Il nuovo ordine politico promosso da Trump può essere interpretato come un ritorno a un sano realismo, un antidoto necessario all’antagonismo ideologico del progressismo. È un tentativo di governare la complessità del mondo attuale non attraverso la lente deformante dell’utopia, ma con la lucidità di chi riconosce la necessità di configurare nuovi assetti di potere. Il commento di Benedetto Ippolito
Il secondo mandato presidenziale di Donald Trump non rappresenta una semplice continuazione delle politiche passate, bensì una rottura deliberata e strutturata con il potere politico, economico e strategico che ha dominato l’Occidente dalla fine della Guerra fredda. L’amministrazione attuale si presenta come l’architetto di un nuovo paradigma, fondato su un realismo politico che rigetta le utopie del globalismo e le fragilità delle ideologie progressiste.
Per comprendere la visione mondiale di Trump è fondamentale analizzare le riforme intraprese sul fronte interno. Lungi dall’essere un insieme di provvedimenti slegati, queste politiche costituiscono la base strategica da cui muove la sua azione internazionale. L’obiettivo primario è il rafforzamento della nazione dal punto di vista economico, sociale e della sicurezza, creando le fondamenta per una politica estera assertiva, indipendente e svincolata dalle ipoteche del multilateralismo a ogni costo.
Un pilastro fondamentale dell’agenda di Trump è il ripristino della sovranità nazionale attraverso un rigoroso controllo dei confini.
Consapevole che la potenza di una nazione nel XXI secolo si misura anche sulla sua capacità di guidare l’innovazione, l’amministrazione Trump ha promosso attivamente la leadership americana nei settori tecnologici emergenti. Il “Genius Act” ne è la prova più evidente. Questa legge mira a consolidare il dominio americano nella finanza digitale attraverso tre pilastri: protezione dei consumatori con rigidi requisiti di riserva; rafforzamento del dollaro come valuta globale, incentivando la domanda di titoli del Tesoro Usa; sicurezza nazionale contro le attività finanziarie illecite, obbligando gli emittenti a rispettare le normative antiriciclaggio. La dichiarazione di Trump, secondo cui la legge renderà l’America il “leader indiscusso degli asset digitali“, non è mera retorica, ma la chiara enunciazione di una strategia per posizionare la nazione all’avanguardia della rivoluzione finanziaria globale.
L’agenda di Trump non si limita alla sfera economica e della sicurezza, ma interviene con decisione anche sul piano culturale, per contrastare quelle che vengono percepite come derive ideologiche imposte da una visione progressista. Il rafforzamento della nazione su questi quattro fronti — sicurezza, efficienza, innovazione e cultura — costituisce il presupposto indispensabile per poter proiettare nel mondo una politica estera rinnovata e vigorosa.
La politica estera del secondo mandato Trump non è un capriccio isolazionista, ma la logica conseguenza di un’agenda interna volta al rafforzamento nazionale. Il principio “America First” non significa un’America sola, ma un’America sovrana che ricalcola i propri interessi con lucidità realista, sfidando l’architettura internazionale ereditata da un XX secolo ormai tramontato. È un approccio che abbandona l’idealismo astratto per un pragmatismo che mette al centro la sicurezza e la prosperità del popolo americano.
Poche decisioni hanno un valore simbolico e sostanziale pari alla ridenominazione del Dipartimento della Difesa in “Department of War” (Dipartimento della Guerra). L’ordine esecutivo che ha sancito questo cambiamento non è un mero esercizio semantico, ma una dichiarazione d’intenti rivolta al mondo intero.
L’approccio di Trump al commercio internazionale segna il definitivo superamento del multilateralismo idealista. La globalizzazione, nella sua forma precedente, è considerata un esperimento fallito che ha penalizzato i lavoratori americani. A un sistema di accordi globali complessi e spesso inefficaci, l’amministrazione sostituisce un modello basato sul realismo transazionale e sulla reciprocità. Il sistema dei dazi diventa lo strumento principale per correggere gli squilibri commerciali percepiti, mentre la diplomazia si concentra sulla negoziazione di accordi bilaterali mirati, che portano benefici tangibili e immediati.
Una conseguenza diretta del principio “America First” è il disimpegno critico dalle organizzazioni internazionali considerate inefficaci, ideologicamente orientate o semplicemente contrarie agli interessi nazionali americani. Questa politica non nasce da un pregiudizio, ma da un’analisi oggettiva del loro operato. Tali decisioni riflettono un “discredito oggettivo” di istituzioni gravate da tabù politici e inefficienza cronica, e rappresentano un passo necessario per riaffermare la sovranità nazionale contro organismi sovranazionali non eletti e non responsabili. Le politiche assertive creano un nuovo contesto internazionale, scuotendo le certezze del passato e costringendo sia gli alleati che gli avversari a riconsiderare le proprie posizioni in un mondo che non risponde più alle vecchie regole.
