Il nuovo esprit mondiale firmato Donald Trump produce risultati incontrovertibili. Dalle carceri di Maduro escono i detenuti politici. In pochi giorni quel regime fa una inversione che lascia ben sperare sul futuro democratico della nazione. Rimangono accesi molti dubbi sul buon fine di operazioni che lasciano ai popoli la determinazione del loro destino. Attendiamo il turno della Groenlandia, di Cuba e soprattutto dell’Iran. In questi nuovi scenari l’Europa, ancora una volta, è in sala d’attesa. L’opinione di Maurizio Guandalini
Escono dalle carceri del Venezuela alcuni detenuti. Parte del merito va all’azione di Trump che ha impresso una parvenza di svolta democratica al regime dittatoriale di Maduro. A noi non esalta l’artifizio guerrigliero shock and awe di The Donald in Venezuela e nelle altri nazioni inserite nell’elenco delle prossime conquiste, Cuba e Iran comprese. Ma è il capitolato dell’America First. E aggregati. Interessi economici, sicurezza e difesa. Degli Stati Uniti ma pure per i Paesi coinvolti in questi sommovimenti ai quali (si veda il Venezuela come esempio ma pure l’Iran dove l’origine delle proteste è concentrata sul carovita) si fa in modo che i popoli escano dalla povertà e migliorino le loro condizioni di esistenza. Cos’è questa se non una nuova globalizzazione che sta facendo i conti col mondo frantumato dopo la pandemia e il conflitto russo-ucraino?
La dottrina Trump è trasparente. Il Presidente degli Stati Uniti fa, si muove, interviene, scompagina, stravolge, manda all’aria il tavolo. Disorienta. È il suo modo di ribadire quanto è grande l’America. Ritrovata unica super potenza mondiale. Zelensky ha detto una verità sacrosanta che riassume al meglio l’esprit trumpiano: “Se si possono trattare così i dittatori, allora gli Stati Uniti sanno cosa fare (di Putin, n.d.r.)”. Prevale il tono intimidatorio rustico usato. Quello verso Delcy Rodriguez, la vice di Maduro, “fai quello che ti dico o ti andrà peggio del tuo capo”. E infatti nei primi giorni la presidente ad interim ha ammorbidito le sue posizioni parlando di cooperazione e intesa con la Casa Bianca.
Trump ha dato anche una lezione alla Russia e alla Cina offrendo l’andatura di alcune guerre moderne. Attraverso un intenso lavorio di intelligence e addestramento militare che colpisce il cuore delle nazioni compromesse sovvertendo gli equilibri politici interni. Quasi azzerando le vittime e contenendo la presenza di soldati. È una killer application che s’insinua dentro i regimi fino a rovesciarli lasciando poi alle rivolte popolari il compito di disegnare il corso politico delle nazioni. La conquista di territori, tipica degli imperi, non regge, è un costo fuori dalle orbite, tempi biblici e spesso non da tornaconti economici immediati. È la vista di The Donald sul conflitto russo ucraino. Chiedere a Zelensky per la firma degli accordi di sfruttamento del supermarket di quell’area e domani di una zona di libero scambio. Vale la medesima cifra per Gaza. E per il Venezuela ricco di petrolio e materie prime. Quante volte in conferenza stampa da Mar-a-Lago ha accennato alle compagnie americane del petrolio che marceranno su Caracas per riprendersi il maltolto?
Per dire se è giusto o no questo modo di procedere serve essere obiettivi. Si dice del diritto internazionale violato, l’aggredito e l’aggressore, un raggiro della carta dell’Onu. Tesi approvate. Vere che poi nell’antitesi della storia trovano verità incontrovertibili. L’Europa, capitanata dalla force de frappe del Presidente Sarkozy, con l’Italia accodata, andò a bombardare Tripoli dando in pasto alla popolazione inferocita il leader Gheddafi, trucidato per strada sul cofano di una camionetta, quando pochi giorni prima in Occidente si stendevano tappeti rossi ovunque. Cos’era quell’intervento alla francese se non una difesa delle compagnie del petrolio nel loro posizionamento in terra libica? Oggi è impossibile spiegare il caos libico, la frantumazione, le violenze, i regimi in contesa perenne. Un risultato a somma zero. Potremmo citare, in cronologia, la guerra nei Balcani, anche lì siamo alle solite, territori usciti dall’ex Jugoslavia del Maresciallo Tito che vivono ancora sommovimenti delicati tra etnie diverse. E di recente il raid in Siria di Francia e Gran Bretagna per bombardare centrali dell’Isis. Il 2026, in piena terza guerra mondiale a pezzi (Papa Francesco dixit) vedrà espandersi la neo dottrina Trump con annesse giustificazioni che funzioneranno da compound di quel diritto internazionale più volte richiamato à la carte ma ormai trascurato per colpa di tutte le nazioni. Si osservi a tal proposito l’Onu, un ginepraio usurato da veti e controveti che l’ha portato all’immobilismo e alla delegittimazione definitiva.
L’Europa è un moloch preso in contropiede che nasce dalle incertezze e da un posizionamento tifoso nel conflitto russo-ucraino che ha reso il Vecchio continente ultroneo agli effetti della neo dottrina Trump. L’asse di accordo principalmente tra Stati Uniti-Russia (di questo hanno discusso Putin e Trump ad Anchorage in Alaska qualche mese fa), e dietro la Cina, si sostanzia su una nuova Yalta, una divisione del mondo in zone d’influenza dove certo rimane di base l’acerrima competizione tra le nazioni. Per questo tra un po’ toccherà alla Groenlandia, preda del Trump Attack perché c’è in ballo una questione di sicurezza nazionale (e materie prime), in quelle acque ghiacciate è un denso via vai di sommergibili e navi cinesi e russe. Dichiarazioni di principio, di inviolabilità territoriale, il tycoon fa pressing e non si esclude che siano in stato avanzato le trattative per chiudere il cantiere. Con le buone o con le cattive.
Sono i risvolti di una narrazione inedita. Si tratta di intravedere la gestione successiva di queste operazioni che dal punto di vista militare sono ineccepibili ma che accendono delle perplessità sulla transizione che dovrà portare a dei risultati di stabilità e convivenza pacifica. L’Ucraina è in alto mare. I volenterosi continuano fare incontri, parlano di sicurezza per il dopo senza indicare una via per il prima che porti alla pace: a proposito, Macron non doveva parlare con Putin? Ora anche la premier Meloni vede che nei quattro anni di guerra l’Europa si è scordata di scambiare due parole con Putin e pensa sia necessario incaricare un autorevole politico inviato di pace (noi a più riprese avevamo indicato la Merkel in sostituzione della figura più autorevole, quella di Silvio Berlusconi). Gaza è un buco nero in fondo al tram, la fase due di stabilizzazione è sott’acqua. E il Venezuela è lì in attesa di transizione. Incognite dense sull’Iran che sarà. Così Cuba.
Per l’Europa, assente ingiustificata, è tempo di bilanci a Bruxelles come nelle singole nazioni dell’Unione. Occorre parlare di politica internazionale e del ruolo da tenere sullo scenario globale. E lo si può fare resettando l’inerzia tenuta fino ad oggi interpretata da uscite sporadiche di qualche commissario zelante e di alcuni aspiranti a protagonisti del Vecchio continente.
















