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Pasdaran terroristi. L’Italia al lavoro in Ue mentre la Lincoln arriva in Medio Oriente

L’Italia vuole che l’Unione Europea prenda una posizione più dura sulla brutale repressione dell’Iran sulle proteste a livello nazionale, proprio mentre gli Stati Uniti stanno posizionando una grande forza navale vicino al Medio Oriente in risposta ai disordini

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha affermato che le perdite subite dalla popolazione civile durante le recenti proteste in Iran “richiedono una risposta chiara”, annunciando l’intenzione di avanzare proposte concrete al prossimo Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione europea a Bruxelles. In un messaggio pubblicato su X, Tajani ha spiegato che l’Italia chiederà l’inserimento dei Guardiani della Rivoluzione iraniani nella lista Ue delle organizzazioni terroristiche e l’imposizione di sanzioni individuali contro i responsabili della repressione.

Le Guardie rivoluzionarie iraniane – formalmente il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (Irgc), noto anche come Sepah o Pasdaran – sono una forza ideologica militare d’élite incaricata di proteggere la Repubblica Islamica in patria e di proiettare il potere all’estero. Sono le forze armate della teocrazia, potenti e attivi come uno stato-nello-stato, e sono già designate come organizzazione terroristica da Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e Bahrain, mentre l’Ue ha finora sanzionato individui ma si è fermata prima di una designazione completa.

La posizione di Roma si inserisce in un clima di crescente pressione istituzionale europea. Il Parlamento europeo ha condannato la “brutale repressione” attuata da Teheran e ha espresso solidarietà alla popolazione iraniana che chiede libertà, dignità e democrazia. L’Eurocamera ha invocato la fine immediata della repressione, il rilascio dei prigionieri politici, sanzioni mirate contro le autorità iraniane e la piena cooperazione con le indagini delle Nazioni Unite, rafforzando il quadro politico entro cui si muovono gli Stati membri.

Questa dinamica diplomatica si sviluppa parallelamente a una fase di forte tensione sul piano militare. Un funzionario statunitense ha confermato che il gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln è entrato nell’area di responsabilità del Comando Centrale degli Stati Uniti, che include anche l’Iran. Il movimento segue dichiarazioni minacciose da parte dei vertici dei Guardiani della Rivoluzione, secondo cui le forze iraniane avrebbero il “dito sul grilletto” mentre le navi da guerra americane si avvicinano alla regione.

Il gruppo navale comprende la portaerei Lincoln e tre cacciatorpediniere lanciamissili, supportati da un’ampia componente aerea con caccia, velivoli per la guerra elettronica ed elicotteri. Fonti americane hanno precisato che la forza non è necessariamente già “on station”, lasciando intendere una postura volutamente ambigua, pensata per rafforzare la deterrenza senza segnalare un’immediata intenzione offensiva.

Il presidente statunitense, Donald Trump, ha dichiarato nei giorni scorsi che Washington sta inviando verso l’Iran una “flotta imponente, nel caso fosse necessario”, pur aggiungendo che potrebbe non esserci bisogno di usarla. Trump ha più volte ammonito la leadership iraniana contro l’uccisione di manifestanti pacifici e contro le esecuzioni di massa degli arrestati, dopo le proteste iniziate a fine dicembre, considerate la più seria sfida interna al regime degli ultimi anni.

Da Teheran, la risposta è stata improntata alla fermezza. Il portavoce del ministero della Difesa ha avvertito che qualsiasi attacco da parte degli Stati Uniti o di Israele verrebbe affrontato con una reazione “più dolorosa e decisiva che in passato”, sostenendo che il livello di prontezza militare iraniano è oggi superiore rispetto al confronto di giugno, spesso definito dalle autorità come una “guerra di dodici giorni” – quello in cui Israele colpì per primo la Repubblica Islamica, e poi gli Usa si accodarono. Dichiarazioni analoghe sono arrivate dai vertici dei Guardiani della Rivoluzione, che hanno messo in guardia Washington e Tel Aviv da possibili “errori di calcolo”.

Sul fronte interno, la narrativa ufficiale iraniana si è ulteriormente irrigidita. Il quotidiano ultraconservatore Kayhan, vicino alla Guida Suprema Ali Khamenei, ha criticato l’ipotesi di concedere clemenza ad alcuni manifestanti e ha accusato personaggi pubblici e operatori economici di aver fomentato le proteste senza esporsi direttamente, attribuendo loro una corresponsabilità per le perdite umane ed economiche.

Allo stesso tempo, le autorità iraniane ammettono di prepararsi a scenari estremi. Il primo vicepresidente Mohammad Reza Aref ha dichiarato che il governo ha predisposto un piano per la gestione del Paese in caso di guerra, pur ribadendo che l’Iran non intende avviare un conflitto e agirebbe esclusivamente per difesa.

Le ricadute regionali sono già visibili. Le compagnie aeree israeliane El Al, Israir e Arkia hanno annunciato politiche di cancellazione più flessibili, citando l’incertezza legata al rischio di un’escalation che potrebbe coinvolgere direttamente Israele. I vertici delle aziende hanno richiamato l’esperienza maturata in due anni segnati da continui shock di sicurezza.

Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, l’intreccio tra repressione interna in Iran e crescente tensione militare regionale rende più acuta la scelta politica. La proposta di inserire i Guardiani della Rivoluzione nella lista Ue delle organizzazioni terroristiche rappresenterebbe un salto di qualità nella postura europea, con conseguenze giuridiche e diplomatiche rilevanti. Resta da vedere se emergerà un consenso tra i Ventisette, ma la direzione appare sempre più chiara: alle dichiarazioni sui diritti umani è ora richiesto di seguire una risposta concreta, in un contesto strategico sempre più instabile.


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