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Il nuovo ordine mondiale e possibili evoluzioni. L’analisi di Zecchini

L’impressione è di trovarsi in una fase di disordine, segnata dall’instabilità e dallo strapotere di poche potenze avide di conquiste di territori, influenza, risorse naturali e non solo di mercati. In un sistema a vantaggio dei più forti, i conflitti e le lotte sono lungi dal placarsi e le potenze possono essere sempre sfidate da nuovi emergenti ed alleanze. In breve, si è in una fase possibilmente transitoria di “disordine creativo di un futuro sistema”. L’analisi di Salvatore Zecchini

In questi anni vi è un gran dire sulla nascita di un nuovo ordine mondiale alla luce dell’evoluzione nel comportamento delle maggiori potenze sulla scena mondiale. In realtà, vi è poco di ordine nel loro agire e nell’instaurarsi di nuovi schemi o istituzioni che fungano da guida per il loro atteggiarsi nel prevenire tensioni e conflitti, al pari che nello spegnerli.

Dalla crisi finanziaria mondiale del 2007-2008 è apparso con sempre maggiore evidenza che il mondo è entrato in una nuova epoca nelle relazioni internazionali tanto geopolitiche quanto economiche e commerciali. L’ordine mondiale emerso dalla caduta del muro di Berlino e dalla fine dell’Unione Sovietica vedeva il sostituirsi alla diarchia di fatto delle due maggiori potenze, una preminenza degli Usa come democrazia benevola che, nello scenario mondiale, agevolava e in qualche misura disciplinava l’emergere di nuovi paesi in un’evoluzione verso sistemi meno illiberali e più aperti al modello di economia di mercato. Il sostegno alle economie dell’Est Europeo e alla Federazione Russa, l’ingresso della Cina nell’Omc, la globalizzazione degli scambi commerciali e il trasferimento di tecnologie verso i paesi meno avanzati si svolgeva nel rispetto di regole e norme presidiate, oltre che dagli Usa, da alleanze e istituzioni multilaterali, che fornivano la cornice comportamentale e di cooperazione nel perseguimento della pace e prosperità.

Questo sistema è riuscito a resistere ai diversi conflitti scoppiati nell’arco di quindici anni e alle ambizioni crescenti della Cina, nonché della Russia, e di altre grandi economie di acquisire preminenza nella gestione del sistema mondiale. La loro ascesa in termini di ricchezza economica non si è accompagnata a pari progressi verso regimi liberali, né all’osservanza di principi di equa concorrenza sui mercati mondiali. La distribuzione dei costi e dei benefici della globalizzazione economica e commerciale risultava, pertanto, insoddisfacente e fonte di tensioni sia all’interno dei paesi avanzati tra categorie produttive, sia tra i paesi avanzati e quelli emergenti. Il sistema scricchiolava sotto il peso di dispute che non trovavano soddisfacente composizione nelle sedi internazionali e nelle istituzioni preposte.

Ne è seguita una progressiva frammentazione del quadro di cooperazione internazionale e di libero scambio in aree di portata regionale, mentre il ruolo equilibratore degli organismi multilaterali veniva ridimensionato a vantaggio di accordi tra paesi dalle vedute concordanti. La fine di quell’ordine mondiale non scaturiva, peraltro, dal cumularsi di quelle tensioni, né dalla rottura della globalizzazione, ma principalmente dal ritorno della Russia all’aggressività con l’invasione prima della Crimea e poi del resto dell’Ucraina, e dall’affermarsi della Cina come grande potenza che intende esercitare la sua influenza negli assetti mondiali. L’antagonismo tra Usa e Cina, e l’opposizione dei paesi occidentali alle mire espansionistiche della Russia si sono riflessi nel proliferare di sanzioni economiche e finanziarie contro diversi Stati e nel diffondersi tra i paesi di misure protezionistiche.

