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Ue-India, l’accordo che conviene all’Italia (anche più che a Bruxelles)

L’accordo di libero scambio Ue-India emerge come una leva strategica per l’Italia in un contesto di crescenti tensioni transatlantiche, offrendo un’alternativa concreta per ridurre dipendenze e aprire nuovi mercati. Per Pmi, agroalimentare e vino, l’Fta non è ideologia ma pragmatismo: accesso, competitività e posizionamento anticipato in un mondo sempre più frammentato

Mentre il dibattito europeo resta intrappolato tra retorica green, rigidità regolatoria e l’ennesimo braccio di ferro con Washington, c’è un accordo che parla direttamente all’interesse nazionale italiano: il Free Trade Agreement tra Unione Europea e India, ormai vicino alla firma.

Non è un caso che questo passaggio maturi proprio ora, nel pieno delle tensioni tra gli Stati Uniti di Donald Trump e i leader europei. Il messaggio che arriva da Washington è chiaro: l’America non garantisce più accesso privilegiato ai mercati, nemmeno agli alleati storici. In questo scenario, l’Europa – e l’Italia in particolare – deve scegliere se restare esposta o costruire alternative.

Perché l’India riguarda direttamente l’Italia

Per l’Italia, l’India non è un concetto astratto o una scommessa ideologica. È un mercato giovane, in crescita, con una classe media in rapida espansione e una domanda crescente di prodotti ad alto valore aggiunto: meccanica, design, moda, agroalimentare, vino.

Qui l’Fta Ue-India diventa cruciale. La riduzione dei dazi e l’armonizzazione delle regole non servono alle grandi multinazionali che sanno già muoversi. Servono alle Poi italiane, che oggi trovano l’India interessante ma complessa, promettente ma costosa da penetrare.

Vinitaly in India: un segnale politico

Non è un caso che proprio in questo momento l’Italia abbia rafforzato la sua presenza enologica in India, con Vinitaly a Delhi e Goa, trasformando una fiera del vino in uno strumento di diplomazia economica.

Vinitaly in India non è solo promozione. È la dimostrazione che il Made in Italy non aspetta che Bruxelles decida, ma anticipa i mercati. Delhi rappresenta il cuore istituzionale e commerciale, Goa è la vetrina turistica e culturale dove il vino italiano dialoga con l’hôtellerie, il lusso e la ristorazione internazionale.

Questo conta perché il vino — spesso sottovalutato nei negoziati — è diventato uno dei dossier sensibili dell’Fta. “Il vino è un ottimo canale di comunicazione. Vorremmo promuovere il vino italiano. Speriamo che questi prodotti possano essere più accessibili al pubblico indiano grazie all’accordo di libero scambio che speriamo possa essere chiuso presto”, ha commentato l’ambasciatore italiano in India, Antonio Bartoli, durante Vinitaly.

Il vino come test politico dell’accordo

L’inclusione del vino nell’accordo Ue-India è un banco di prova. Oggi i dazi indiani sul vino europeo sono elevatissimi e di fatto penalizzano soprattutto i produttori italiani, che competono sulla qualità e non sui volumi.

Se l’Fta manterrà le promesse, il vino italiano potrà finalmente giocare ad armi pari, non solo nei segmenti ultra-premium, ma anche in quelli intermedi, dove si costruisce la vera presenza di mercato. Per l’Italia questo significa export, occupazione, filiere agricole tutelate, territori valorizzati.

Non è un dettaglio: è una scelta politica che dice se l’Europa difende davvero le sue eccellenze o se continua a sacrificarle sull’altare di compromessi ideologici.

Un accordo che riequilibra la dipendenza transatlantica

Le recenti schermaglie tra Trump e i vertici europei hanno mostrato una realtà scomoda: l’Europa è ancora troppo dipendente da Washington, anche sul piano economico. L’Fta con l’India è una risposta silenziosa ma concreta a questa vulnerabilità.

Per l’Italia, che vive di export e trasformazione industriale, diversificare non è un lusso ma una necessità. India significa accesso a un grande mercato senza le rigidità politiche della Cina e senza l’imprevedibilità dell’America trumpiana.

L’accordo Ue-India non è un trattato lontano dai problemi reali. È un’opportunità immediata per l’industria italiana, per l’agroalimentare, per il vino, per le Pmi che tengono in piedi il sistema Paese.

Se Bruxelles lo firma, l’Italia deve essere pronta a usarlo. Vinitaly in India ha già indicato la strada: presenza, visione, pragmatismo. In un mondo che torna a dividersi in blocchi, chi arriva tardi resta fuori.

E questa volta, per una volta, l’Italia può arrivare prima.


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