Caratteristica della sinistra italiana è stata sempre quella di aver invocato la necessità di riformare l’ordinamento giuridico esistente per uniformarlo ai principi di carattere costituzionale. Nel caso considerato, invece, avverrebbe il contrario. Si dovrebbero rimodulare i principi d’ordine costituzionale per renderli uniformi con lo stato della legislazione esistente. Il commento di Gianfranco Polillo
Tra i tanti motivi che spingono a votare SI al prossimo referendum sulla riforma della magistratura, ve n’è uno che taglia la testa al toro. L’esistenza di un principio costituzionale, come quello contenuto nell’articolo 111 della nostra Carta, che non ammette deroghe. Ne deriva che se prevalessero i NO, sarebbe poi necessario procedere ad una sua modifica, non essendo concepibile che in un settore così delicato, come quello dell’amministrazione della giustizia, possa verificarsi una contraddizione così netta tra i principi costituzionali e l’ordinamento giuridico vigente.
In altre parole sarebbe allora necessario abolire ogni riferimento al “giusto processo” per sostituire il modello “accusatorio”, sancito dal suddetto articolo, per tornare a quello “inquisitorio” che fu caratteristica prevalente del vecchio codice Rocco. Il sistema vigente al tempo del fascismo e non superato dalla Costituzione del 1948. Infatti il “nuovo” articolo 111 fu approvato dal Parlamento italiano solo nel novembre del 1999 con la legge costituzionale n. 2. Si tratterebbe, pertanto, di un salto indietro di quasi 100 anni. Motivato solo dall’esigenza di soddisfare le chiusure corporative di una parte della magistratura e del livore antigovernativo di alcuni gruppi della sinistra italiana.
Chi se ne assumerà la responsabilità? La domanda è pertinente. L’attuale discrasia, eventualmente rafforzata dalla vittoria del NO al referendum costituzionale, renderebbe insostenibile la situazione. Si creerebbe, infatti, una zona grigia completamente sottratta all’eventuale giurisdizione della Corte Costituzionale, impossibilitata, per ragioni oggettive, ad intervenire sulle regole effettive che sono alla base dell’attuale processo. Come sarebbe, infatti, possibile dimostrare che, in un determinato momento, il giudice non sia stato “terzo ed imparziale”? Anche nell’eventualità di una revisione dei processi più famosi – si pensi al caso Tortora – non fu possibile ricondurre l’errore giudiziario originario ad una violazione della norma costituzionale.
Non è il solo paradosso. Caratteristica della sinistra italiana è stata sempre quella di aver invocato la necessità di riformare l’ordinamento giuridico esistente per uniformarlo ai principi di carattere costituzionale. Nel caso considerato, invece, avverrebbe il contrario. Si dovrebbero rimodulare i principi d’ordine costituzionale per renderli uniformi con lo stato della legislazione esistente. Sebbene quest’ultima, dal caso Palamara in poi, abbia mostrato contraddizioni così evidenti, da risultare insostenibile.
Basterebbero queste semplici considerazioni per far emergere l’incoerenza delle posizioni assunte da settori così rilevanti della sinistra. Che ignorano o fingono di ignorare chi furono i principali artefici della legge costituzionale n. 2 del 1999. I quali non fecero altro che muoversi lungo la linea tracciata da Giuliano Vassalli. Uomo della Resistenza, quest’ultimo, era riuscito a far evadere dal carcere Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, destinati al plotone d’esecuzione. Socialista da sempre era stato candidato, insieme a Sandro Pertini ed Antonio Giolitti, alla carica di Presidente della Repubblica. Dopo essere stato membro del Parlamento, ministro di Grazia e Giustizia e presidente di commissioni parlamentari. Ed, infine, membro della Corte Costituzionale, fino a divenirne il presidente.
Giurista insigne, oltre che avvocato, i suoi primi studi sul “giusto processo” risalivano al 1986, quando in un convegno a Siracusa, si misurò con le caratteristiche del modello anglosassone, interrogandosi fino a che punto i relativi vantaggi (un processo alla Perry Mason) potessero essere inseriti nell’ordinamento italiano. Intanto contribuiva in modo determinante alla riforma del codice di procedura penale, espungendo dal vecchio ordinamento giuridico i fardelli più pesanti legati alla tradizione del codice Rocco.
La svolta si ebbe nel corso della XIII legislatura: anni caratterizzati dal tentativo di un accordo bipartisan tra maggioranza ed opposizione, purtroppo, non andato a buon fine. In quei cinque anni (dal 1996 al 2001) il dominio della sinistra fu, comunque, assoluto. Prima il governo Prodi (1996/1998), quindi il D’Alema 1 e 2 (1998/2000) ed infine, nell’ultima parte, il Governo Amato. Nel biennio 97/98 fu la bicamerale (Commissione parlamentare per le riforme costituzionali) presieduta, da Massimo D’Alema, a tenere banco. Alla fine se ne fece niente, salvo quel piccolo grande risultato che fu appunto la riforma dell’articolo 111 della Costituzione.
La nuova normativa era, infatti, già contenuta nell’articolo 130 della bozza di riforma, in cui si stabiliva, tra l’altro, che “ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità e davanti ad un giudice terzo”. A seguito della mancata approvazione di tutto l’impianto di revisione costituzionale (il fallimento della bicamerale) queste disposizioni furono stralciate e riprese in numerose proposte di legge, per essere poi sottoposte al vaglio del Parlamento. Dopo intense discussioni, sui vari disegni di legge, si giunse, quindi, ad un testo unificato, che fu approvato “in seconda votazione e con la maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna assemblea” per essere, infine, promulgato il 23 novembre 1999.
È interessante vedere le firme che ne accompagnarono la promulgazione: Carlo Azeglio Ciampi, che da qualche mese era diventato Presidente della Repubblica; Massimo D’Alema, presidente del Consiglio dei ministri ed Oliviero Diliberto, guardasigilli. Dagli “azionisti” rappresentati dall’ex governatore della Banca d’Italia, ai due principali esponenti della sinistra comunista. Il primo allora Presidente dei Ds (Democratici di sinistra), il secondo Segretario nazionale del Partito dei comunisti italiani: la formazione nata dalla scissione dal Pci capeggiata da Armando Cossutta.
Se poi si guarda alle caratteristiche del governo che fece da sponda a quell’iniziativa parlamentare, basti ricordare che Sergio Mattarella ne era il vicepresidente. Ma quello che fa più impressione fu la presenza di Pier Luigi Bersani che allora era ministro delle attività produttive, con delega al turismo. Non proprio l’ultima ruota del carro. Poteva, quindi, dissentire in vari modi e far sentire la sua voce, durante il complesso iter parlamentare, invece di scoprirsi feroce oppositore dopo ventisei anni dalla sua approvazione. Episodio che merita una piccola chiosa. Nessuna crocefissione per chi cambia idea, fino a rinnegare il proprio passato. Ma anche in questo ci vuole stile. Che è un po’ come il coraggio di Don Abbondio. Visto che non tutti ce l’hanno.
















