In Iran le proteste non accennano a diminuire e la repressione si fa ogni giorno più dura. In molti vogliono la fine della Repubblica islamica, ma sul come ottenerla e su cosa dovrebbe succedere dopo le opinioni divergono. Nel frattempo, i morti tra i manifestanti aumentano. Intervista a Shahin Modarres, analista esperto di Iran e Medio Oriente e commentatore per Al Jazeera e BBC News
L’Iran è attraversato dalla più forte ondata di proteste degli ultimi anni, e le informazioni da dentro il Paese si fanno sempre più rarefatte da quando il regime ha oscurato la rete internet. Nel frattempo, mentre gli Usa valutano la possibilità di intervenire militarmente (forse anche con il supporto di Israele) in favore dei manifestanti, il regime continua a sparare sulla folla, chiedendo peraltro un riscatto per avere indietro i corpi. Airpress ha parlato con Shahin Modarres, responsabile dell’Iran Team dell’Itss Verona, per capire la situazione sul campo, i possibili sviluppi e analizzare le diverse anime che alimentano la protesta contro il regime degli Ayatollah.
Iniziamo dalla situazione sul campo, cosa sappiamo da quando sono state interrotte le comunicazioni?
Siamo al quinto giorno consecutivo di blackout totale. Non solo internet è stato completamente oscurato, ma sono state bloccate anche le linee telefoniche fisse e mobili. Di fatto, da cinque giorni non abbiamo una visione chiara e verificabile di ciò che sta accadendo in Iran. Anche i sistemi alternativi, come Starlink, sono stati in parte neutralizzati dalle interferenze della Repubblica islamica, che ne sta disturbando il segnale.
Secondo Iran International sarebbero almeno 12mila i morti. Si tratta di una stima basata su riscontri incrociati e informazioni considerate affidabili. Con il taglio delle comunicazioni, anche la possibilità di aggiornare i dati è venuta meno. Questo rende plausibile che il bilancio continui a crescere.
Che tipo di repressione è stata messa in atto dalle forze del regime?
Le testimonianze da Teheran parlano di una situazione molto grave. Ci sono stati casi in cui i feriti sono stati uccisi direttamente in strada, con colpi alla testa, per “finire il lavoro”. Questo è un crimine di guerra. Le forze di sicurezza sono anche entrate negli ospedali per arrestare o uccidere direttamente i manifestanti feriti, violando apertamente le Convenzioni di Ginevra e lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale. Parliamo di crimini contro l’umanità. Alle famiglie viene chiesto di pagare l’equivalente di 4.200 euro per riavere il corpo dei propri cari e ottenere il permesso di celebrarene il funerale. Questa somma corrisponderebbe, secondo quanto riferito, al costo dei proiettili utilizzati per ucciderli.
Quanto sono estese le proteste al di fuori della capitale?
Le proteste stanno coinvolgendo l’intero Paese, con un’intensità che non si vedeva dal 2009. Anche città tradizionalmente fedeli al regime sono scese in piazza. A Mashhad, importante centro religioso nel nord-est, e a Qom, considerata il cuore dello sciismo iraniano, si sono registrate manifestazioni significative. Tuttavia, non abbiamo informazioni dettagliate sulla situazione in alcune aree particolarmente sensibili, come il Kurdistan iraniano e il Baluchistan.
Cosa rende queste proteste diverse dal solito?
Un fattore di forte impatto emotivo è stato il messaggio di Donald Trump, quando ha dichiarato che, in presenza di crimini contro l’umanità, gli Stati Uniti sarebbero pronti a intervenire. Questo ha rappresentato un incentivo psicologico importante per parte della popolazione iraniana che vede nell’aiuto militare esterno l’unica via per rovesciare la Repubblica islamica.
Sappiamo che queste proteste sono animate da diverse sensibilità politiche e sociali. Quali forze le stanno animando?
Le proteste sono nate inizialmente dal bazar di Teheran, spinte principalmente da ragioni economiche. Successivamente, si sono uniti gli studenti universitari, poi i lavoratori in sciopero nel nord-ovest del Paese, in particolare a Tabriz e nell’Azerbaigian iraniano. In seguito, anche nelle regioni curde si sono registrate mobilitazioni, accompagnate da un appello allo sciopero generale da parte dei partiti curdi iraniani.
