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Chi protesta e contro chi? Cristiano racconta l’Iran dal 1979 a oggi

Davanti al disastro epocale delle migliaia di morti nelle piazze del Paese, forse la cosa più importante che possiamo fare, oltre a inorridire, è capire chi sono coloro che stanno manifestando e che rischiano ogni giorno la morte e contro chi protestano

Alcune fonti parlano di 12mila manifestanti assassinati in Iran tra l’8 e il 9 gennaio scorsi. Vi si sarebbe giunti anche in base a fonti mediche. Il regime replica parlando di “2mila vittime”. Davanti a un simile disastro epocale, forse la cosa più importante che possiamo fare, oltre a inorridire, è capire chi protesta e contro chi.

Prodotto di una rivoluzione dai mille volti, dalle mille storie unite dal no all’asservimento dello scià alle potenze coloniali ed ai metodi feroci della sua polizia segreta, il Savak, la storia della rivoluzione multidimensionale e multiculturale del popolo iraniano è presto deragliata in qualcosa di profondamente diverso dalle sue origini.

Si era agli albori del nuovo Iran rivoluzionario e tutto sembrò subito prendere una piega nuova con il sequestro degli ostaggi all’ambasciata americana di Teheran, il 4 novembre del 1979. Infatti il giorno seguente, il 5 novembre di quell’anno, il primo ministro, Mehdi Bazargan e il ministro degli Esteri si dimisero. È per questo che alcuni definiscono quell’azione un golpe.

Tra i fondatori del Movimento di Liberazione Iraniano e più volte arrestato dagli uomini dello scià, Bazargan era un autorevole esponente dell’islam illuminato, o spirituale, per il quale i profeti non sono venuti a dettare leggi, ma a parlarci di Dio e della vita ultraterrena; le leggi si cercano con la ragione.

La teocrazia, che con le sue dimissioni, cominciò a diventare una spettro più forte dello spirito repubblicano e questo non faceva per lui. Poco tempo ancora e arrivò il turno dell’esponente di un’altra anima della rivoluzione, il primo presidente della Repubblica islamica, Abdolhassan Bani Sadr (o Banisadr), fuggito dal Paese il 22 giugno 1981 dopo essere stato eletto il 4 febbraio 1980; Bani Sadr era un nazionalista liberale di formazione, laureato alla Sorbona, sostenitore della tesi che l’islam fosse “giustizia sociale e pluralismo politico”.

Alle elezioni popolari ottenne il 75% dei voti. Ciò nonostante alle elezioni parlamentari, che stranamente non si svolsero prima o contestualmente, ma un mese dopo, il suo partito ebbe pochi voti e già allora si denunciarono gravissimi brogli, come sarebbe accaduto in numerose elezioni presidenziali successive. Vinse il partito di Khomeini, che alle presidenziali ebbe pochissimi voti e che impose un premier totalmente ostile a Bani Sadr.

La linea di Khomeini e del suo premier era “non ci interessa nulla dell’economia”. Questo era un attacco a Bani Sadr, profondo conoscitore dell’economia e quindi sostenitore della chiusura della crisi degli ostaggi. Bani Sadr non era un servo degli americani, voleva anche evitare che le armi continuassero ad affluire all’Iraq che si preparava ad attaccare l’Iran nel 1980. Bani Sadr andò al fronte, rischiando la vita, ma favorì l’accordo sugli ostaggi americani, che fu trovato a ottobre del 1980; ma Khomeini li trattenne anche dopo l’accordo, e  quando si votò negli Stati Uniti, il 4 novembre 1980, gli ostaggi erano ancora lì e proprio la scelta di Khomeini consentì la vittoria di Reagan.

