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Un patto Usa-Ue sulla tecnologia per salvare i valori occidentali. Il convegno di Nazione Futura

Tecnologia e geopolitica tornano al centro dell’asse transatlantico. Al Centro Studi Americani all’evento di Nazione Futura, politici, accademici e industria hanno messo in guardia dal ritardo europeo sull’innovazione e dall’eccesso di regole, rilanciando la necessità di una strategia comune tra Ue e Usa per rafforzare filiere, competitività e valori del mondo occidentale 

Il patto atlantico corre sul filo della tecnologia. Geopolitica e innovazione, potenza e libertà, regole e competitività. È lungo questa faglia – sempre più decisiva – che si è mosso il confronto ospitato ieri al Centro Studi Americani, dove il dibattito sulla “filiera tecnologica nelle relazioni transatlantiche” ha incrociato una domanda di fondo tutt’altro che accademica: l’Occidente è ancora capace di fare sistema, anche e soprattutto sul terreno più sensibile, quello della tecnologia?

Un interrogativo che diventa politico nel momento in cui, come ha ricordato in apertura la vicedirettrice del Csa Giusy De Sio, l’evento tocca i due assi portanti dell’attività dell’istituto: la geopolitica e l’innovazione.

Due dimensioni ormai inseparabili in una fase storica segnata dal ritorno della competizione tra potenze, dal conflitto armato nel cuore dell’Europa e da una guerra che non si combatte solo con i carri armati, ma anche con algoritmi, dati, semiconduttori e catene del valore.

Da qui l’appello lanciato da Francesco Giubilei, presidente di Nazione Futura, a tenere unito l’Occidente. “Si sta discutendo delle relazioni transatlantiche e di come proseguire un rapporto storico tra Stati Uniti e Unione europea – ha spiegato – nonostante le tante voci che spingono verso una separazione”. Per Giubilei, invece, il legame va rafforzato: l’Occidente è una grande civiltà culturale e politica, e la cooperazione non può limitarsi alla dimensione militare.

“Lo dobbiamo fare anche sul piano tecnologico”, ha insistito, ricordando come l’Europa arrivi spesso in ritardo sui dossier strategici, dallo spazio all’Artico, fino alle nuove tecnologie. Un ritardo aggravato, a suo avviso, da un approccio europeo fondato sull’iper-regolamentazione. “Non produciamo intelligenza artificiale – chiude – , ma abbiamo prodotto l’AI Act. Regoliamo prima ancora di capire fino in fondo gli effetti delle tecnologie”.

Un tema che ha attraversato tutto il confronto ed è stato ripreso con forza da Flavio Arzarello, Public Policy Manager di Meta. Lo scenario globale, ha osservato, vede un’Europa strutturalmente indietro nella corsa alla supremazia tecnologica: “Il Pil degli Stati Uniti è il doppio di quello europeo e negli ultimi cinquant’anni in Ue non è nata un’azienda con una capitalizzazione superiore ai 100 miliardi”.

La stagione dell’iper-regolamentazione ha ristretto il campo dell’innovazione, producendo l’effetto paradossale di scoraggiarla. Da qui l’urgenza di semplificare e rendere il continente più competitivo, anche attraverso una razionalizzazione dei pacchetti normativi approvati negli ultimi cinque anni. Il Digital Omnibus, secondo Arzarello, può essere un’occasione, ma solo se affrontato “nel profondo” e non con interventi marginali. “La sfida tecnologica è anche una sfida valoriale – ha concluso – e riguarda l’Occidente nel suo complesso, chiamato a confrontarsi con modelli alternativi incompatibili con democrazia e libertà”.

Sul piano politico, il dibattito si è acceso con gli interventi dei parlamentari, che hanno collocato il tema tecnologico dentro una cornice strategica più ampia. Raffaele Nevi, deputato di Forza Italia, ha parlato esplicitamente di una fase storica paragonabile al dopoguerra.

“L’alleanza transatlantica oggi è importante quanto lo è stata allora”, ha affermato, sottolineando come il mondo libero sia sottoposto a una pressione senza precedenti. Non solo guerre tradizionali, ma una “guerra tecnologica molto dura e molto pericolosa”, che mette in discussione i valori occidentali. In questo quadro, la filiera tecnologica diventa un asset essenziale: “Da qui passa il futuro della nostra libertà”.

Nevi non ha risparmiato critiche all’Unione europea, colpevole non solo di iper-regolamentazione, ma anche di scelte sbagliate che hanno indebolito l’industria continentale, come nel caso dell’automotive. Il compito, per il governo italiano, è duplice: rafforzare il patto transatlantico, che non è solo commerciale, e spingere per un cambiamento delle politiche europee, valutandone con attenzione l’impatto sulle filiere e sulla capacità di essere competitivi.

Una linea in parte convergente è arrivata dal senatore Lorenzo Basso, vicepresidente della Commissione Ambiente, transizione ecologica, energia, lavori pubblici, comunicazioni e innovazione tecnologica di Palazzo Madama. Basso ha rivendicato il valore di vivere in un sistema che garantisce diritti e libertà, senza censura, sottolineando il ruolo che l’Italia può giocare nel favorire unità europea. “L’autonomia – scandisce –  è necessaria quando alcune scelte rischiano di andare contro gli interessi del Paese e della filiera tecnologica”.

Per il senatore, il nodo centrale non è solo l’innovazione in sé, ma la capacità di trasformarla in produzione industriale: “Non basta essere i primi a una scoperta, serve una filiera in grado di realizzarla”. Con ciò si motiva l’insistenza sul rafforzamento della ricerca, sulla libertà di circolazione della conoscenza e sulla cooperazione tra Paesi occidentali, elementi che diventano un vantaggio competitivo rispetto ad altri modelli globali.

Più articolata la riflessione di Francesco Decarolis, professore alla Bocconi e membro di AIRIA, che ha richiamato il Rapporto Draghi sul crollo della produttività europea. Nel settore digitale, ha spiegato, la regolamentazione ha caratteristiche peculiari e non può essere assente, ma deve essere intelligente. “Serve un equilibrio: un po’ di regole sono necessarie, ma se vogliamo un sistema più liberale dobbiamo costruirlo noi per primi”, anche attraverso semplificazioni concrete, dal Digital Omnibus al Gdpr.

A riportare il discorso sul terreno della scienza applicata e dell’industria è stato Giorgio Metta, direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia. Il nodo centrale, secondo Metta, è la formazione e la capacità di “mettere a terra” l’inventiva tecnologica. “Sappiamo fare chip anche in Europa – ha ricordato – ma dobbiamo riuscire a inserirli in una filiera produttiva completa”.

Una filiera che, rispetto alle precedenti rivoluzioni industriali, è molto più complessa e costosa, e richiede scelte di localizzazione strategica. “L’aumento delle tensioni geopolitiche rischia di essere estremamente problematico – ha avvertito – perché colpisce direttamente la capacità di produrre”. Senza una visione di sistema, l’innovazione rischia di restare confinata nei laboratori.

Il filo rosso che attraversa il confronto è evidente: senza una strategia comune tra Europa e Stati Uniti, capace di coniugare libertà, sicurezza e competitività, la partita tecnologica rischia di essere persa. E con essa, una parte decisiva del futuro del mondo occidentale. Piaccia o no, questa è la (vera) posta in gioco. 


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