Il piano Trump, percepito come una resa ucraina, potrebbe ridurre l’influenza Usa e favorire Mosca, lasciando l’Europa vulnerabile. Tra deterrenza nucleare insufficiente e riarmo incerto, il continente rischia di affrontare una nuova fase di instabilità geopolitica. L’analisi di Carlo Jean
Il “Piano di pace dei 28 punti” elaborato da Donald Trump, certamente d’intesa con Vladimir Putin, è sostanzialmente un diktat simile a quello imposto dalla Germania alla Cecoslovacchia nel 1938. Di fronte alla reazione negativa oltre che di Volodymyr Zelensky, degli alleati europei ed asiatici e a distinguo e precisazioni di membri della sua amministrazione (come del Segretario di Stato Marco Rubio) è diventata flessibile, quasi una proposta da discutere. Potrebbe quindi essere modificato. Discussioni al riguardo tra Usa, Ucraina ed Eu, sono in corso a Ginevra. Gli Stati “volonterosi” europei intendono presentare un piano alternativo in 24 punti, inteso a tutelare gli interessi ucraini. L’Ucraina – e anche l’Italia – ritengono che non vi sia alternativa a prendere come base delle discussioni il piano americano che lo stesso Trump ha definito, anche se con le solite contraddizioni, modificabile. Non si tratterebbe più di un ultimatum, che l’Ucraina dovrebbe “prendere o lasciare” entro giovedì prossimo. Qualora lo rifiutasse, non riceverebbe più nessun sostegno americano, né in armi pagate dall’Europa, né in intelligence statunitense. Dovrebbe continuare a combattere in condizioni più disperate delle attuali. Gli europei, anche se lo volessero, non sono in grado di sostituire il sostegno americano. L’Ucraina potrebbe resistere ancora solo per qualche mese, prima di evitare la rottura del fronte e l’avanzata russa verso Ovest.
Nelle Cancellerie europee domina l’incertezza, soprattutto per l’imprevedibilità del presidente Usa, anche nei riguardi degli obiettivi che si propone e anche nei riguardi dei riflessi a breve e a lungo termine della fine dei combattimenti in Ucraina e di un sostegno degli Usa alla Russia. L’esclusione degli europei da ogni trattativa per un piano che coinvolge direttamente la loro sicurezza (e la stessa esistenza della Nato), pur coinvolgendoli nel pagamento del costo dell’accordo fra gli Usa e la Russia, modifica gli assetti geopolitici esistenti da 80 anni. È probabile che Putin si volga ai problemi che Stati Baltici e Finlandia pongono a quella che considera sicurezza russa. Il “piano dei 28 punti” pudicamente non parla di quelle che Putin chiama “le cause profonde del conflitto”, cioè l’allargamento della Nato a Est. Le aveva già ricordate a dicembre 2021, nelle lettere inviate agli Usa e alla Nato. Non avendo ottenuto soddisfazione “con le buone”, è alquanto probabile che la cerchi con l’uso della forza, avendo a disposizione quella oggi impegnata in Ucraina e fidando sul fatto che Trump disimpegni gli Usa dai loro obblighi in ambito Nato che non ritiene facciano parte degli interessi vitali americani. Prima di completare il proprio piano di riarmo e di realizzare un’autonomia di sicurezza, gli europei non potrebbero far altro che protestare e fare qualche mega-manifestazione per la pace.
Mentre Putin – da sornione qual è – si è limitato a qualche generico, benevolo cenno sul “Piano Trump” – di certo per significare che “non è farina del suo sacco” e di riservarsi il diritto di richiedere misure più favorevoli – la Cina non ha fatto alcun commento. Eppure, è direttamente interessata non tanto alla situazione in Ucraina, quanto alle sue conseguenze sui rapporti fra gli Usa e la Russia. Obiettivo di Trump – dichiarato già nella sua prima presidenza – è quello di allentare i rapporti fra Russia e Cina, modificando l’attuale configurazione del c.d. “Triangolo di Kissinger” (Usa, Cina e Russia). L’interesse di Pechino non è tanto di avere una Russia forte, quanto d’averla debole, per dominarla economicamente. Dal punto di vista militare, la Russia è importante per la Cina solo per la sua grande potenza nucleare. Bilanciando quella Usa, essa ha di fatto contribuito a diminuire fino ad oggi la probabilità di un’“escalation” nucleare Usa contro il debole arsenale nucleare cinese. Tale importanza sta rapidamente diminuendo con l’attuazione dell’enorme programma nucleare cinese che, dalle 300 testate del 2018, ne raggiungerà 1.500 nel 2035. L’indecisione cinese su come comportarsi con il Piano Trump spiega il tentativo di Zelensky di coinvolgere Xi Jinping, richiedendone l’aiuto per attenuarne le disposizioni più penalizzanti per l’Ucraina. Tale richiesta non è stata per ora accolta. A par mio non lo sarà.
La Cina ha indubbiamente interesse alla continuazione della guerra in Ucraina che distrae dall’Indo-Pacifico parte dell’attenzione Usa. E’ però contraria ad una vittoria troppo grande della Russia basata sull’intesa fra Washington e Mosca. Non è escluso che sfrutti un’umiliazione dell’Ucraina a favore della politica globale di Pechino di protettrice del “Global South” e degli Stati più deboli e di sfruttamento delle risorse dell’Artico, che teme venga fatto dagli Usa d’intesa con la Russia.
Per concludere, ritengo che il tentativo di Trump di staccare la Russia dalla Cina sia irrealizzabile. Economicamente, la Cina è diventata indispensabile per l’economia russa sia civile che militare. Gli Usa non hanno né i fondi né le capacità commerciali e industriali in grado di sostituirla. Il calcolo di Trump a tale riguardo è destinato al fallimento: rischia di giocarsi la credibilità statunitense non solo in Europa ma anche in Estremo Oriente, senza ottenere alcun vantaggio nei confronti della Cina. Rischia anche reazioni economiche da parte degli alleati europei ed asiatici. Può solo momentaneamente distrarre l’opinione pubblica dal “caso Epstein”.







