L’accordo di cooperazione difensiva tra Italia ed Emirati, approvato ieri dal Consiglio dei Ministri, si inserisce in una strategia geopolitica più ampia, in cui Abu Dhabi emerge come snodo chiave tra Stati Uniti, India ed Europa nello spazio indo-mediterraneo. Sicurezza, tecnologia e supply chain diventano così i pilastri di un partenariato che va oltre il bilaterale e rafforza la proiezione strategica italiana
L’approvazione da parte del Consiglio dei ministri di martedì 20 gennaio del disegno di legge per la ratifica dell’Accordo di cooperazione nel settore della difesa tra Italia e Emirati Arabi Uniti va letta ben oltre la dimensione bilaterale. Il provvedimento, promosso dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, si inserisce in una traiettoria strategica più ampia, in cui Abu Dhabi emerge come uno snodo centrale di una geometria geopolitica che incrocia gli interessi italiani, statunitensi, mediorientali e indiani nello spazio indo-mediterraneo.
L’accordo istituisce una cornice giuridica stabile per la cooperazione militare, includendo addestramento, esercitazioni congiunte, scambio di delegazioni, collaborazione industriale e ricerca nel settore della difesa. Elementi rilevanti, ma non esaustivi. La vera chiave è il contesto: la sicurezza, oggi, non è più separabile da tecnologia, supply chain critiche, energia, infrastrutture digitali e connettività strategica. Ed è proprio su questo terreno che gli Emirati hanno consolidato il loro profilo di attore sistemico.
Perché gli Emirati contano
Due sviluppi recenti aiutano a chiarire perché Abu Dhabi sia diventata un partner di peso crescente. Il primo riguarda la formalizzazione dell’adesione degli Emirati alla Pax Silica, iniziativa promossa dal Dipartimento di Stato americano per mettere in sicurezza le catene del valore legate a semiconduttori, intelligenza artificiale, infrastrutture digitali, minerali critici ed energia. La firma emiratina, arrivata poche settimane fa, ha segnato un allargamento significativo del perimetro dell’iniziativa, nata in ambito anglosassone e indo-pacifico. Washington ha esplicitamente descritto l’ingresso degli Emirati come il riconoscimento del loro ruolo strategico nelle supply chain globali, mentre Abu Dhabi ha rivendicato una visione dell’AI fondata su fiducia, partenariati resilienti e infrastrutture sicure. In altre parole: tecnologia e sicurezza nazionale diventano una questione di alleanze.
Il secondo sviluppo riguarda l’India. Nuova Delhi ha indicato l’obiettivo di raddoppiare il commercio bilaterale con gli Emirati fino a 200 miliardi di dollari entro il 2032, rafforzando ulteriormente una relazione già strutturata. Due giorni fa, durante l’incontro ad alto livello tra il presidente emiratino, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, e il primo ministro indiano, Narendra Modi, è stato firmato un accordo decennale per la fornitura di gas naturale liquefatto da parte di Adnoc all’India.
Questi due esempi non sono episodi isolati, ma tasselli di una strategia coerente. Gli Emirati si stanno posizionando come piattaforma di connessione tra Stati Uniti, Asia e Europa, combinando capitale, infrastrutture, tecnologia e proiezione diplomatica. È qui che entra in gioco l’Italia.
Non a caso, anche nei recenti accordi con l’India c’è ampio spazio al piano sicurezza. I due Paesi hanno rinvigorito con nuove intese la cooperazione in ambito difensivo, intelligence e contrasto alle minacce ibride, con particolare attenzione alla sicurezza marittima nell’Oceano Indiano occidentale e nel Golfo. L’interlocuzione regolare tra apparati di difesa, le esercitazioni congiunte e il dialogo su terrorismo, cyber-security e protezione delle infrastrutture critiche riflettono una convergenza strategica fondata su interessi comuni: la stabilità delle rotte energetiche, la sicurezza delle supply chain e il contenimento dei rischi provenienti da aree di instabilità regionale.
In questo quadro, Abu Dhabi si è progressivamente affermata come partner di riferimento per Nuova Delhi nella proiezione di sicurezza verso il Medio Oriente e l’Africa orientale, rafforzando un asse che va ben oltre la dimensione economica e contribuisce a ridisegnare gli equilibri dell’Indo-Mediterraneo.
Non solo, perché negli ultimi anni, gli Emirati Arabi Uniti hanno inoltre compiuto un salto qualitativo nel settore della difesa, passando da una posizione prevalentemente orientata all’acquisizione di sistemi d’arma a un ruolo sempre più attivo come produttori e sviluppatori di tecnologia militare. Attraverso investimenti mirati, joint venture industriali e programmi di trasferimento tecnologico, Abu Dhabi ha costruito un ecosistema difensivo nazionale capace di coprire ambiti chiave come sistemi unmanned, sensoristica avanzata, cyber e integrazione di piattaforme. Questo processo ha rafforzato l’autonomia strategica emiratina e reso il Paese un interlocutore industriale credibile per partner europei e occidentali, non più limitato alla funzione di mercato finale, ma inserito nelle catene del valore della difesa. In questo senso, la cooperazione militare con l’Italia si colloca in un contesto di crescente complementarità industriale e tecnologica, più che di semplice fornitura.
La sicurezza alla base di tutto
Il joint statement Italia–Uae del febbraio 2025, firmato a Roma durante la visita di Stato di Mohamed bin Zayed e alla presenza della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, definisce con chiarezza questo perimetro. La relazione bilaterale è stata elevata a partenariato strategico, con l’obiettivo dichiarato di avanzare verso una partnership strategica complessiva. Al centro: difesa, energia, intelligenza artificiale, data center, cybersicurezza, spazio, infrastrutture, connettività e cooperazione in Africa. Il documento riconosce esplicitamente il ruolo di Italia ed Emirati come hub logistici e “stepping stones” tra Europa e Asia, anche nel quadro dell’India–Middle East–Europe Economic Corridor (Imec).
In questo schema, la cooperazione difensiva approvata dal Consiglio dei ministri assume un significato preciso. Non è solo un rafforzamento delle capacità militari o industriali, ma un elemento abilitante di una proiezione geopolitica più ampia. L’Italia ha interesse a radicarsi in una rete di partenariati che coinvolga gli Stati Uniti – suo alleato strategico – e l’India, sempre più centrale nell’equilibrio indo-pacifico e indo-mediterraneo. Gli Emirati rappresentano il nodo che rende questa triangolazione operativa.
C’è poi una dimensione africana che rafforza ulteriormente la convergenza. Il joint statement richiama il Rome Process e il Piano Mattei, indicando la volontà di Roma e Abu Dhabi di cooperare su sviluppo, energia, infrastrutture, sicurezza alimentare e gestione delle cause profonde delle migrazioni. Anche qui, la difesa e la sicurezza non sono compartimenti stagni, ma strumenti di stabilizzazione di spazi strategici contesi.
In sintesi, l’accordo Italia–Uae sulla difesa non va interpretato come un atto tecnico o isolato. È una tessera coerente di una strategia che guarda al ”Mediterraneo globale”, e che riconosce nella sicurezza la chiave di volta per stabilità prima e prosperità poi. E per Roma, negli Emirati c’è un partner fondamentale. In un contesto di crescente frammentazione delle catene del valore e di competizione geopolitica sistemica, l’Italia sceglie di investire su un attore capace di tenere insieme queste dimensioni, andando oltre il breve periodo.
















