L’ingresso operativo degli Usv segna un passo avanti nella modernizzazione della US Navy, che mira a un’integrazione graduale ma costante dei sistemi navali unmanned. Ma permane il gap con la Repubblica Popolare
Dopo anni di test e sperimentazioni, la US Navy ha finalmente deciso di mettere ufficialmente in servizio due modelli dei suoi Unmanned Surface Vessels (Usv), definizione ufficiale impiegata per indicare i droni marini di superficie. Durante la conferenza della Surface Navy Association tenutasi a Washington la scorsa settimana il capitano Garrett Miller, Commodoro del Surface Development Group One, ha dichiarato che il “Sea Hunter” e il “Seahawk”, entrambi classificati come Usv di medie dimensioni, cesseranno di essere “navi sperimentali”, e che “saranno effettivamente sotto il controllo della flotta, assegnate alle forze di superficie per poter effettivamente uscire e compiere grandi imprese”, includendo tra queste anche la possibilità di integrazione anche all’interno di un Carrier Strike Group. Secondo le parole del Capitano, la Marina Militare prevede di avere 11 Usv di medie dimensioni nel proprio arsenale, e di superare le 30 unità entro l’attuale decennio.
Miller ha anche affermato che la US Navy ha in programma di istituire tre divisioni Usv di “primo comando” (quindi affidate a ufficiali giovani alle prime esperienze), così da permettere ad esponenti delle nuove generazioni di crescere all’interno della struttura militare statunitense assieme alle nuove tecnologie, guidando al contempo il processo di integrazione di queste ultime dal punto di vista dottrinario, con l’obiettivo finale di arrivare ad avere “squadroni Usv operativi in ogni flotta”.
Nelle stesse ore in cui Miller parlava alla conferenza della Surface Navy Association anche il contrammiraglio Christopher Alexander, assistente speciale del comandante delle forze di superficie navali della flotta statunitense del Pacifico, si è esposto sul tema, affermando che la Marina statunitense prevede una crescita esponenziale dei sistemi senza equipaggio nei prossimi decenni. “Guardando alcune proiezioni per il futuro, entro il 2045 prevediamo che circa il 45% della forza di superficie sarà costituita da sistemi senza equipaggio”, ha dichiarato Alexander.
Due interventi che rendono chiara la volontà di Washington di accelerare lo sviluppo della componente unmanned all’interno della propria architettura navale. Un processo in cui le forze armate statunitensi sembrano, almeno fino ad ora, procedere un po’ a rilento. Soprattutto rispetto a quelli che gli Usa considerano i propri principali competitor, e in particolare alla Repubblica Popolare Cinese. Nel corso degli ultimi quindici anni Pechino ha infatti profuso ampi sforzi nello sviluppo del settore dei droni di superficie (all’interno di un più complessivo impegno rivolto verso la dimensione unmanned a trecentosessanta gradi), arrivando a sviluppare sistemi decisamente complessi come la Zhu Hai Yun, una vera e propria portadroni senza equipaggio, o lo Jari Usv-A Orca, un drone di superficie dalle dimensioni di una corvetta ma con capacità militari nettamente superiori.
Due esempi di quanto la US Navy (e l’apparato industriali-militare americano) siano rimasti indietro da questo punto di vista. E anche se al momento un’escalation nell’indo-Pacifico non sembra imminente (e anzi, forse proprio per questo), il Pentagono deve sfruttare questo momento per cercare di recuperare terreno e sviluppare capacità paragonabili a quelle della People’s Liberation Army Navy. Cosa che, almeno da quanto si è appreso negli ultimi giorni sembra nettamente intenzionato a fare. Come questo si sposerà con il paradigma della “Golden Fleet”, poi, è un altro discorso.
