Quanto alle anime della protesta, esistono diverse correnti politiche: monarchici, repubblicani, liberaldemocratici e altri gruppi, che riflettono la natura intersezionale della società iraniana. Il punto è che, in questi anni, queste forze non sono riuscite a unirsi né a esprimere una leadership condivisa.
Quindi ci sono diverse anime, concordi nel volere la fine della Repubblica islamica, ma in contrasto sul resto. Che ruolo sta giocando Reza Pahlavi in questo contesto?
Reza Pahlavi (figlio dell’ultimo Scià, ndr.) rappresenta una parte non marginale della società iraniana. Secondo le stime di un istituto accademico indipendente, circa un terzo della sfera politica iraniana si riconosce nella sua figura. Tuttavia, questo consenso non è mai riuscito a tradursi in una capacità di unificare l’opposizione e produrre un cambiamento politico concreto negli ultimi decenni.
Negli ultimi giorni Pahlavi ha dichiarato che 50mila membri delle forze armate e delle forze dell’ordine iraniane avrebbero preso contatto con lui, e che all’interno del Paese esisterebbe una rete pronta a schierarsi contro la Repubblica islamica. Tuttavia, se questo fosse vero, non ci si spiegherebbe perché i massacri continuano ad andare avanti in modo così sistematico. Il punto non è attribuire responsabilità dirette per i morti, che restano in capo al regime, ma interrogarsi sulla responsabilità politica di dichiarazioni che, allo stato dei fatti, non trovano ancora riscontro sul terreno.
La bandiera con il leone e la spada che sta drappeggiando queste proteste indica che il popolo iraniano rivuole la monarchia?
No. Il popolo iraniano vuole la fine del regime criminale che governa il Paese da 46 anni, la bandiera col leone non è un simbolo esclusivo della monarchia, ma un simbolo storico dell’Iran, utilizzato per secoli e percepito da molti come emblema dell’unità nazionale, al di là delle appartenenze politiche. La sua presenza nelle piazze non indica automaticamente un sostegno alla restaurazione monarchica, ma piuttosto il rifiuto della Repubblica islamica.
In caso di un intervento militare esterno, esistono forze interne in grado di rovesciare l’apparato del regime, in particolare i Pasdaran?
L’idea che l’Artesh (l’esercito regolare iraniano) sia strutturalmente distinto dai Pasdaran (la Guardia della Rivoluzione) è in larga parte una narrativa fuorviante. Da anni molti i vertici dell’Artesh provengono direttamente dai Pasdaran, inseriti lì con l’approvazione della Guida suprema. Perché si produca un vero cambiamento rivoluzionario, è necessario che una parte significativa delle Forze armate e di polizia smetta di sparare sui manifestanti. Questo, al momento, non è avvenuto in modo collettivo, ma solo in episodi sporadici.
Al di là degli Stati Uniti, cosa pensa dell’atteggiamento dell’Europa e dell’Italia?
I Paesi europei, Italia compresa, avrebbero potuto fare di più. Non ci si aspettava un intervento militare europeo, ma nemmeno un silenzio così marcato. Ci sono state condanne pubbliche contro le repressioni, sì, ma le condanne non salvano le vite. Sarebbe stato possibile esercitare una pressione diplomatica e politica più incisiva, come ha fatto Trump, annunciando dazi al 25% sui Paesi che continuano a fare affari con la Repubblica islamica. In Italia, un primo segnale è arrivato dal ministro Guido Crosetto, ed è stato apprezzato, ma resta insufficiente rispetto alla gravità della situazione.
Quali scenari si aprono ora?
È difficile fare previsioni. La popolazione iraniana attende e spera in un intervento americano. Senza un intervento esterno, se le proteste verranno soffocate, la Repubblica islamica riprenderà con le esecuzioni di massa e la repressione si farà ancora più dura. È uno schema già visto in passato: ogni volta che il regime sopravvive a una crisi, la situazione peggiora ulteriormente.
















