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Senza il Venezuela la Cina rimane a secco di petrolio. Busserà alla Russia?

Solo un pugno di petroliere salpa ancora dai porti venezuelani per rifornire il Dragone di greggio. E per Pechino, che finora ha comprato oro nero da Mosca a prezzi scontati, potrebbe essere arrivato il momento di bussare nuovamente alla porta del Cremlino

I nodi, prima o poi, vengono al pettine. La Cina rischia di rimanere a secco di petrolio per colpa del Venezuela, dopo che a seguito della rimozione di Nicolas Maduro, sulle esportazioni di Caracas è scattato l’embargo. Come noto, Pechino è tra i principali acquirenti di greggio venezuelano, con una quota vicina al 60% delle proprie importazioni. Il resto dell’oro nero, lo compra dalla Russia. Per questo al Dragone sarebbe persino conveniente che le grandi compagnie americane rimettessero in modo i giganteschi pozzi e giacimenti venezuelani, che oggi generano vendite all’estero irrisorie se confrontate alle immense riserve nel sottosuolo.

Nelle more che tutto questo accada, però, si prevede che le importazioni di petrolio della Cina dal Venezuela crolleranno a partire da febbraio. Questo perché, secondo trader e analisti, sono diminuite le petroliere in partenza per il principale acquirente di greggio di Caracas dopo che gli Stati Uniti hanno rivendicato il controllo del Paese. Il numero di petroliere in partenza dal Venezuela per la Cina, infatti, è diminuito drasticamente dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha imposto a dicembre un blocco alle navi.

Ciò ha spinto gli armatori a invertire la rotta delle loro navi o a rientrare nelle acque territoriali del Paese. Tradotto, la maggior parte delle petroliere è rientrata nel Paese, mentre solo tre hanno proseguito la navigazione verso l’Asia e dovrebbero arrivare in Cina verso la fine di febbraio. Per il Dragone il problema è serio. I cinque milioni di barili che dovrebbero arrivare in Cina, infatti, equivalgono a circa 166.000 barili al giorno, in calo rispetto alla media di 642.000 barili al giorno esportati in Cina nel 2025, pari al 75% della media totale delle esportazioni di 847.000 barili al giorno dell’anno scorso.

A questo punto la Cina potrebbe essere costretta a fare quello che da tempo non aveva più voglia di fare (da quando gli Stati hanno attaccato frontalmente le due principali compagnie petrolifere russe, Lukoil e Rosneft, il Dragone ha cominciato a ridurre gli acquisti fino a mezzo milione di barili al giorno): comprare petrolio dalla Russia, ma non a prezzi scontati e in misura ridotta come finora. La nuova posizione di debolezza di Pechino, infatti, orfana del greggio venezuelano, potrebbe mettere Mosca nelle condizioni di fare essa il prezzo. E decidere la quantità.


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