In questa intervista a Formiche.net, Marco Minniti analizza la profonda fase di transizione del sistema internazionale, segnata da unilateralismo, competizione tra grandi potenze e fine dei vecchi equilibri. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca al caso del Venezuela, il presidente della Med-Or Italian Foundation legge gli eventi come parti di un unico cambiamento epocale. Al centro, le sfide strategiche per l’Europa e la necessità di una risposta politica unitaria nel nuovo disordine globale
Il sistema internazionale sta attraversando una fase di trasformazione profonda, che va oltre la somma delle crisi in corso. Guerre che si protraggono nel cuore dell’Europa e del Mediterraneo, la ridefinizione del ruolo globale degli Stati Uniti, l’ascesa di un unilateralismo sempre più esplicito e la competizione sistemica con Cina e Russia sono i segnali di un passaggio storico che segna la fine di un equilibrio senza che se ne intraveda ancora uno nuovo.
Su questo con Formiche.net Marco Minniti, presidente della Med-Or Italian Foundation, che legge gli sviluppi più recenti – dal primo anno del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca al caso venezuelano, fino alle implicazioni per l’Europa e il Sud del Mondo – come parti di un unico processo di cambiamento d’epoca. Un processo che impone di abbandonare le lenti del passato e di interrogarsi sulle responsabilità e sulle scelte strategiche che attendono l’Occidente, e in particolare l’Unione Europea.
Presidente, lei parla sovente di un cambiamento già in corso, che segna la fine di un vecchio equilibrio internazionale. Quali sono i tratti distintivi di questa fase e perché non può più essere letta con le categorie del passato?
Tutto quello che sta avvenendo è il segno di un processo profondo che sta attraversando complessivamente il pianeta. Stiamo assistendo anche in questi giorni a quello che possiamo definire un cambiamento di epoca: nulla sarà come prima. Un vecchio equilibrio è finito per sempre, anche se non si intravvede la prospettiva di un nuovo ordine mondiale. Ma questo processo non è iniziato adesso, è già in corso da un po’ di tempo. D’altronde, il fatto che ci siano state contemporaneamente due guerre, una nel cuore dell’Europa e un’altra nel cuore del Mediterraneo, era già un segnale chiarissimo di questa frattura storica. Niente di ciò che appartiene al passato tornerà più e continuare a interpretare quello che accade con le vecchie lenti rischia di portarci fuori strada.
Tra pochi giorni sarà un anno esatto dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, e forse la sua relazione è parte di quelle dinamiche sopra accennate. In che cosa la nuova amministrazione si sta distinguendo e quale ruolo gioca la dimensione narrativa nella politica estera americana attuale?
La scelta fatta il 5 novembre 2024 dal popolo americano, eleggendo a maggioranza Donald Trump, ha manifestato la volontà di essere d’accordo con un cambiamento profondo dell’approccio degli Stati Uniti nei confronti del mondo, riassunto nella parola d’ordine “America First”. Questo non significa ritorno all’isolazionismo, perché in un mondo totalmente interconnesso la prima potenza economica e militare non può isolarsi. Significa piuttosto un approccio radicalmente unilaterale, che riguarda chiaramente il rapporto con gli altri.
E in questa dimensione trumpiana il racconto pesa quanto l’azione, talvolta anche di più, tanto che anche quando gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo di mediazione, la narrazione è sempre stata quella di una resa dell’altro. È accaduto, ad esempio, nel caso dei contatti diretti con gli Houthi: Trump ha negoziato dei salvacondotti per tutelare unicamente e unilateralmente gli interessi statunitensi, ma raccontava che gli Houthi si erano arresi, mentre in realtà continuavano a bombardare Israele per dimostrare che la resa non c’era stata. Il punto è che gli yemeniti avevano un accordo con gli Stati Uniti e, nei fatti, con Washington avevano sistemato i conti, ma non con gli altri. Ma questo per gli Usa era sufficiente. Questo intreccio tra azione e racconto è parte integrante dell’unilateralismo radicale dell’America di adesso, dimostrato anche dal ritiro unilaterale americano da 66 agenzie di cooperazione internazionale.
Qui, il Venezuela – con l’arresto del leader del regime Nicolas Maduro – sembra diventare il banco di prova di questa nuova dottrina. Qual è la logica di questa operazione e quali rischi comporta?
