Gli investimenti privati nel settore della difesa stanno accelerando a ritmi una volta impensabili. Dai venture capital al private equity, nel 2025 i fondi di investimento dedicati alla difesa, e in particolare al settore tecnologico-militare, hanno raggiunto i 50 miliardi di dollari. Una voce positiva per le startup e le aziende innovative, ma anche un segnale strutturale che dice che la nuova stagione di competizione globale non sarà un momento passeggero
Il 2025 ha segnato un cambio di passo difficilmente trascurabile nel rapporto tra finanza e difesa. Nel 2025, le startup del defense tech – vale a dire tutti gli attori emergenti nel campo delle nuove tecnologie per uso militare – hanno registrato il miglior anno di sempre in termini di raccolta di capitali, con investimenti privati che hanno sfiorato i 50 miliardi di dollari a livello globale. L’ecosistema statunitense si conferma in testa, ma anche in Europa il ritorno della competizione strategica tra potenze fa sentire il suo effetto sui mercati.
Secondo i dati raccolti da PitchBook e CB Insights, nel 2025 gli investimenti complessivi nel settore sono quasi raddoppiati rispetto all’anno precedente, passando da poco più di 27 miliardi a oltre 49 miliardi di dollari. Ancora più significativo il balzo della componente equity, che sale a quasi 18 miliardi, segnalando una fiducia crescente nelle startup del settore. Alcuni casi emblematici aiutano a leggere il fenomeno. Anduril, tra i nomi più noti del nuovo ecosistema defense-tech americano, ha raccolto da sola circa 2,5 miliardi di dollari, raggiungendo una valutazione superiore ai 30 miliardi. Ma anche al di là degli unicorni, è l’intero tessuto di imprese che operano su droni autonomi, comando e controllo, analisi dei dati e logistica a beneficiare dell’attenzione dei grandi fondi.
La situazione in Europa
Anche in Europa il trend è marcato, pur partendo da livelli strutturalmente inferiori rispetto agli Stati Uniti. I fondi di venture capital del Vecchio continente hanno quasi raddoppiato le allocazioni nel settore della difesa, raggiungendo un totale di circa 1,5–2,3 miliardi di dollari nel 2025, più del doppio rispetto al 2024. Questo segmento ha raggiunto una quota pari circa al 6–10% di tutto il capitale di rischio europeo nel 2025, un livello che solo pochi anni fa sarebbe stato impensabile per un settore tradizionalmente evitato dagli attori finanziari.
Una delle dinamiche più indicative è la nascita e l’espansione di fondi dedicati. Keen Venture Partners ha completato il primo closing di un fondo dedicato alla difesa e alla sicurezza da oltre 150 milioni di euro, diventando tra i più grandi veicoli di venture capital focalizzati su questo segmento in Europa. Parallelamente, iniziative come il Nato Innovation Fund, con un capitale complessivo di circa 1 miliardo di euro destinato a tecnologie di difesa e resilienza, stanno sostenendo le startup su scala transatlantica, ampliando significativamente la base di investitori attivi in Europa.
La geografia degli investimenti europei riflette la centralità di alcuni poli tecnologici emergenti: la Germania, in particolare Monaco di Baviera, si sta imponendo rapidamente come l’epicentro di un ecosistema in rapida crescita, grazie a startup come Helsing, che ha raccolto 600 milioni di euro in un singolo round nel 2025, portando la sua valutazione a oltre 12 miliardi e posizionandosi tra le realtà private più rilevanti del continente. Altre imprese come Quantum Systems, attiva nella dronica e nelle tecnologie di riconoscimento e controllo, e numerosi progetti emergenti nei sistemi autonomi, nell’analisi dati e nelle tecnologie dual use dimostrano la strutturalità del fenomeno.
Cosa segnala
A immaginare numeri del genere appena pochi anni fa, chiunque si sarebbe sentito dare del folle. Per decenni il settore della difesa è stato accuratamente evitato dagli investitori privati. Troppe le implicazioni scomode sul piano etico e politico, e troppo pochi i margini attesi di ritorno. Perché è questo il punto: gli attori finanziari investono sempre dove si aspettano di vedere un ritorno economico. La stagione del multilateralismo e della cooperazione internazionale aveva elevato le prospettive di sviluppo globali, concentrando risorse su settori come le comunicazioni, la transizione energetica e la farmaceutica. Adesso, l’affacciarsi di una congiuntura storica – presumibilmente – di lungo periodo imperniata sulla competizione strategica e il ritorno all’uso della forza come strumento di risoluzione delle controversie internazionali si traduce, per gli investitori, in una garanzia di commesse da parte degli attori statali – che rimangono i principali finanziatori e destinatari di questo tipo di prodotti. In altre parole, la finanza si è accorta del riarmo globale attualmente in corso, e ha deciso di cavalcarne l’onda.
















