurezza)

La decisione del governo italiano di escludere i pannelli e i componenti fotovoltaici di origine cinese dai nuovi incentivi sulle rinnovabili, segna un passaggio di rilevanza strategica, non solo per la politica industriale nazionale ma anche per l’intera Unione europea. È la prima volta che uno Stato membro introduce criteri esplicitamente orientati a ridurre la dipendenza dalla Cina nelle energie rinnovabili, ponendosi come apripista rispetto alle politiche comunitarie in fase di definizione, benché su tale orientamento. La misura interviene in un settore cruciale per la transizione energetica, dove oggi l’80% della produzione globale di moduli solari è concentrata in Cina, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA). In Italia, oltre il 70% delle importazioni di pannelli proviene da Pechino. Il decreto, quindi, non è solo simbolico: rappresenta una rottura con uno status quo che ha reso l’Europa vulnerabile in uno dei comparti chiave della transizione verde.

Un cambio di paradigma

Il decreto FerX, in Gazzetta Ufficiale dal 27 agosto, collega l’accesso agli incentivi alla provenienza dei moduli solari: i pannelli non possono essere assemblati in Cina, le celle fotovoltaiche non devono essere di origine cinese e almeno uno dei componenti tecnologici principali indicati dall’elenco europeo deve provenire da un Paese diverso. Inoltre, per gli impianti sopra i 6 megawatt l’intero sistema non potrà beneficiare dei nuovi incentivi sulle rinnovabili se non rispetta tutti questi criteri di esclusione. L’obiettivo evidente è duplice: sostenere la nascita di una filiera europea del fotovoltaico e ridurre i rischi geopolitici legati a un’eccessiva concentrazione in mani cinesi. Una scelta che riflette la strategia delineata a Bruxelles con il Clean Industrial Act e la revisione del Public Procurement Act, volti a promuovere il “made in EU” anche negli appalti pubblici. È una presa di posizione che arriva in un momento delicato: la Commissione europea sta valutando possibili dazi o misure correttive per evitare dumping cinese sul mercato europeo dei pannelli.

L’analisi internazionale

Due studi recenti – della Carnegie Endowment for International Peace e del Bruegel – evidenziano come la riduzione della dipendenza dalle catene di fornitura cinesi sia un’operazione complessa ma necessaria. Da un lato, occorre de-risking senza compromettere la transizione verde, dall’altro serve una politica industriale europea in grado di bilanciare costi più alti e sostegno pubblico. Il caso italiano si colloca dunque in questo dibattito come prima applicazione concreta. Per Roma, la posta in gioco è alta: senza un sostegno industriale adeguato, il rischio è di rallentare la corsa alle rinnovabili, obiettivo su cui si gioca la credibilità climatica e industriale dell’intero continente.

Il contesto italiano

La mossa puntuale di Palazzo Chigi si posiziona in un quadro più ampio di attenzione verso la presenza cinese nei settori strategici. Come riportato da Bloomberg nei giorni scorsi, l’Italia sta valutando come la partecipazione cinese impedisce talvolta a imprese italiane di competere in gare pubbliche negli Stati Uniti. Sono circa 700 le aziende italiane interessate da partecipazioni cinesi, ma il governo concentra la sua attenzione soprattutto su energia, trasporti, tecnologia e finanza. Questa presenza è percepita non solo come una questione economica, ma anche come un nodo di sicurezza nazionale e competitività internazionale, poiché rischia di limitare l’autonomia decisionale e la capacità di accedere a mercati strategici. L’esclusione dei componenti cinesi dal fotovoltaico va quindi letta anche come parte di un più ampio ridimensionamento degli investimenti cinesi in Italia. Non a caso, il decreto arriva a poche settimane da nuovi interventi del governo sugli strumenti di golden power, rafforzati per proteggere asset considerati sensibili.

La cornice Nato

Sullo sfondo, la scelta italiana si lega al più ampio sforzo dei Paesi Nato per ridurre la dipendenza da Pechino (oltre che Mosca). Attraverso l’agenda di sicurezza economica e il Concetto Strategico 2022, l’Alleanza sta intensificando la cooperazione interna tra membri per monitorare rischi, rafforzare la resilienza e diversificare le catene di approvvigionamento in settori chiave come materiali critici, tecnologia e difesa. In questo quadro emerge anche il concetto di interdipendenza tra dimensione civile e militare: al di là della dimensione economico-commerciale, c’è un elemento di sicurezza. Ogni macchinario con componenti cinesi connessi a server può infatti diventare un veicolo di raccolta e trasmissione di dati sensibili verso strutture governative a Pechino, con implicazioni dirette per la sicurezza. Inoltre, si parla esplicitamente di sicurezza energetica: i pannelli fotovoltaici forniscono energia e, se controllati o resi inoperativi da azioni di rivali geostrategici, potrebbero lasciare al buio porzioni di territorio in Italia o in Europa, con conseguenze critiche sul piano economico e sociale. L’iniziativa di Roma può rappresentare un tassello di un disegno più vasto, in cui sicurezza energetica, industriale, tecnologica e geopolitica si intrecciano.

Cosa guardare

Il decreto FerX è una sperimentazione che, secondo funzionari tecnici europei che ragionano riservatamente con Formiche.net, dovrebbe avere eco europea. Molto dipenderà dalla capacità dell’industria continentale di colmare rapidamente i vuoti lasciati dalle importazioni cinesi. Se l’Europa saprà accompagnare la transizione con politiche industriali efficaci, l’Italia avrà aperto una strada che altri partner potrebbero presto percorrere. Ora la palla è in mano alla produzione europea: se non sarà in grado di rispondere alla domanda crescente, l’Ue rischia di trovarsi a gestire un difficile equilibrio tra sicurezza strategica e urgenza climatica.


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