Fermo restando che non ho alcuna nostalgia del “dittatore Maduro” e che la condanna di quel sistema non può che essere chiarissima, la vicenda venezuelana è un’espressione evidente di questo unilateralismo radicale, che Trump traduce nella cosiddetta “Dottrina Donroe”. In origine la dottrina Monroe serviva a evitare che le potenze europee avessero influenza in America Latina; oggi il principio viene reinterpretato in chiave nuova, riguardo a Cina, Russia e per certi versi Iran.
Non siamo di fronte a un “regime change” ma a un “regime adjustment”, ossia non un cambiamento di regime bensì a un “aggiustamento di regime”, coerente con gli interessi americani. Le figure dell’opposizione come Edmundo González Urrutia e María Corina Machado sono state di fatto liquidate: del primo non si è parlato anche se era considerato il vincitore delle passate elezioni, dell’altra, Premio Nobel per la Pace, il presidente americano ha detto che non ha il rispetto del suo Paese. Trump ha innescato una modifica degli equilibri interni del potere di Maduro. È una sfida che fa tremare le vene ai polsi, perché l’operazione militare, pur tecnicamente eccezionale, è stata la parte più semplice.
Ora la fase complessa riguarda la gestione del potere interno: Delcy Rodríguez dovrà costruire nuovi equilibri con le altre anime del regime, dal ministro dell’Interno Diosdado Cabello, che rappresenta l’anima socialista, al ministro della Difesa Vladimir Padrino López, che già nel nome evoca legami storici con la Russia. Ma attenzione: la transizione democratica, nel piano proposto dall’amministrazione Trump, è l’ultima fase, probabilmente nemmeno considerata necessaria, purché il regime si allinei agli interessi America First.
Le ultime notizie ci dicono che Caracas ha avviato il processo di liberazione di detenuti politici venezuelani e stranieri: cosa significa questo?
Si tratta sicuramente di un segnale positivo e importante. L’auspicio è che si possa procedere alla liberazione di tutti i prigionieri politici, e quindi di tutti gli italiani ingiustamente detenuti in Venezuela. E qui il pensiero va immediatamente ad Alberto Trentini. Poi la spiegazione del gesto prodotta dalle autorità venezuelane dà il senso più chiaro di cosa significhi aggiustamento di regime. Non è un caso che il presidente dell’Assemblea Nazionale Venezuelana, Jorge Rodirguez, fratello dell’attuale presidente Delcy Rodriguez, abbia parlato di un atto unilaterale di pacificazione nazionale che parla al mondo. Pur essendo evidente che su questo genere di situazioni ci sia stata pressione americana e della Comunità internazionale, si è inteso inoltre ringraziare pubblicamente tre mediatori: primo l’ex primo ministro spagnolo Zapatero, storicamente punto di collegamento tra il Venezuela di Maduro, la Spagna e complessivamente l’Europa; il presidente brasiliano Lula, che in questo momento, anche nell’immaginario collettivo del Sudamerica, rappresenta la più forte alternativa alla Dottrina Donroe; infine il Qatar, che si conferma ancora una volta, in uno scenario lontanissimo dal Medio Oriente, l’“amico necessario” di cui non si può fare a meno in tutte le situazioni border-line del mondo. In sostanza, c’è una rilevantissima novità (la liberazione dei prigionieri), e tutto viene spiegato in un quadro di continuità del sistema, sia con i ringraziamenti che con l’annuncio dell’atto unilaterale. È questo il senso profondo dell’aggiustamento di regime.
Ma tutto questo processo che rischi comporta?
Il rischio è che qualcuno abbia trattato con gli Stati Uniti e che questo sospetto diventi un’arma politica interna, alimentando l’angoscia del tradimento e minando l’unità del gruppo dirigente, dando spazio a rivendicazioni di gruppi armati che traggono vantaggio dalla destabilizzazione. Non dimentichiamo a questo proposito le anime interne del regime o i gruppi appena oltre il confine colombiano come le Farc e l’Eln, espressione più alta e organizzata della guerriglia armata.
Se dunque il processo dovesse generare instabilità o insorgenze, gli Stati Uniti sarebbero pronti ad assumersi una responsabilità diretta, anche militare? E come si concilia tutto questo con l’ideologia MAGA?