Il colpo di grazia al sistema l’ha poi dato il presidente Trump fin dalla prima presidenza con misure destabilizzanti in tutti campi senza distinzioni tra Paesi, alleati e non. Uno dopo l’altro i baluardi del vecchio sistema sono stati erosi e depotenziati con interventi al di fuori o in palese contrasto con le regole che secondo il vecchio ordine avrebbero dovuto assicurare il mantenimento della pace e lo sviluppo delle economie. In primo piano si pone l’abbandono dell’apertura dei mercati alla concorrenza multilaterale per passare ad accordi bilaterali in cui si ottiene un migliore rapporto tra i vantaggi degli scambi e i costi di una maggior concorrenza. Da un approccio eminentemente economico è stato breve il passo di Usa, Europa, Cina e altre grandi economie verso la militarizzazione dell’accesso al mercato interno. Dazi, tariffe e restrizioni varie sono stati usati come armi per conseguire obiettivi geo-politici e strumenti per demolire uno dei pilastri del Sistema di Bretton Woods (ovvero, l’apertura multilaterale dei mercati a parità di condizioni).

La Wto è stata ridotta al ruolo di spettatore inerme del crollo del sistema. Fmi e Banca Mondiale sono stati affiancati da istituzioni parallele con compiti simili e governance nelle mani degli emergenti.

Sorte analoga per l’Onu e le altre istituzioni multilaterali preposte alla soluzione dei conflitti. Di fronte agli interessi delle grandi potenze militari a nulla sono valsi i meccanismi e le regole per prevenire e risolvere i conflitti armati, come pure i trattati. Lo si è visto in ogni continente con il succedersi di scontri armati tra paesi “minori” in Asia, Africa e America Latina e addirittura in Europa, dove il ricordo delle atrocità delle Seconda guerra mondiale sembra svanito.

Perfino alleanze storiche di mutua difesa, come la Nato sono state rimesse in discussione e rese labili al mutare delle convenienze del Paese leader più forte. La logica di potenza militare e anche economica ha assunto predominanza sul diritto internazionale e sui principi di autodeterminazione dei popoli. I valori della democrazia liberale arretrano per lasciare il passo a sistemi autoritari, oppure più coesi nel governare con pochi freni.

La Russia di Putin è tornata alla soppressione dell’opposizione con i metodi zaristi e bolscevichi. In Cina le voci del dissenso sono state soffocate anche a Hong Kong, ex colonia britannica che aveva una lunga tradizione di democrazia liberale all’inglese. In questa azione la tecnologia informatica avanzata ha fornito alle autorità cinese un mezzo per il monitoraggio capillare dei cittadini ovunque. Al tempo stesso, segue un percorso abbastanza simile a quello del capitalismo industriale dell’800 espandendo la sua influenza in Asia, Africa ed America Latina per trovare sempre più ampi sbocchi alla sua potenza industriale. Di contro in Europa, si rafforzano le misure di protezione avverso la sleale concorrenza estera in una fase di difficoltà a coniugare crescita e sicurezza sociale. In questo contesto i partiti populisti e nostalgici delle dittature del secolo scorso sono tornati in auge in Germania, Francia e nei paesi post-comunisti.

Negli Usa la presidenza Trump ha assunto modi sempre più autoritari, allontanandosi dai principi libertari della Rivoluzione americana incastonati nella Costituzione. In particolare, non si pone più come il paladino della difesa dei valori delle democrazie liberali, ma fa valere il peso economico, tecnologico e militare del paese per massimizzare gli interessi nazionali in ogni scacchiere internazionale. L’alleanza con l’Europa non è più vista come essenziale, mentre cerca accordi bilaterali con vecchi e nuovi avversari per ottenere reciproche concessioni, lasciando dubbi sul mantenimento degli impegni di difesa nel quadro della Nato.

