Il 2026 non sarà l’anno delle rivoluzioni, ma delle conseguenze. L’analisi di Ing racconta un equilibrio instabile per la farmaceutica in cui le scelte su prezzi, regole e capitali determineranno chi guiderà davvero la prossima fase dell’innovazione
Il rumore del 2025 è stato assordante. Dazi, annunci iperbolici, minacce di tagli ai prezzi e poi accordi, uno dopo l’altro. Ora il settore farmaceutico entra nel 2026 come una band che ha appena superato una crisi interna: meno illusioni, più realtà. Secondo l’analisi “White Album” – il riferimento al periodo di crisi interna dei Beatles non è casuale – pubblicata dall’olandese Ing, questo sarà l’anno della verità. Un 2026, che come il disco dei fab four, non sarà lineare, ma complesso. E proprio per questo decisivo.
Prezzi: un tentativo mirato, non una rivoluzione
Secondo Ing, l’agenda dell’amministrazione Trump punta effettivamente a contenere i costi dei farmaci, ma con strumenti dal raggio d’azione limitato. Gli accordi con alcune big pharma – sconti su Medicaid, allineamento dei listini dei nuovi farmaci e il canale TrumpRx per gli acquisti cash – intervengono su segmenti specifici senza modificare in profondità il funzionamento del mercato statunitense. Medicaid pesa solo per il 7–10% della spesa farmaceutica Usa, mentre TrumpRx riguarderebbe circa l’1–2% delle vendite totali (esclusi i Glp-1). Inoltre, i dazi sugli input dei generici rischiano di compensare parte dei risparmi per i consumatori. In Europa, il meccanismo della most favoured nation aumenta la pressione sui governi affinché accettino prezzi più alti per sostenere l’innovazione globale. Il precedente più sensibile è il Regno Unito, che ha già segnalato disponibilità a riconoscere prezzi più elevati per difendere l’accesso. Il dilemma, per molti governi, resta lo stesso: aumentare la spesa e comprimere altre voci di bilancio, oppure limitare l’introduzione di alcune terapie ad alto costo.
L’America riporta a casa i farmaci
Se sui prezzi la rivoluzione ancora non c’è stata, sulla manifattura sì. Gli accordi legati ai dazi stanno spingendo centinaia di miliardi di dollari di investimenti verso gli Stati Uniti. Nuovi impianti, ammodernamenti, collaborazione con Cdmo locali: la produzione “branded” si sposta oltreoceano. Un conto che si prospetta salato per l’Europa, mentre i generici restano saldamente ancorati all’Asia. Con un paradosso strategico non indifferente: Washington e Bruxelles parlano di sicurezza nazionale, ma continuano a dipendere in larga misura da catene di fornitura asiatiche, soprattutto per i farmaci generici e i principi attivi. Per i farmaci di uso più comune, come gli analgesici di base, l’Europa è dipendente dall’Asia; anche in aree terapeutiche critiche come gli antibiotici, la capacità produttiva continentale è estremamente limitata, con un solo stabilimento pienamente operativo rimasto sul territorio europeo.
Cina, Europa e Usa: ecco su cosa si gioca la partita
Nel 1990 il Vecchio continente concentrava circa la metà della spesa globale in R&S farmaceutica, a fronte di poco più di un terzo negli Stati Uniti. Oggi, le imprese statunitensi assorbono il 55% degli investimenti globali in ricerca, mentre la quota europea è scesa al 26%. E se nel breve periodo la R&D tiene, il vero rischio è la Cina, non tanto per il 2026, quanto per il decennio successivo. La variabile IA – fronte su cui gli Usa rimangono leader – può cambiare le regole del gioco, infatti, la scoperta di nuove proteine e l’accelerazione dei processi di sviluppo potrebbero compensare parte delle perdite.
