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Il contributo europeo in Afghanistan è stato concreto. La Nato? Resta il perno dell’Occidente. Parla Talò

Il bilancio dell’impegno occidentale in Afghanistan e il senso dell’alleanza atlantica tornano centrali nel dibattito strategico. Nell’intervista a Formiche.net, l’ambasciatore Francesco Maria Talò ripercorre il valore politico dell’Articolo 5, il contributo italiano alla sicurezza collettiva e l’evoluzione della Nato di fronte alle nuove sfide globali. Dall’Artico alla competizione sulle risorse strategiche, la tenuta dell’Occidente passa dal rafforzamento della cultura della sicurezza, da un pilastro europeo più solido e da una rinnovata coesione transatlantica

Quando il presidente Donald Trump ha messo in discussione l’impegno dei Paesi Nato in Afghanistan, parlando di contingenti “stati un po’ indietro, un po’ fuori dalle linee del fronte”, la replica italiana non si è fatta attendere. La risposta della presidente Giorgia Meloni è stata chiara: il contributo italiano è stato concreto, segnato da sacrifici inestimabili, dalle vittime cadute sul terreno alle ferite subite dai militari. Questa vicenda, al di là della polemica subitanea, riapre il dibattito sul senso della Nato oggi, sulle tensioni tra Washington e Bruxelles, sul ruolo dell’Italia e dell’Europa nella partita globale e sulle nuove sfide strategiche, dall’Artico alla Groenlandia. In questo contesto abbiamo parlato con l’ambasciatore Francesco Maria Talò, testimone diretto di molti passaggi chiave della politica internazionale, per capire rischi, opportunità e futuro dell’alleanza transatlantica.

Ambasciatore, quella sull’Afghanistan è solo una tensione diplomatica momentanea o qualcosa di più profondo sullo stato dei rapporti transatlantici?

Il contributo europeo in Afghanistan è stato concreto e tangibile. Dopo l’11 settembre, l’invocazione dell’Articolo 5 ha segnato un momento di unità storica: non si trattava solo di vicende militari, ma di un impegno condiviso verso la sicurezza collettiva. Il prezzo pagato in vite e risorse va riconosciuto così come il valore del sacrificio condiviso. Sono vicende che hanno segnato la mia vita: ero a New York l’11 settembre, più volte sono stato in Afghanistan da Inviato Speciale e poi come Ambasciatore alla Nato. I valori dell’alleanza occidentale hanno segnato la mia vita professionale e le mie vicende personali.

Quanto pesa nella memoria collettiva occidentale questa esperienza e cosa ha significato, soprattutto per l’Italia, invocare per la prima volta l’Articolo 5 dopo l’11 settembre?

Quella pagina della storia ha lasciato un segno profondo. Essere parte di una risposta condivisa a un attacco diretto ha cementato un senso di responsabilità reciproca. Per l’Italia, l’Afghanistan è stato un teatro di sacrifici alti, ma anche di concreta solidarietà verso un alleato.

Come si coniuga il rispetto per gli alleati con la necessità di preservare la coesione strategica dell’Occidente?

Il rispetto tra alleati è fondamentale. La consapevolezza del contributo reciproco garantisce fiducia. L’unità della Nato resta il pilastro su cui costruire risposte comuni alle emergenze globali, dalla sicurezza europea alle sfide globali più complesse. In questo senso va dato atto sia al presidente Meloni che ai ministri Crosetto e Tajani di aver orientato la politica italiana a preservare e consolidare l’unità Occidentale come condizione necessaria.

Le nuove sfide strategiche, dall’Artico alla Groenlandia, mostrano che nessuno può agire isolatamente. Come vede l’unità dell’Occidente in questo scenario?

La geopolitica dell’Artico dimostra che la coesione non è mai stata così cruciale. Rotte artiche più accessibili e materie prime strategiche portano a nuovi equilibri, e anche l’Europa può essere determinante se agisce unita. Nessuno può pretendere di essere un’isola: la sicurezza collettiva passa dalla capacità di cooperare con tutti i partner dell’Alleanza, dagli Stati Uniti alla Germania, dalla Danimarca al resto dell’Unione Europea. Sarebbe velleitario pensare che un’Europa, anche se unita, possa fare a meno dell’America. E dall’altra parte anche gli Stati Uniti ormai hanno bisogno dell’Europa sia per la sicurezza che per le grandi sfide economiche e tecnologiche perché il nostro contributo può essere determinante.

Come bilanciare il rapporto con Washington e la cooperazione europea, e cosa significa costruire autonomia strategica europea senza rinunciare alla presenza globale?

L’Europa deve “fare i compiti a casa”: investire nella difesa, recuperare una cultura della sicurezza e sviluppare industria e tecnologia in ambito europeo. Tutto questo non si fa da soli: serve un impegno condiviso nella Nato, ma anche legami forti con nella Ue. Cruciale il rapporto con partner come la Germania, sottolineato nel vertice intergovernativo di questa settimana. Allo stesso tempo occorre essere aperti al resto del mondo, a paesi solo apparentemente lontani ma che condividono con noi importanti interessi, come il Giappone dove recentemente la presidente Meloni ha consolidato i legami che vanno dall’Indo-Pacifico all’Indo-Mediterraneo, all’Africa, passando per India e Paesi del Golfo. Solo così si può combinare la solidarietà verso Washington con la costruzione di un’autonomia strategica credibile. Sintetizzando vedo tre priorità: la prima è quella di rafforzare la cultura della sicurezza in Italia, la seconda è quella di costruire finalmente un credibile pilastro europeo nella Nato, la terza è quella di preservare l’unità dell’Occidente. Mi pare che a Roma ci sia adesso la consapevolezza di tutto ciò.

Infine, quale futuro vede per la Nato in questa fase di tensioni e polemiche? Può essere ancora una soluzione e non solo un problema per la coesione occidentale?

La Nato resta il pilastro centrale della sicurezza collettiva. Può essere vittima di incomprensioni, ma anche parte della soluzione. La sfida è trasformare le tensioni in opportunità di rafforzamento: rispettare il diritto internazionale. Solo così l’Occidente può affrontare le sfide globali e garantire stabilità, coesione e sicurezza condivisa. L’ha sottolineato chiaramente il ministro Tajani in una telefonata con il collega americano Rubio ribadendo l’importanza di garantire la sicurezza artica nel quadro della Nato e confermando la presenza a Washington alla riunione di febbraio sui minerali critici, altro tema assolutamente fondamentale nel quale se uniti possiamo recuperare terreno. La Cina in questo ha un quasi monopolio semplicemente perché ha saputo programmare mentre noi facevamo le cicale.


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