Washington e Taipei siglano una partnership che prevede una riduzione dei dazi sui beni importati dall’isola e l’esenzione delle tariffe per altri prodotti. In cambio, verranno garantiti 250 miliardi di dollari di investimenti in America e altri 250 miliardi per consolidare la supply chain statunitense. Pechino non ci sta e alza la voce
Quello tra Stati Uniti e Taiwan è un accordo storico. L’amministrazione di Donald Trump promette di abbassare di nuovo i dazi imposti a Taipei, che passeranno dall’attuale 20% al 15% – in un primo momento erano stati del 32%. Altri prodotti importati, come quelli farmaceutici, attrezzature per gli aeromobili e alcune risorse naturali, verranno esentati. Uno sconto dovuto, visto quello che la strategica isola del Pacifico è disposta a mettere sul piatto. Ben 500 miliardi di dollari, da dividere equamente: 250 miliardi andranno per gli investimenti diretti delle aziende taiwanesi negli Usa, mentre altrettanti miliardi fungeranno da garanzie di credito per consolidare la supply chain statunitense. Il “modello Taiwan”, affermano, verrà così riprodotto in America. Esulta ovviamente anche il Dipartimento del Commercio a Washington, che descrive l’accordo come un qualcosa di “storico” che “determinerà un massaccio reshoring del settore dei semiconduttori americano”.
Qualche dettaglio in più arriva dal ministro dell’Economia taiwanese, Kung Ming-hsin. A suo dire, Taiwan manterrà la produzione dei chip più avanzati, con una ripartizione della capacità produttiva con gli Usa che sarà di 85-15 fino alla fine del decennio. Poi il rapporto passerà a 80-20. “Continueremo a rimanere il produttore di semiconduttori per l’IA più importante del mondo, non solo per le aziende di Taiwan”, assicura. Non la vede allo stesso modo l’opposizione, preoccupata che un simile accordo possa indebolire l’isola. Il dominio tecnologico è infatti un deterrente importante per respingere le mire espansionistiche della Cina e, secondo la leader del partito Kuomintang, Cheng Li-wun, quanto deciso con gli Stati Uniti potrebbe “svuotare l’economia” di Taipei. Pertanto, siccome l’accordo dovrà essere votato in Parlamento attualmente controllato dalla minoranza, bisognerà seguire con attenzione i prossimi passi.
Se tutto andrà come dovrebbe, a guidare la nuova partnership sarà inevitabilmente la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (Tsmc). Il colosso dei semiconduttori taiwanese sta vivendo un momento d’oro, al di sopra di ogni più rosea aspettativa. Giovedì ha comunicato che per il quarto trimestre consecutivo è stata registrata una crescita a doppia cifra, mentre per l’anno in corsa si attende un incremento delle entrate del 30%. L’annuncio ha fatto tirare un sospiro di sollievo all’intero settore – è bastato questo a far schizzare le azioni di Asml, azienda olandese di chip che ha Tsmc come cliente principale – a conferma di come la bolla dell’intelligenza artificiale potrebbe essere solo una falsa credenza. O comunque, se esiste, non è vicina all’esplosione. Tsmc ha inoltre già un accordo con il governo americano per espandere il proprio “MegaFab” e costruire tre impianti all’avanguardia. Motivo per cui ha comprato 900 acri di terreno in Arizona.
Naturalmente, quando si parla di Taiwan si parla indirettamente della Cina. Che, come sempre, non rimane indifferente a quello che considera parte del suo territorio, il cortile di casa. E quindi intoccabile da ingerenze esterne. Da Pechino fanno sapere di “opporsi con fermezza alla negoziazione e alla firma di accordi con la regione cinese di Taiwan da parte di paesi che intrattengono relazioni diplomatiche con la Cina, che comportino implicazioni sovrane e siano di natura ufficiale”. Per questo chiede a Washington di “rispettare con rigore i tre comunicati congiunti sino-americani e il principio dell’Unica Cina”, che gli americani riconoscono de iure.
Per la Cina è una questione essenziale. L’importanza di Taiwan sta soprattutto nella sua capacità di garantire risorse che permettono di ottenere i migliori semiconduttori sul mercato. Quelli di Nvidia, tanto per citare un’azienda di riferimento nel campo, vengono prodotti sull’isola. E la questione diventa ancor più importante per il governo di Pechino, che è in cerca dell’indipendenza tecnologica tanto quanto gli Stati Uniti, che partono però con un vantaggio non indifferente in termini di know-how. La Cina sta provando a raggiungerli tramite le proprie forze, ma non è detto che basti. Sono gli stessi sviluppatori cinesi ad ammettere che, nonostante i progressi, senza i chip migliori a disposizione l’America resterà irraggiungibile. Taiwan diventa ancora più strategica per i piani del Dragone, che spera nell’opposizione taiwanese per far saltare il banco con gli Usa.