Qui si apre una contraddizione evidente. Se la transizione dovesse funzionare male e produrre destabilizzazione, la domanda è proprio quella: gli Stati Uniti di Trump possono assumersi la responsabilità militare di un Paese che potrebbe precipitare in un conflitto e diventare un problema strategico. Questo si scontra con uno degli elementi fondanti del pensiero MAGA: la critica agli Stati Uniti che si sono proposti come promotori della democrazia nel mondo.
La storia recente insegna che l’Occidente è stato bravo a rovesciare regimi di dittatori spietati, ma molto meno a gestire le fasi successive. Libia, Iraq e Afghanistan sono esempi lampanti. L’idea di non spendere più sangue e risorse americane in questo tipo di operazioni è parte integrante della formazione del pensiero trumpiano. C’è chi sostiene come il segretario alla Difesa Pete Hegseth che il Venezuela non sia l’Iraq, ma la domanda resta aperta: siamo davvero sicuri che uno scenario di destabilizzazione strutturale non sia possibile? Intanto, non dimentichiamo che questa notte cinque repubblicani del Senato si sono uniti ai legislatori democratici, votando per far avanzare la legislazione che costringerebbe il Commander-in-Chief a chiedere l’approvazione del Congresso prima di intraprendere qualsiasi ulteriore azione militare in Venezuela.
In questa partita il petrolio appare tra i fattori centrali. Tra aumenti dei prezzi in corso e i primi segnali di collaborazione dalla venezuelana PDVSA, quanto pesa il greggio?
Far rientrare le major americane in Venezuela è un obiettivo chiaro, ma per ricostruire la capacità di estrazione e sfruttare l’enorme potenziale petrolifero del Paese, il primo al mondo, servono investimenti stimati intorno ai 100 miliardi di dollari. Parliamo di anni, non di mesi. C’è uno scambio immediato possibile, ma la messa a regime richiede tempo, e le stesse major chiedono garanzie.
Trump, che ha sempre una narrativa immediata, ne è consapevole e infatti ha tarato la retorica su questo fronte. Allo stesso tempo, uno degli elementi chiave della sua politica energetica è stato cercare di mantenere il prezzo del petrolio sotto i 50 dollari al barile, perché i cittadini americani sono molto sensibili al costo alla pompa. Potrebbe riuscirci nel breve periodo? È una sfida, perché ci sono anche studi che indicano come la prosecuzione dell’embargo venezuelano potrebbe invece far salire i prezzi. Anche qui tutto si muove sul filo del rasoio.
Quali sono le conseguenze di tutto questo per Russia e Cina?
La perdita di influenza in Venezuela produce effetti non banali, soprattutto per la Russia, che aveva rapporti profondissimi con Caracas. È un colpo netto. Lo stesso vale per la Cina, legata al Venezuela soprattutto dal petrolio. Ma per Pechino il discorso non si ferma qui: l’unilateralismo radicale americano in America Latina può spingere altri Paesi della regione a rafforzare i legami con la Cina, a partire dal Brasile. Non va dimenticato che il leader cinese Xi Jinping è stato il protagonista assoluto del G20 in Brasile, con la proposta del Corridoio Bi-Oceanico, per collegare Pacifico e Atlantico. Ma nel caso del Brasile la dimensione geopolitica si intreccia con una partita politica interna delicata: il presidente Luiz Inácio Lula da Silva vede in Trump il principale sponsor internazionale del suo rivale politico Jair Bolsonaro, attualmente detenuto nelle carceri brasiliane e di cui Trump ha chiesto la grazia, e il rapporto con la nuova amministrazione americana assume per il presidente brasiliano un valore quasi esistenziale.
L’unilateralismo americano potrebbe implicare anche un riconoscimento implicito di altre aree di influenza globale. Ma che effetti produce questo messaggio sui grandi dossier strategici aperti?
Più in generale, quando Trump afferma che esiste un Emisfero Occidentale in cui gli Stati Uniti “danno le carte”, implicitamente riconosce che ce ne sono altri in cui si muovono diversi attori con diversa centralità. La Cina ha per esempio capito subito, dopo la caduta del Muro di Berlino, che la partita non era più Usa-Urss ma Washington-Pechino. Da allora ha seguito la strategia del “nascondi la tua capacità e aspetta il tuo momento”. In questo quadro, il Venezuela rafforza la posizione cinese, e Pechino potrebbe diventare più sicura di sé sul dossier che considera prioritario: Taiwan.