Era un inesperto, un rancoroso Khomeini? Come mai rilasciò gli ostaggi proprio quando fu eletto Reagan? Si legge in un rapporto della Cia del 5 febbraio 1980 su Bani Sadr: “Sebbene sia generalmente considerato favorevole ad un accordo con gli Stati Uniti sulla crisi degli ostaggi, la sua visione su altre questioni rilevanti per gli Stati Uniti è meno accomodante: è favorevole alla politica internazionale dei non allineati, e difficilmente ristabilirà rapporti stretti con gli Stati Uniti. È contrario ad un aumento della presenza militare statunitense nella regione del Golfo Persico, respinge accordi di mutua sicurezza con nostri alleati come l’Arabia Saudita e l’Egitto ed è a favore dell’esportazione della rivoluzione. Allo stesso tempo ha frequentemente criticato l’Unione Sovietica, specialmente dopo l’invasione dell’Afghanistan”. Molti sostengono che Bani Sadr lavorasse ad un accordo con l’Iraq, ma per molti se la pace l’avesse portata lui sarebbe stata la vittoria delle forze filo-imperialiste.

Anche oggi c’è chi accusa i rivoltosi di essere agenti dell’imperialismo americano. Di certo è quanto afferma il regime di Teheran. Curioso, visto che i dati dell’economia iraniana, abbastanza noti, in Iran li conoscono tutti, anche gli ayatollah.

Questa nuova ondata di proteste è cominciata il 28 dicembre dello scorso anno, il dollaro quel giorno è arrivato a valere 1,43 milioni di rial iraniani, l’inflazione a dicembre ha raggiunto il 42%, i prezzi dei generi alimentari sono aumentati del 72%. Così i mercanti del bazar hanno chiuso. I lavoratori, gli studenti, le giovani generazioni si sono uniti alla protesta che è diventata nazionale. Saranno servi dell’imperialismo americano i rivoltosi o un popolo che non ce la fa più?

C’è poi l’imperialismo khomeinista, visto che Teheran parla di agenti dell’imperialismo americano. L’isolamento dell’Iran è cominciato per la cattura degli ostaggi americani, poi c’è stata l’aggressione irachena, sostenuta dall’estero, come accennato. Ma quasi contemporaneamente gli iraniani costruirono, con l’impegno diretto della loro ambasciata in Siria, un partito in armi in Libano, Hezbollah, per statuto fedele alle indicazioni della guida spirituale della rivoluzione iraniana.

È l’esportazione della rivoluzione, che poi farà perno sul battaglione al Quds, associato ai pasdaran, vero fulcro del regime, che dopo la guerra con l’Iraq ha visto crescere il suo peso, soprattutto nella gestione dell’economia. Questa esportazione della rivoluzione, un neo-imperialismo, ha riguardato tutti i Paesi che separano l’Iran dal Mediterraneo, a cominciare dall’Iraq, dove le milizie filo-iraniana esprimono un cartello di partiti.

Tutto questo è diventato decisivo in una visione sempre più basata sulla cultura apocalittica; acuire la scontro con i nemici per avvicinare l’ora della fine del mondo, quando il bene prevarrà definitivamente. Per Khomeini i martiri non muoiono, raggiungono il dodicesimo imam, che vive nel nascondimento e tornerà alla fine dei tempi: da lì, da questo tempo mediano, opererebbero per avvicinare la fine dei tempi e la definitiva vittoria del bene.

Questi sono alcuni dei titoli necessari alla discussione, senza tener conto del più importante, la costante repressione, dei massacri compiuti sin dagli anni ’80: fu questa una delle cause di un’altra rottura con il regime del delfino designato di Khomeini, l’ayatollah Montazeri: Andrea Nicastro ha ricordato tempo addietro il nastro in cui si sente Montazeri chiedere a Ebrahim Raisi, poi eletto presidente, di sospendere le esecuzioni in carcere. Questa la risposta: “Ne abbiamo uccisi 750, ancora 200 e abbiamo finito”. Raisi era allora un novello procuratore del tribunale penale di Teheran. Poi sono arrivati i brogli innegabili, massicci, come quello cui fu rieletto Ahmadinejad nel 2009 e della conseguente repressione dell’onda verde, dell’impedimento a moltissimi riformisti, a cominciare dall’ex presidente Khatami a candidarsi, e infine della rivolta del 2022 esplosa dopo la morte in carcere di Masha Amini, colpevole di non indossare correttamente il velo.

Senza alcuna pretesa di cristillazione, credo che la storia, le sue curve, i suoi capovolgimenti, serva a capire.


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