Nel tradizionale incontro di inizio anno con la stampa, la premier affronta in tre ore tutte le principali questioni di economia nazionale e non. Il problema storico dell’Italia è la scarsa produttività, ora è tempo di guardare al modello della Zes unica. La disoccupazione, ormai ai minimi storici, è rincuorante, mentre sull’ex Ilva non ci sarà nessuna svendita con porte chiuse ai predoni. Il Green deal è stato fatto a pezzi per merito dell’Italia. L’accordo sul Mercosur? Speriamo funzioni. E su Mps possibile uscita definitiva del Tesoro
La quarta di Giorgia Meloni. E un fuoco di batteria di quaranta domande per altrettante risposte, spalmate su oltre tre ore. La premier ha tenuto, nella mattinata del 9 gennaio, la conferenza stampa di inizio anno, organizzata dall’Associazione stampa parlamentare, unitamente all’Ordine dei giornalisti. Al centro della grande aula dei Gruppi parlamentari di Montecitorio, affiancata da ambo i lati da quattro composizioni floreali tricolore, Meloni ha toccato tutti i principali temi di attualità: dall’Ucraina, alle mire americane sulla Groenlandia, passando per la crisi in Venezuela, le tensioni in Medio Oriente, la legge elettorale e i rapporti con gli alleati di governo. In mezzo, si è fatta largo l’economia.
Tra finanza pubblica ed economia reale
L’Italia, in questi ultimi mesi, ha dimostrato di aver recuperato una grande e consistente credibilità agli occhi dei mercati, che ogni anno, non va dimenticato, prestano al Tesoro tra i 300 e i 400 miliardi, finanziando la spesa pubblica. Il debito, spread alla mano, costa meno di quello francese, mentre il deficit tra qualche mese tornerà sotto il 3%, ponendo fine alla procedura di infrazione europea scattata oltre un anno fa. Inevitabile, dunque, l’attestato di sana e robusta costituzione arrivato in sequenza dalle agenzie di rating (Moody’s ha, dopo 23 anni, rivisto al rialzo il suo giudizio sull’Italia). E poi, si sa che per l’Italia il costo del debito è centrale. Con un’esposizione ormai a un soffio dai 3 mila miliardi, garantirsi un risparmio in termini di interessi, è fondamentale, anche e non solo per aumentare la gittata delle varie manovre.
Eppure l’economia reale batte la fiacca. Calcoli dell’Istat alla mano, il Pil italiano è atteso in crescita dello 0,5% nel 2025 e dello 0,8% nel 2026, dopo essere aumentato dello 0,7% nel 2024. Certo, la disoccupazione è ai minimi (la premier si è detta favorevole a un nuovo patto sociale con sindacati e imprese) e il potere di acquisto delle famiglie sta aumentando sensibilmente. Una domanda, però, sorge dunque spontanea: come spiegarsi la buona salute delle finanze pubbliche, a fronte di un’economia reale che invece non viaggia allo stesso passo? E qui la Meloni ha dato la sua versione dei fatti.
“Sicurezza e crescita sono i miei due focus di questo anno. Ma oggi scontiamo forze esogene che è molto difficile da gestire come il rallentamento della Germania. Guardo sempre con prudenza ai giudizi della agenzie rating anche se raccontano di uno stato di solidità economia italiana che deve farci piacere, ma per valutare lo stato dell’economia reale il dato significativo è l’occupazione che presenta dati incoraggianti cosi come il potere di acquisto”. Di qui, una rotta. “Gli obiettivi del governo, sono continuare a sostenere l’occupazione e lavorare per sostenere sui prezzi dell’energia sui quali ci sarà un provvedimento in uno dei prossimi consigli dei ministre, oltre a lavorare per il sostegno agli investimenti”.
