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Dal Medio all’Estremo Oriente. Katulis (Mei) analizza la visita di Meloni tra Oman, Giappone e Corea

“La strategia di Giorgia Meloni è sostanzialmente in linea con la posizione generale di Washington nei confronti dell’Indo-Pacifico, trattandosi di un approccio sottile e sfumato volto a massimizzare il potenziale e le relazioni dell’Italia a livello globale”. Brian Katulis, vice president for Policy and Senior Fellow del Middle East Institute, legge il lungo viaggio della premier in questa fase di profonda incertezza geopolitica

Le prossime ore vedranno l’avvio per la premier italiana Giorgia Meloni del viaggio istituzionale nell’area dell’Indo-Pacifico (compresa una prima tappa in Oman), inizialmente previsto per lo scorso agosto ma poi rimandato a causa degli sviluppi (in quel momento molto promettenti) sul negoziato di pace in Ucraina. Già la decisione di rimandare, e non di annullare, il tour diplomatico suggeriva la rilevanza di questa iniziativa all’interno della visione di politica estera del governo italiano, che non intende rimanere sganciata da una regione cruciale come quella dell’area indo-pacifica. Come guardare dunque al viaggio di Meloni? Formiche.net ha chiesto a Brian Katulis, vice president for Policy and Senior Fellow del Middle East Institute, di condividere la sua lettura della questione.

Come va interpretata questa iniziativa del primo ministro Giorgia Meloni nell’Indo-Pacifico?

L’iniziativa italiana nell’Indo-Pacifico fa parte di una strategia abile volta a diversificare la portata e l’impatto globale dell’Italia in un momento di estremo rischio geopolitico e incertezza, in cui è compresa anche un’incertezza senza precedenti in America, e in cui la Cina continua ad affermarsi come una forza da non sottovalutare nella regione e in tutto il mondo in molti settori. Mentre le relazioni nelle alleanze occidentali cambiano, l’Italia si sta posizionando come produttore di sicurezza e stabilità, e non solo come consumatore, seguendo un approccio pragmatico volto ad approfondire i legami dell’Italia in quella regione chiave del mondo.

Quanto è importante la coerenza nel tempo per potenze medie come l’Italia quando si impegnano in una regione competitiva come l’Indo-Pacifico?

La coerenza e l’affidabilità sono ingredienti fondamentali per produrre sicurezza e prosperità durature nell’odierno e complesso mondo multipolare. Il fatto che una potenza media come l’Italia stia rafforzando la propria industria della difesa interna, in particolare nei settori navale e aerospaziale, espandendo e approfondendo al contempo i legami in tutto il mondo in regioni chiave come l’Indo-Pacifico e il Medio Oriente, è un segno dei tempi che indicano quanto molti Paesi siano diventati incerti sul ruolo che potenze globali come America, Russia e Cina svolgono oggigiorno.

Come si inserisce questa iniziativa italiana nella più ampia posizione di Washington nell’Indo-Pacifico? È vista dagli Stati Uniti come un utile complemento alla strategia americana o piuttosto come una mossa politica simbolica?

La strategia indo-pacifica di Giorgia Meloni è sostanzialmente in linea con la posizione generale di Washington nei confronti dell’Indo-Pacifico, trattandosi di un approccio sottile e sfumato volto a massimizzare il potenziale e le relazioni dell’Italia a livello globale. La vedo meno come una mossa politica nazionalista simbolica. La Strategia di Sicurezza Nazionale del 2025 della seconda amministrazione Trump ha affermato che l’Indo-Pacifico “continuerà ad essere uno dei principali campi di battaglia economici e geopolitici del prossimo secolo”, sottolineando che esso “è già la fonte di quasi la metà del Pil mondiale in base alla parità di potere d’acquisto (Ppp) e di un terzo in base al Pil nominale”, che “tale quota è destinata a crescere nel corso del XXI secolo” e che “il presidente Trump ha firmato importanti accordi durante i suoi viaggi dell’ottobre 2025 che approfondiscono ulteriormente i nostri forti legami commerciali, culturali, tecnologici e di difesa e ribadiscono il nostro impegno a favore di un Indo-Pacifico libero e aperto”. Meloni sta posizionando l’Italia in modo che sia più proattiva che reattiva alle dinamiche in quella regione del mondo, e lo sta facendo in modo da consentire all’Italia di mantenere un forte coordinamento con gran parte dell’Europa. E anche con gli Stati Uniti.

Da una prospettiva europea, l’apertura di Meloni verso l’Indo-Pacifico rafforza un approccio più coordinato dell’Unione Europea alla regione o riflette una tendenza verso strategie sempre più nazionali tra gli Stati membri dell’Ue?

Offre la possibilità di un approccio più coordinato dell’Ue alla regione, presentando un modello che altri Paesi europei possono seguire e vie per il coordinamento con l’Italia. Un partenariato di sicurezza più definito con il Giappone e la Corea del Sud contribuirà a rafforzare la sicurezza complessiva dell’Unione su questioni come la guerra della Russia contro l’Ucraina. Ciò che l’Italia sta facendo è in linea con il quadro strategico dell’Ue per l’Indo-Pacifico del 2025, che delinea tre interessi strategici fondamentali: “Le sfide in materia di sicurezza e difesa, la transizione verde e digitale, la sicurezza commerciale ed economica”. L’Italia sta proponendo un approccio che tutela i propri interessi nazionali, invitando al contempo alla cooperazione con altri Paesi europei nell’Indo-Pacifico.

Possiamo interpretare questo atteggiamento in un’ottica “anti-cinese”? L’Italia si sta posizionando come parte di uno sforzo più ampio per contrastare l’influenza della Cina, o sta ancora cercando di trovare un equilibrio tra impegno e cautela strategica?

L’Italia sta cercando di coinvolgere in modo pragmatico i partner che condividono gli stessi interessi e le stesse preoccupazioni, evitando al contempo una nuova guerra fredda, e ovviamente calda, con la Cina. L’Italia intraprende una cooperazione tattica selettiva con Pechino quando si tratta del quadro dell’Ue e dei canali economici aperti. Ma al tempo stesso la Cina è il principale concorrente dell’Italia in Africa, mentre Meloni persegue le iniziative del Piano Mattei con il Corridoio Lobito in Africa. Questo viaggio e gli incontri bilaterali includono sforzi per proteggersi dal regresso democratico e salvaguardare le rotte marittime strategiche in un sistema internazionale basato sulle regole. Se questo si possa leggere in chiave anti-cinese, è un altro discorso.


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