Nonostante l’ennesima sortita incendiaria, Donald Trump apre però al dialogo Nato sulla Groenlandia, riaccendendo l’ipotesi di un’intesa strategica tra Stati Uniti ed Europa. Come argomenta Kaush Arha sul National Interest, un accordo pragmatico potrebbe rafforzare la sicurezza transatlantica, evitare escalation e chiudere spazi a Cina e Russia
Ennesima nottata europea impegnativa con Donald Trump, preso sui social da annunci, mappe provocatorie e messaggi privati (con il francese Emmanuel Macron) resi pubblici, tutto all’interno di un dibattito sensibile sulla Groenlandia, che rischia di esporre divisioni nell’asse transatlantico di cui potrebbero beneficiare i rivali dell’emisfero occidentale che il presidente statunitense intende dominare e proteggere come interesse nazionale strategico primario.
Trump ha raccontato (tramite un altro messaggio privato pubblicato anche questo sul suo social network Truth) di una conversazione “molto positiva” con il segretario generale della Nato Mark Rutte e di un accordo per incontrare a Davos “le varie parti” coinvolte nel dossier Groenlandia. Toni accesi, provocatori, ma accompagnati da un segnale non trascurabile: l’apertura a un tavolo politico multilaterale nel quadro dell’Alleanza.
La sequenza è stata emblematica dello stile trumpiano. Da un lato, la pubblicazione di una mappa dell’emisfero occidentale con il Canada – e persino il Venezuela – colorati come territori americani, e l’attacco al Regno Unito per la cessione di una base militare nell’Oceano Indiano. Dall’altro, il riconoscimento esplicito che la Groenlandia è “imperativa per la sicurezza nazionale e globale” e che su questo punto “tutti sono d’accordo”. Tra provocazione e negoziato, il messaggio resta ambiguo, ma non privo di spiragli.
È proprio in questo spazio che si inserisce la lettura proposta da Kaush Arha sulle pagine del National Interest. L’analisi di Arha parte da un assunto chiaro: l’attuale impasse tra Stati Uniti e Danimarca sulla Groenlandia, più che una crisi per la Nato, rappresenta un’opportunità storica per rafforzare e modernizzare la sicurezza transatlantica. Secondo l’esperto di relazioni internazionali, nell’amministrazione Trump durante il primo mandato, Groenlandia e Ucraina vanno lette come due facce della stessa medaglia strategica: la prima è critica per la sicurezza americana nell’Artico e nell’Atlantico settentrionale; la seconda è centrale per la sicurezza europea. E in entrambi i casi, sostiene, le garanzie ultime non possono che essere fornite dagli Stati Uniti.
La “formula dell’intesa vincente” delineata da Arha è esplicitamente transazionale ma non distruttiva dell’ordine euro-atlantico. Washington potrebbe ottenere una presenza e un ruolo più strutturati in Groenlandia – con il consenso dei groenlandesi – in cambio di un impegno americano rafforzato e credibile sulla difesa europea, dal fianco orientale della Nato fino all’Ucraina. L’autore insiste sul fatto che l’autodeterminazione della Groenlandia debba restare inviolabile, ma allo stesso tempo evidenzia come l’isola guardi con crescente interesse agli Stati Uniti per ragioni economiche, di sicurezza e di prossimità di mercato.
Arha esplora tre opzioni concrete: un Compact of Free Association sul modello di quelli già in vigore nel Pacifico, un leasing di lungo periodo concordato con Danimarca e Groenlandia, o – come scenario più estremo – una vendita vera e propria, sempre subordinata al consenso locale. Al di là delle differenze, il filo conduttore è uno solo: istituzionalizzare il ruolo americano in Groenlandia per sottrarre l’isola a possibili penetrazioni cinesi o russe, rafforzando al contempo la Nato invece di indebolirla.
Questa impostazione, pur controversa, risuona con una linea che sta emergendo anche in Europa. È il caso dell’Italia. Da Seul, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha insistito sulla necessità di abbassare i toni, evitare escalation e riportare la discussione nel “luogo” naturale dell’Alleanza Atlantica. La preoccupazione americana per le ingerenze esterne in una regione strategica come l’Artico viene riconosciuta come legittima; allo stesso tempo, l’Europa rivendica la volontà di contribuire in modo responsabile alla sicurezza comune. Tutto nel rispetto della sovranità groenlandese.
La posizione italiana è chiara: niente strappi, niente posture simboliche che rischiano di indebolire l’asse transatlantico proprio mentre Russia e Cina osservano con attenzione e cercano spazi di penetrazione e cunei di separazione. Pragmatismo significa comprendere il tempo delle crisi e lavorare a soluzioni condivise. In questo senso, l’idea di un accordo strutturato sulla Groenlandia – se inserito nel perimetro Nato e accompagnato da garanzie reciproche – appare più coerente con gli interessi europei di quanto non lo siano reazioni puramente difensive o ritorsioni.
Il punto di convergenza tra la lettura di Arha e la linea di responsabilità che sta emergendo (anche dalle parole di Rutte) sta proprio qui: trasformare una tensione potenzialmente destabilizzante in un passaggio verso qualcosa di concreto, capace di produrre benefici reciproci. Evitare l’escalation non significa rinunciare agli interessi, ma incardinarli in un quadro che rafforzi la deterrenza comune, conceda risultati reali (oltre che simbolici) e chiuda spazi di manovra a Pechino e Mosca. Secondo queste letture, in un contesto internazionale sempre più competitivo, la Groenlandia può diventare un fattore di divisione o, al contrario, il banco di prova di una rinnovata maturità transatlantica. La scelta, ora, è politica e gli equilibri da gestire sono sensibili.
