Un modello formato Zes
Meloni ha citato in proposito un modello, sul quale incardinare la politica economica dei prossimi mesi. Quello della Zes unica, vale a dire la creatura architettata dall’allora ministro per gli Affari Ue e oggi vicepresidente esecutivo della Commissione europea, Raffaele Fitto, per dare al Mezzogiorno quella spinta di cui ha bisogno: meno fisco, meno burocrazia, più industria. E che rappresenta una delle più grandi aree economiche speciali in Europa, integrando semplificazioni amministrative e vantaggi fiscali per attrarre investimenti. “Il modello Zes unica speciale è il modello dal quale partire per favorire gli investimenti”, ha messo in chiaro Meloni. “Se mi si chiede quale considero il modello per sostenere gli investimenti secondo me è quello della Zes unica del Mezzogiorno, il modello dal quale partire per favorire gli investimenti per tutto il territorio nazionale”.
Di sicuro alla premier non manca l’ottimismo, nonostante l’ammissione che la crescita sia il grande problema italiano. “La crescita è ancora troppo bassa, ma è uno scenario non catastrofico. Il potere d’acquisto è cresciuto nell’ultimo anno e sui salari lavoriamo con elementi di defiscalizzazione come il cuneo contributivo, ma non è l’unica misura. Sul tema dei salari, quando l’Istat ci dà la serie dello storico quello che si calcola è il lordo ma inostri provvedimenti incidono sul netto. Il tema dell’erosione salari è un tema estremamente importante, ma anche molto antico in Italia e che noi stiamo invertendo”.
Un problema storico
Il confronto con la stampa ha poi verticalizzato. E Meloni ha toccato il tema della scarsa produttività del Paese. “Noi storicamente abbiamo un problema di produttività del lavoro che dipende da diversi fattori come la dimensione delle imprese, l’accesso al credito, le infrastrutture e regole particolarmente onerose. Abbiamo un tessuto economico fatto da molte piccole e medie imprese che chiaramente per loro natura hanno più difficoltà a investire e a innovare. C’è il tema dell’accesso al credito che da noi è molto spesso difficile e certamente più oneroso che in altri sistemi. C’è il problema delle infrastrutture che da noi sono storicamente più carenti di quello che accade in altri sistemi. C’è il tema di regole ed adempimenti nel mercato del lavoro che sono da noi particolarmente onerosi”.
Ma anche qui, non c’è spazio per i piagnistei. “Non sono tutti problemi alcuni sono dei nostri problemi strutturali alcune sono delle nostre peculiarità. Avere un sistema economico che vede moltissime piccole imprese è vero che produce un limite sulla produttività del lavoro, ma dall’altro canto consente di avere una una un’economia più resiliente, più facilmente riconvertibile. Ed è il motivo per cui noi ci siamo ripresi dalla pandemia più velocemente di quanto accadeva ad altri. Secondo me per aumentare la produttività del lavoro in primo luogo bisogna puntare molto di più sul capitale umano, sulla formazione, particolarmente per quello che riguarda le materie Stem (science, technology, engineering and mathematics, ndr). Il governo ci ha lavorato dall’inizio anche con investimenti importanti”.
Il futuro dell’Ilva
Altra questione affrontata nel corso della conferenza stampa, l’ennesima, drammatica, crisi siderurgica dell’ex Ilva di Taranto. Dopo la mancata ricapitalizzazione, in seguito al no dell’azionista Mittal, il governo che è socio dell’acciaieria tramite Invitalia, punta a formare una nuova cordata di investitori, per salvare il salvabile. Ma non ci sarà nessuna svendita. “Nessun intento predatorio o opportunistico sarà avallato da questo governo. Attualmente è aperta una fase di negoziazione con operatori economici ma non ci sono impegni vincolanti da parte del governo fino a quando non ci saranno risposte chiare su un solido piano industriale, la tutela dell’occupazione e la sicurezza ambientale”.