Verso l’Ue, in particolare, mostra un’avversione alla coesione tra gli Stati membri e preferisce trattare con i singoli Paesi ponendosi in una relazione più favorevole alle sue pretese. Verso le istituzioni multilaterali costituite nel secondo dopoguerra del secolo scorso applica il disimpegno e le rimpiazza con nuovi meccanismi su cui può esercitare il controllo, come il Board of Peace. Ancor più stridenti con il modello libertario sono le iniziative di Trump di espansione territoriale in Groenlandia e l’operazione militare in Venezuela per il controllo della produzione petrolifera.

Da questa moltitudine di segni alcuni osservatori hanno tratto l’immagine della nascita di un nuovo ordine mondiale fondato su poche categorie. In specie, il predominio dei rapporti di forza nelle relazioni tra Paesi, la rimessa in discussione delle alleanze del passato a favore di accordi limitati e transitori con singoli paesi, competizione per il dominio delle reti informatiche e delle tecnologie di punta come quelle connesse all’IA, corsa dell’Europa e di altri Stati al riarmo per acquisire una capacità di deterrenza militare, diffusione dell’uso dei controlli sugli scambi commerciali per ottenere contropartite, regionalizzazione dei commerci mondiali e mantenimento della pace solo mediante accordi tra grandi potenze.

Ma bastano questi fattori per l’affermarsi di un nuovo ordine al di fuori di regole accettate e condivise dal maggior numero di Paesi? L’impressione è piuttosto di trovarsi in una fase di disordine, segnata dall’instabilità e dallo strapotere di poche potenze avide di conquiste di territori, influenza, risorse naturali e non solo di mercati. In un sistema a vantaggio dei più forti, i conflitti e le lotte sono lungi dal placarsi e le potenze possono essere sempre sfidate da nuovi emergenti ed alleanze. In breve, si è in una fase possibilmente transitoria di “disordine creativo di un futuro sistema”. Di fronte a tanta incertezza, è da porre l’interrogativo verso quale assetto il sistema potrebbe evolvere? Possono configurarsi scenari differenti la cui probabilità è difficilmente ponderabile.

È da escludere che dopo una fase di turbolenze si torni al sistema del passato tel quel. I risultati dell’attuale presidenza Trump potrebbero non aver seguito ed essere rovesciati dalla prossima presidenza. Ma anche in questo caso diverse modifiche dovranno essere apportate alle regole e ai meccanismi per essere accettabili dai grandi paesi come dai meno grandi. Diversamente, se l’eredità di Trump mettesse radici, si andrebbe verso un sistema di fatto, dominato dagli interessi contingenti delle grandi potenze o delle grandi alleanze. Un sistema instabile, soggetto a rovesciamenti di alleanze e di fronti, e con una persistente incertezza sulle sfide alla potenza egemone.

Un altro scenario prevede dopo un periodo di turbolenze e conflitti la costruzione di nuove istituzioni multilaterali, di rinnovate alleanze e un nuovo diritto internazionale che permetta di assicurare stabilità ed equità ai rapporti tra paesi. Un sistema che tenti di estinguere i conflitti sul nascere o di assicurare soluzioni durevoli.

Un altro scenario ancora contempla la ripartizione della governance mondiale in grandi zone di influenza dei paesi dalle più grandi capacità economiche, tecnologiche e militari. Alcuni tratti si scorgono già nel presente, ma non è certo che si conservino nel tempo. Ad esempio, attualmente la Cina esercita grande influenza nel Sud-Est Asiatico; l’India e la Cina in Africa e nell’Asia Centrale; gli Usa sul continente americano, Europa e Medio-Oriente; la Russia su alcuni Stati dell’ex blocco sovietico e in Africa sub-Sahariana. All’Europa, culla della civiltà e del pensiero occidentale, rimarrebbe il ruolo di punto di riferimento per le democrazie liberali, sempre che i suoi membri si aggreghino in forme più coese di Stato.

Altri scenari sono configurabili, ma in assenza di regole condivise le potenze egemoni dovranno sempre confrontarsi con l’emergere di altre emergenti, o col decadimento delle loro capacità negli anni. Qualunque sia lo scenario vincente, è da mettere in conto ancora anni di instabilità nella governance dell’ordine mondiale.


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