Lo stesso schema si riflette sulla Russia in chiave Ucraina. Anche qui il fattore tempo è centrale. Tutto il dibattito occidentale è oggi costruito sull’ipotesi di un cessate il fuoco, che però Mosca ha respinto categoricamente. Il vertice dei Volenterosi dei giorni scorsi è stato importante ed è importante continuare a lavorare sulle future garanzie di sicurezza per Kyiv, ma siamo in un periodo ipotetico, perché manca il presupposto fondamentale. E la Russia ha appena dichiarato che l’eventuale presenza di truppe europee sul territorio ucraino potrebbe costituire un obiettivo militare legittimo. Non va dimenticato che anche i leader autocratici hanno un senso profondo della politica: Vladimir Putin, nei dodici mesi precedenti alle elezioni americane, ha mantenuto un profilo sorprendentemente basso, in attesa dell’esito del voto. In un contesto segnato da elezioni cruciali in Occidente durante questo anno e da una percezione di fragilità dello schieramento euro-atlantico, attendere può apparire, dal punto di vista russo e cinese, una scelta razionale per negoziare in futuro da posizioni di maggiore forza. Tutto, chiaramente, senza rinunciare alla pressione militare, con l’impiego anche di nuovi sistemi d’arma come il missile ipersonico Oreshnik, posizionati anche in Bielorussia.
Altro argomento di cronaca, tendenzialmente legato a tutto il discorso fatto finora, è l’attenzione americana verso la Groenlandia e il messaggio implicito all’Europa: cosa ci dice del rapporto transatlantico e del ruolo dell’Unione Europea?
Guardare alla Groenlandia, per Trump, significa mandare un messaggio all’Europa: vi tengo in considerazione, ma siete marginali. È coerente con quanto scritto nella National Security Strategy, dove si fa riferimento al rischio di declino della civiltà europea. Nell’unilateralismo radicale americano non si guarda in faccia a nessuno, nemmeno alla Nato. Ricordiamo che uno degli ultimi atti della maggioranza democratica precedente è stato quello di blindare l’uscita unilaterale degli Stati Uniti dalla Nato a un processo di voto al Congresso.
La Groenlandia ha un valore soprattutto economico e geostrategico: terre rare, scioglimento dei ghiacci, nuove rotte. Gli Stati Uniti aprono alla logica dei trattati di libera associazione, cercando un rapporto diretto con la popolazione locale inuit ed escludendo la Danimarca. È qualcosa che è già avvenuto con alcune isole del Pacifico. Ma è interessante notare che, dopo le dichiarazioni di Trump, i partiti locali favorevoli a un rafforzamento del legame con Copenaghen si sono rafforzati alle ultime elezioni. Significa che i rischi ci sono, sempre.
In questo scenario, quale spazio ha l’Europa dunque?
Le leadership europee devono capire che la scelta strategica americana non va vissuta come una minaccia, ma come una sfida esistenziale, irreversibile. Se passa l’idea che ogni Paese europeo possa rispondere meglio da solo all’unilateralismo radicale americano, allora la partita è persa in partenza. Un esempio emblematico è l’Ungheria: le prossime elezioni, previste entro aprile, rappresentano un passaggio cruciale, perché per la prima volta Viktor Orbán non parte in una posizione di favorito. È qui che l’Unione Europea dovrebbe dimostrare di avere un’identità politica riconoscibile e una capacità di incidere, non solo sul piano interno ma anche nella percezione esterna: la leadership europea dovrebbe essere sponda per le forze europeiste ungheresi, contro una delle principali vulnerabilità dell’Unione.
Ed è con l’unione che l’Europa può giocare un ruolo centrale, soprattutto nel rapporto con il Global South. C’è una parte di mondo che guarda all’Unione Europea come a un interlocutore indispensabile. Per questo è fondamentale, ad esempio, che l’assemblea degli ambasciatori degli Stati membri dell’Ue (Coreper) abbia approvato l’accordo con il Mercosur, con, alla luce del no francese, l’importante voto favorevole dell’Italia. Mentre prevale l’hard power, il soft power europeo resta rassicurante. Ma per farlo funzionare serve una nuova idea di Europa, capace di tenere insieme le partite interne e la proiezione globale. Così il nostro continente potrà avere un ruolo centrale nel nuovo ordine mondiale, che ricordiamoci: non può essere costruito senza il Sud del Mondo, e il Sud del Mondo non può essere lasciato interamente nelle mani di Cina e Russia.
