Piano casa in arrivo
Il 2026, poi, sarà anche l’anno dell’ambizioso piano casa messo a punto dall’esecutivo. Con l’obiettivo di “mettere in campo un progetto che possa arrivare a mettere a disposizione 100 mila nuovi appartamenti a prezzi calmierati ragionevolmente nei prossimi 10 anni, al netto delle case popolari, altro tema del quale il piano casa intende occuparsi”.
Un progetto molto “ampio al quale stiamo lavorando insieme al ministro Salvini che voglio ringraziare, ci lavoriamo da diverso tempo con la collaborazione del ministro Foti, ma anche con la collaborazione di molti pezzi dei corpi intermedi e della società civile penso a Confindustria, ma non solo. C’è anche, per dire, una disponibilità della Conferenza Episcopale Italiana su questo tema, quindi penso che si possa lavorare insieme al sistema Italia e presentare un pacchetto molto articolato”.
Green deal, bottino italiano
Meloni ha poi rivendicato il ruolo dell’Italia nella revisione, piuttosto strutturale, del Green new deal, in particolare lo stop all’estromissione dal mercato dei motori benzina e diesel entro il 2035. “L’Italia ha fatto totalmente la differenza anche sul tema del Green deal dove abbiamo ottenuto dei risultati molto importanti. Spero che l’Italia possa fare di più e ambisco a fare una cosa simile a quella che abbiamo fatto sulla migrazione”, ha chiarito la premier.
“Quando alla ministeriale sull’Ambiente del Consiglio europeo si è discusso sulla definizione dei nuovi target intermedi, abbiamo messo insieme 10 Paesi dell’Unione europea che erano d’accordo like minded con noi e che ci hanno messo nella condizione di portare a casa molte delle rivendicazioni che aveva l’Italia”, ha proseguito la premier sottolineando che “questo è un gruppo di lavoro che io adesso sto cercando di stabilizzare e che può anche crescere. E che forse anche sulle materie legate alla transizione verde si riuscirà ad avere un approccio più pragmatico e meno ideologico”.
Mercosur, un buon accordo, ma…
Anche l’intesa degli ambasciatori europei sul Mercosur, l’accordo di libero scambio con il blocco sudamericano che comprende Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, ha fatto capolino nella conferenza di inizio anno. “L’Italia ha dato il suo via libera all’accordo sul Mercosur, avendo ottenuto alcune garanzie da parte di Bruxelles. Io non ho mai avuto una preclusione ideologica sul Mercosur, ho sempre posto una questione molto pragmatica: il tema non è favorevoli o meno al libero scambio, ma la strategia europea di regolamentare al suo interno facendo accordi con sistemi che non hanno quella regolamentazione rischia di essere suicida. Io sono per gli accordi commerciali, ma anche per la deregolamentazione, quindi va bene il Mercosur, ma non a scapito delle eccellenze delle nostre produzioni”.
Il risiko bancario
Non poteva mancare, infine, un passaggio sulle banche. In particolare su Monte dei Paschi, ora azionista di controllo di Mediobanca, prima vera operazione bancaria di peso degli ultimi anni, targata, in parte, anche governo, visto che il Tesoro è ancora socio di Rocca Salimbeni. Forse però, ancora per poco. In Mps, “oggi noi abbiamo meno del 5% non escludo che la cediamo, ma non c’è nessuna fretta”.
Meloni ha tenuto a chiarire un punto: Palazzo Chigi non ha fatto la bella statuina nella lunga stagione del risiko bancario, che ha visto anche la tentata scalata di Unicredit a Banco Bpm. “Che il governo non sia stato solo spettatore sono valutazioni oggettivamente infondate. Sono dinamiche di mercato”. Non è finita. Meloni continua a sostenere la necessità di un terzo polo bancario, alternativo a Unicredit e Intesa. “Sul terzo polo bancario penso che sarebbe utile per il sistema in complesso, ma il governo non ha autorità o mezzi per fare niente in merito”.
















