Skip to main content

Muscat, Tokyo, Seul. La missione globale di Meloni secondo Pelanda

Secondo Carlo Pelanda, economista e saggista, l’Italia può guardare con rinnovato ottimismo al suo futuro internazionale e alla presenza nei dossier che contano. Non sarà facile e implicherà una duplice scelta, per l’Unione europea e per gli Stati Uniti. Ma proprio questo modello ha portato il Paese a muoversi da solo come moltiplicatore di forza

“L’Italia deve muoversi ‘nazionalmente’ come moltiplicatore di forze e, nell’Indo-Pacifico come nel Golfo, lo sta facendo egregiamente. Mi auguro che questa postura del governo prosegua nel tempo”. Lo dice a Formiche.net Carlo Pelanda, uno dei più autorevoli analisti italiani, oltre che docente e saggista, autore de “L’Italia globale” per Rubbettino che, nel giorno in cui iniziano tre missioni strategiche per la presidente del Consiglio, spiega il perimetro in cui si sta muovendo l’esecutivo, intrecciandolo non solo a sfide epocali come il futuro del Mediterraneo e gli intrecci con l’Artico e gli oceani, ma anche alla nuova competitività delle infrastrutture e dei commerci.

Giorgia Meloni in Oman, Giappone e Corea. Come l’Italia può penetrare in mercati vivi e strategici?

È importante una premessa: il nostro Paese sta perseguendo un modello economico di “Italia globale” perché il suo modello economico interno implica questo tipo di posizionamento, valido principalmente per bilaterali e per partenariati strategici più o meno combinati con la capacità dell’Unione Europea di siglare dei trattati doganali con il resto del mondo. Quindi fondamentalmente il Governo Meloni sta perseguendo una posizione di tipo geopolitico che serve ad aumentare l’export perché non è possibile in pochi anni modificare un modello basato sull’export sostituendolo con più consumi interni.

Lo stesso problema della Germania…

Ma con la differenza che la Germania ha uno spazio fiscale interno diverso dovuto a minor debito che l’Italia non ha. Quindi deve investire più in geopolitica. Questa strada non è facile, ma implica tanta dinamicità. Molto importante è l’accordo preliminare con l’Oman con conseguenze di tipo economico, nonostante la turbolenza di quel quadrante. La visita in Giappone in secondo luogo è fondamentale per rinforzare il partenariato bilaterale strategico portandolo più verso una collaborazione industriale. E infine la Corea del Sud dove probabilmente non vedo un’agenda prioritaria, però comunque fa parte della logica italiana di avere più partenariati strategici con tutto il resto del mondo.

Perché l’Indo-Pacifico è diventato così importante e quali vantaggi otterrà l’Italia da questa sua nuova postura verso quelle regioni?

L’Italia ha avuto da sempre un modello mercantile, l’ho provato personalmente quando collaboravo col ministero degli Esteri negli anni ’90: c’è sempre stata un’attenzione molto forte al perseguimento di accordi anche per le piccole imprese. Quella tattica adesso è diventata una strategia. L’Italia non parte da zero, il modello economico italiano è sempre stato su raggio mondiale. Oggi è strutturato.

Entrando nel merito dei tre bilaterali, il primo è l’Oman che tra l’altro è dirimpettaio dell’Iran: elemento non secondario in chiave geopolitica?

L’Iran è depotenziato e si aprono nuove opzioni di scenario tenendo conto che l’America ha sempre usato l’Iran come strumento per tenere sotto controllo l’Arabia Saudita. Ovvero la minaccia iraniana era utile agli Stati Uniti per mantenere una funzione di arbitro nello scenario regionale. Ma adesso l’Iran non ha più una capacità così forte di diventare potenza regionale. Questo apre uno spazio geopolitico che potrà essere riempito da varie potenze.

Quali?

