La Chiesa di Leone prende voce senza obbligare il papa all’“interferenza” e lo fa in un modo che probabilmente pochi si aspettavano: non per l’indirizzo “politico”, i tentativi di dipingere Leone per quello che non è ormai sono falliti, ma mandando la sua prima sollecitazione alla Conferenza Episcopale degli Stati Uniti. La riflessione di Riccardo Cristiano
Tre cardinali degli Stati Uniti, Paese di nascita del papa regnante, hanno divulgato una dichiarazione comune. Poco dopo questa loro decisione il sito ufficiale della Santa Sede, VaticanNews, ne ha presentato il contenuto in un’ampia illustrazione che comincia così: con il nuovo anno “gli Stati Uniti sono entrati nel dibattito più profondo e acceso sulla base morale delle azioni dell’America nel mondo dalla fine della Guerra Fredda”.
Vengono ad esempio citati “gli eventi in Venezuela, Ucraina e Groenlandia”, che “hanno sollevato questioni fondamentali sull’uso della forza militare e sul significato della pace”. In questo senso, i tre porporati sottolineano come “il bilanciamento tra interesse nazionale e bene comune viene inquadrato in termini fortemente polarizzati”.
Di più, “il ruolo morale degli Stati Uniti d’America nell’affrontare il male nel mondo, nel sostenere il diritto alla vita e alla dignità umana e nel sostenere la libertà religiosa è sotto esame – proseguono – e la costruzione di una pace giusta e sostenibile, così cruciale per il benessere dell’umanità, viene ridotta a categorie partigiane che incoraggiano la polarizzazione e politiche distruttive”. L’articolo ha grande rilievo, come lo ha nella versione inglese del portale del Vaticano.
È indiscutibile che il testo conti, molto, ma qui si intende considerare che la scelta vaticana non può far pensare che i tre porporati abbiano agito contro le intenzioni del papa nato negli Stati Uniti, Leone XIV. Lo si evince dal contenuto, che è chiaramente ispirato dal discorso che Leone ha rivolto nei giorni scorsi al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede; lo si evince dalla scelta di rilancio, e dall’aggiunta in chiusura, di una ineccepibile ma non casuale spiegazione di chi siano i tre firmatari: “La dichiarazione è firmata dal cardinale Cupich, guida dell’Arcidiocesi di Chicago, una delle più grandi degli Stati Uniti con circa due milioni di cattolici e una vasta rete di parrocchie, scuole e servizi sociali; dal cardinale McElroy, a capo dell’Arcidiocesi di Washington, che serve oltre 600.000 fedeli nella capitale federale e nel Maryland; e dal cardinale Tobin, arcivescovo di Newark, responsabile di una comunità di circa 1,3 milioni di cattolici nel nord del New Jersey, con numerose parrocchie, scuole e istituzioni formative impegnate nell’educazione e nel servizio sociale”.
Dunque non siamo davanti a tre studiosi inseriti nel collegio cardinalizio per il loro servizio accademico, ma di tre pastori di tre importantissime diocesi. Sono anche conosciuti per la loro antica vicinanza a papa Francesco, quindi è molto plausibile che interpretino “coraggiosamente” le parole del Papa senza obbligarlo a esporsi, ma ottenendone il chiaro avallo.
La Chiesa di Leone dunque prende voce senza obbligare il papa all’“interferenza” e lo fa in un modo che probabilmente pochi si aspettavano: non per l’indirizzo “politico”, i tentativi di dipingere Leone per quello che non è ormai sono falliti, ma mandando la sua prima sollecitazione alla Conferenza Episcopale degli Stati Uniti: “Svegliatevi”.
Ai tempi di Francesco i suoi più accesi critici chissà cosa avrebbero detto di un passo “non istituzionale”, provocatorio, di questo tipo. Ora sono altri tempi, ma il passo resta e la Conferenza Episcopale avrebbe molti campi su cui esercitarsi per recuperare. La situazione interna agli Stati Uniti, la gestione dell’Ice, la caccia agli immigrati, sono campi su cui i tre cardinali vicini a Leone non si esprimono, non è il tema che hanno scelto, ma individualmente hanno già manifestato la loro contrarietà e preoccupazione per le scelte in merito della Casa Bianca. La Conferenza Episcopale cosa ha fatto? Le strette di mano calorose del Presidente dei vescovi alla Casa Bianca per alcuni non hanno rappresentato nel miglior modo le “preoccupazioni” che i vescovi ufficialmente portavano alla Casa Bianca.