Ma Ing è netta: la crescita dell’R&D cinese supera quella americana ed europea – tra il 2010 e il 2022 la spesa cinese in ricerca e sviluppo farmaceutico di Pechino è cresciuta a un ritmo medio annuo del 20,7%, un’accelerazione nettamente superiore a quella registrata nello stesso periodo negli Stati Uniti (+5,5%) e nell’Unione europea (+4,4%) -, il numero di trial clinici avviati è ormai superiore a quello europeo e le approvazioni globali di nuovi farmaci sono in aumento. L’outlicensing di asset biotecnologici verso la Cina è entrato progressivamente nel radar delle autorità occidentali come questione di sicurezza nazionale, in quanto veicolo potenziale di trasferimento di know-how, capacità industriali e proprietà intellettuale in settori ritenuti strategici. Nonostante Trump abbia inserito nel National defence authorisation act, restrizioni per le compagnie cinesi, nella lettura di Ing, tali misure appaiono insufficienti a invertire una tendenza strutturale. Il risultato è una competizione asimmetrica, in cui la Cina consolida il proprio ruolo di hub di innovazione e sviluppo clinico, mentre l’Occidente cerca di gestire il rischio geopolitico senza rinunciare ai benefici economici e industriali derivanti dall’integrazione delle catene globali della ricerca e della produzione.
M&A: il 2026 sarà l’anno delle acquisizioni
Pipeline da riempire, tassi in discesa e incertezza politica in parte assorbita: la combinazione è esplosiva. Ing prevede un aumento del 15% di volumi e valori delle operazioni di M&A, con oltre 500 deal e più di 230 miliardi di dollari. Prevalgono le acquisizioni “di crescita”, su asset in fase avanzata. Le mega-fusioni restano rare, ma il clima politico statunitense è meno ostile che in passato. I catalizzatori sono principalmente i farmaci per la perdita di peso e le biotech AI-driven.
E l’Italia?
Proprio mentre l’analisi di Ing segnala il rischio di una progressiva marginalizzazione del continente, i dati di Fondazione Edison presentati ieri alla Camera sulle Fab13 mostrano come una parte dell’industria farmaceutica europea stia seguendo una traiettoria diversa: forte internazionalizzazione, investimenti elevati in ricerca e una base produttiva ancora radicata sul territorio nazionale. Negli ultimi dieci anni l’Italia si è affermata come hub manifatturiero del settore, con un export farmaceutico che oggi vale circa il 10% delle esportazioni nazionali, sostenuto quasi interamente dalla domanda estera. Un elemento che dialoga direttamente con il White Album, ma anche un monito: questa competitività non è garantita, e senza un quadro regolatorio e industriale in grado di sostenerla rischia di essere erosa rapidamente.
Europa: ultima chiamata
Il Vecchio continente – con i suoi ricercatori citati 2,5 volte e 1,5 volte in più nelle principali riviste scientifiche rispetto, rispettivamente, ai colleghi statunitensi e cinesi – resta un gigante scientifico, ma sempre più marginale come mercato e come polo di sviluppo. Regole frammentate, prezzi bassi, tassazione elevata e mercati dei capitali poco profondi spingono l’innovazione altrove.
Tre sono le direttrici chiave da seguire secondo Ing. La prima riguarda i prezzi e la fiscalità: aumentare la remunerazione dei farmaci ad alto valore clinico e di interesse strategico per la salute pubblica, riducendo al contempo meccanismi distorsivi (come il payback), e affiancando incentivi fiscali o sussidi per rendere più attrattivi gli investimenti nella produzione di medicinali critici. La seconda è regolatoria: armonizzare le regole su sperimentazioni cliniche e Hta e garantire tempi di accesso al mercato comparabili a quelli della Fda. La terza, più strutturale, riguarda i capitali: mercati finanziari più profondi e integrati sono indispensabili per sostenere il finanziamento early-stage e accompagnare l’innovazione lungo tutta la catena del valore, completando il percorso verso l’Unione bancaria e dei mercati dei capitali. Senza questi elementi, il rischio è che il vantaggio scientifico europeo resti tale solo sulla carta. E che l’Europa, nonostante le competenze, finisca davvero per diventare “Yesterday”.
