La Turchia si sta muovendo da tempo, Israele sta guardando l’Arabia Saudita e sta anche riflettendo sulle rotte connesse ai fatti di Teheran. La velocità con cui Roma cerca di prendere posizione è connessa alla sua domanda precedente: perché l’Indo-Pacifico è così importante? Perché c’è una relazione tra la creazione di un mercato mediterraneo costiero e profondo, dove l’Italia ha comunque un peso oggettivo e la sua connettività con l’Indo-Pacifico e con il Nord Atlantico, una rotta che passa per l’eventuale piano della Penisola arabica ma anche via Suez. Per cui la priorità è di riuscire a rendere tranquilla quella rotta, ovvero eliminare la minaccia degli Houthi per il passaggio del Mar Rosso.

Una fase di pax marina potrebbe produrre benefici anche per il mare nostrum?

Il Mediterraneo è un mercato importante ma solo se è connesso bene e se nel futuro riuscirà a competere con la rotta artica. Tale competitività è legata all’efficienza delle connessioni, cioè prima di tutto serve riportare le grandi navi sul Mar Rosso ma solo se si riuscirà a stabilizzare le rotte. Per alcuni transiti diventa efficiente tornare nel Mar Rosso e per il porto Trieste, specialmente per gli scambi nel Mediterraneo, una certa interlocuzione più forte ha tanti aspetti positivi. Tutto ciò è, poi, connesso con l’India: è proprio guardando la matrice globale che si può notare il modo con cui l’Italia sta prendendo la giusta posizione.

I rapporti con il Giappone sono stati elevati a partenariato strategico. L’Expo di Osaka e i Gcap tra le altre cose lo dimostrano. Quale il prossimo step?

Le relazioni fra Tokyo e Roma a questo punto possono immaginare una collaborazione maggiore sul piano sia industriale sia degli investimenti finanziari, senza dimenticare una collaborazione militare: sia il Giappone sia l’Italia hanno comunque l’esigenza di mostrare capacità in un mondo che, anche se resta americano o diventa post americano, registra una fase di cambiamento. Il bilaterale con il Giappone è vitale per l’Italia e lo sarebbe anche per il Regno Unito ma l’Italia ha sicuramente una proiezione ben definita con Giappone, India e anche sull’Australia. Forse sull’Australia è meno visibile perché lì sarebbe meglio arrivare con calma ad un trattato doganale tra Unione Europea e Australia stessa e i dati mostrano che l’Italia ha avuto il maggior vantaggio sia su questo con il Giappone sia con trattato Ue-Canada. Quindi in questo senso l’Italia deve mantenere una forte convergenza con l’Unione europea, ma per avere vantaggi esportativi e commerciali serve l’alleanza con gli Stati Uniti per la penetrazione in Africa. Tenendo conto che il Giappone ha bisogno anche di aumentare il suo export, vedo una convergenza di interessi non concorrenziali tra i due.

Semiconduttori e Corea del Sud, il nesso investe anche il futuro industriale italiano. Seoul inoltre è il primo mercato asiatico per l’export italiano. Utile per diversificare gli acquisti dalla Cina?

Tra Sud Corea ed europei c’è una relazione molto forte che la Cina cerca di in qualche modo di ridurre, smontare o sostituire. C’è una forte pressione della Cina sulla Corea del Sud e Pechino sta concedendo molto, ma ciò non tocca la necessità di un continuo perfezionamento delle relazioni generali tra Italia e Corea del Sud. La priorità per l’Italia resta il Giappone.

Nel dicembre 2023 ha scritto un libro chiamato Italia globale e in cui fondamentalmente c’era una bozza di piano strategico basata su un modello ampio.

Ho una certa soddisfazione nel vedere almeno alcune coincidenze tra quello che avevo scritto e la politica reale estera. L’Italia può guardare con rinnovato ottimismo al suo futuro internazionale e alla presenza nei dossier che contano. Non è facile, non sarà facile e implicherà formule chimiche non basilari, per esempio la duplice scelta, per l’Unione europea e anche gli Stati Uniti. Ma proprio questo modello di duplice realtà ha portato adesso l’Italia a muoversi nazionalmente da sola come moltiplicatore di forza. L’Italia lo sta facendo e sta imparando muovendosi: questa è una postura interessante e utile su vasta scala. Mi auguro che questa postura del governo prosegua nel tempo. Continuando così, l’impatto di tipo economico sulla ricchezza nazionale italiana sarà molto forte.


×

Iscriviti alla newsletter