Gli analisti della boutique di consulenza American Global Strategies leggono la mobilitazione iraniana come il prodotto di una convergenza di fattori interni ed esterni. Il collasso economico, la perdita di profondità strategica regionale e la pressione statunitense riducono drasticamente i margini di manovra del regime, rendendo la repressione l’unico strumento di sopravvivenza immediata
Le proteste scoppiate in Iran a partire dal 28 dicembre rappresentano, per dimensione e intensità, il più grave episodio di contestazione interna nei confronti della Repubblica Islamica dalla Rivoluzione del 1979. Una realtà che viene resa evidente da alcuni dei (pochi) dati disponibili, che delineano una crisi profonda nata da fattori prettamente economici ma rapidamente trasformatasi in una sfida politica diretta alla sopravvivenza del regime. Tali dati sono stati interpretati da Anthony Ruggiero, Sean Calabria e Rob Pierce, analisti e vicepresidenti della boutique di consulenza American Global Strategies, che sulla loro base hanno fornito una lettura della dinamica attualmente in corso nel Paese turanico.
L’innesco è stato il crollo del rial iraniano, accompagnato da una forte impennata dell’inflazione e dall’aumento dei prezzi di beni essenziali come cibo e carburante. In poche settimane, tuttavia, le rivendicazioni economiche hanno lasciato spazio a slogan e richieste esplicitamente politiche, tra cui la fine del sistema di governo clericale e la caduta della Guida Suprema Ali Khamenei. Sul piano territoriale, la mobilitazione ha raggiunto un’estensione senza precedenti. Le proteste hanno interessato tutte e 31 le province iraniane, coinvolgendo centinaia di città e centri minori. Le forme di protesta sono state molteplici: scioperi, manifestazioni di piazza, assalti a edifici governativi e atti simbolici come la distruzione e l’incendio di simboli del regime. Un livello di partecipazione che ha spinto le autorità a interpretare le manifestazioni come una minaccia esistenziale.
La risposta dello Stato si riflette in numeri altrettanto significativi. A partire dall’8 gennaio, il regime ha imposto un blackout quasi totale di internet e delle comunicazioni, con l’obiettivo di interrompere il coordinamento tra i manifestanti e limitare la diffusione di informazioni sulla repressione. Le forze di sicurezza, inclusi i Pasdaran, hanno fatto ricorso sistematico alla forza letale. Le stime più caute parlano di almeno 2.500 morti, mentre altre valutazioni indicano un numero di vittime che potrebbe superare le 12.000 persone. L’assenza di accesso indipendente al Paese e la censura rendono impossibile stabilire un bilancio definitivo.
Parallelamente, Teheran ha segnalato l’intenzione di avviare processi accelerati e di ricorrere alle esecuzioni nei confronti dei manifestanti arrestati, rafforzando il clima di deterrenza interna. Secondo le informazioni disponibili, la violenza della repressione ha avuto effetti tangibili sull’andamento delle proteste: per due notti consecutive non sono stati identificati nuovi focolai di manifestazione, un dato che appare strettamente legato al blackout informativo e alla difficoltà di organizzazione sul territorio.
Il quadro interno si intreccia con la pressione internazionale, in particolare quella degli Stati Uniti. L’amministrazione Trump ha minacciato conseguenze dirette in caso di ulteriori uccisioni di manifestanti e ha avviato misure di protezione delle proprie forze nella regione. Sul piano economico, il 12 gennaio il presidente ha annunciato l’intenzione di imporre una tariffa del 25% a qualsiasi Paese che continui a fare affari con l’Iran, mentre il 15 gennaio il Dipartimento del Tesoro statunitense ha colpito i responsabili della repressione e le reti finanziarie ombra dell’élite iraniana.
Dal punto di vista strategico, evidenziano gli analisti di Ags, le proteste arrivano in una fase di particolare vulnerabilità per Teheran, già indebolita dal collasso di Hezbollah, dalla caduta del regime di Assad in Siria, dalla rimozione di Maduro in Venezuela e dalla guerra di 12 giorni con Israele, che ha compromesso difese aeree, scorte missilistiche e infrastrutture chiave, oltre ai successivi attacchi statunitensi contro siti nucleari iraniani.
I dati suggeriscono che il destino del regime dipenda ora da una variabile centrale: la tenuta delle forze di sicurezza e la loro disponibilità a continuare a usare la forza letale contro una popolazione disarmata. Se le proteste resteranno soffocate e prive di coordinamento, il regime potrebbe guadagnare tempo. Al contrario, un intervento esterno o un improvviso venir meno della lealtà interna potrebbe riattivare la mobilitazione e rendere la sopravvivenza della Repubblica Islamica sempre più incerta. Difficile però prevedere se ci sarà, e di quale tipo, un intervento da parte delle potenze estere. Stati Uniti in primis.
