L’approccio di Trump non si limita a proporre nuove politiche, ma si configura come una critica radicale all’ordine liberale-progressista che ha egemonizzato il pensiero occidentale negli ultimi decenni. Questa critica si estende sia ai detrattori interni, la cui opposizione appare spesso mossa da preconcetti ideologici piuttosto che da un’analisi fattuale, sia alle strutture internazionali come l’Unione Europea, ora costretta a confrontarsi con una nuova e più esigente realtà geopolitica.
L’opposizione a molte delle politiche dell’amministrazione Trump rivela spesso un antagonismo aprioristico, radicato in un paradigma progressista incapace di riconoscere i propri fallimenti. La reazione di alcuni attori politici locali e nazionali ne è un chiaro esempio. Inoltre, la percezione di un’offensiva giudiziaria politicamente motivata è stata rafforzata da una serie di eventi contrastanti. Mentre i due casi federali contro Trump sono stati archiviati e la procuratrice nel caso della Georgia è stata squalificata, una giuria di Manhattan lo ha condannato per 34 capi d’accusa di falsificazione di documenti aziendali. Dal punto di vista della critica realista, questo verdetto a livello locale, in contrasto con l’esito dei procedimenti federali, non fa che confermare l’idea di un sistema che utilizza la giustizia come strumento di lotta politica contro un avversario che ne mette in discussione i fondamenti.
La politica estera ed economica trumpiana, con la sua enfasi sulla competizione e sull’interesse nazionale, rappresenta una sfida diretta per l’Unione Europea, costringendola a un doloroso ma necessario esame di coscienza sul proprio ruolo nel mondo. Il nuovo ordine promosso da Trump, dunque, non è solo politico ed economico, ma si fonda su solide basi filosofiche e, in ultima analisi, teologiche, che ne giustificano la rottura con il passato.
Le linee guida del secondo mandato di Donald Trump, analizzate nel loro insieme, non sono azioni isolate o impulsive, ma compongono una visione del mondo coerente e profondamente oggettiva, progettata per governare un’era post-globalista. Questa visione si fonda su tre pilastri interconnessi: una politica interna che rafforza la nazione dalle fondamenta, una politica estera che privilegia l’interesse nazionale e la forza come strumenti di pace, e una critica radicale ai fallimenti tangibili dell’ideologia progressista. Si tratta di un ritorno a un ordine fondato sulla sovranità, sulla responsabilità e su un pragmatismo che riconosce la natura competitiva delle relazioni internazionali.
Questa riordinazione non è un’invenzione moderna, ma piuttosto un ritorno a una comprensione classica dell’ordine politico, che riconosce l’imperfezione umana e il primato della realtà sull’ideologia. Questo approccio affonda le sue radici in una tradizione di pensiero che mette in guardia contro le pericolose utopie e gli “atteggiamenti antirealisti”. San Tommaso d’Aquino, nel De malo, ci insegna che l’azione politica deve misurarsi con la realtà dell’imperfezione umana, non con un ideale astratto e irraggiungibile. Ignorare la natura umana e la realtà del potere conduce inevitabilmente al fallimento e al disordine. Secoli dopo, come ammoniva profeticamente Papa Gregorio XVI nella Lettera enciclica Mirari vos (1832), un’ideologia che in nome di una libertà astratta finisce per generare il caos rappresenta un pericolo mortale per la società: “Di qui il disprezzo nel popolo delle cose sante e delle leggi più sacre; di qui, in una parola, la peste della società più di ogni altra funesta, poiché l’esperienza di tutti i tempi dimostra che città, le quali primeggiarono per ricchezza, per dominio e per gloria, rovinarono appunto per questo solo male: una smodata libertà di opinioni, la licenza dei discorsi, la brama di novità.”
Il nuovo ordine politico promosso da Trump può essere interpretato come un ritorno a un sano realismo, un antidoto necessario all’antagonismo ideologico del progressismo. È un tentativo di governare la complessità del mondo attuale non attraverso la lente deformante dell’utopia, ma con la lucidità di chi riconosce la necessità di configurare nuovi assetti di potere fondati su una visione del mondo pragmatica, radicata nella realtà e orientata alla difesa dell’interesse nazionale come condizione per una stabilità globale duratura.
















