Secondo il Financial Times, Washington starebbe valutando la concessione delle garanzie di sicurezza all’Ucraina solo in cambio di una rinuncia territoriale nel Donbass. Un’ipotesi che rischia di indebolire la posizione negoziale di Kyiv e di aprire un delicato fronte politico interno per Zelensky
Senza concessioni territoriali, non ci saranno garanzie di sicurezza. Sembra essere questa la formula con cui Washington vuole sbloccare lo stallo dei negoziati sul conflitto in Ucraina, spingendo Kyiv ad accettare la rinuncia della regione del Donbass (incluse le aree ancora sotto il controllo delle forze armate ucraine) in cambio del via libera definitivo da parte statunitense sia sulle cosiddette “security guarantees” che su una più generosa fornitura di sistemi d’arma per il suo apparato militare una volta terminati i combattimenti. A riportare la notizia è il Financial Times, che l’avrebbe appresa da persone con familiarità diretta con il processo negoziale.
Qualora fosse confermato, questo sviluppo andrebbe a impattare notevolmente sulle dinamiche delle trattative. Da parte ucraina l’accordo sulle garanzie veniva infatti dato già per assodato, come sottolineato dallo stesso leader ucraino Volodymyr Zelensky poco dopo il suo incontro con il presidente Usa Donald Trump a margine della conferenza di Davos; dando per acquisito questo dato, Kyiv sperava di godere di una posizione di maggior forza rispetto a Mosca. Tuttavia, la situazione non sembra essere più così rosea. E forse non lo era già da prima: un alto funzionario ucraino contattato da Ft ha affermato che è sempre meno chiaro se gli Stati Uniti si impegneranno, specificando esplicitamente come gli Usa “si fermano ogni volta che si può firmare le garanzie di sicurezza”.
De facto, dunque, sembra che Washington voglia spingere Kyiv ad accettare la rinuncia a quelle parti degli oblasti di Donestk e Luhansk ancora sotto il suo controllo. Cosa che la leadership ucraina non vorrebbe fare, tanto per il lato politico che per quello militare. Nel primo caso, sondaggi condotti a inizio anno rivelano che la maggior parte degli ucraini sostiene la linea dura del presidente Zelensky riguardo al Donbass; per un leader che ambisce a mantenere alto il livello di consenso in vista di una tornata elettorale che sembra essere sempre più imminente, andare contro alla volontà popolare potrebbe essere decisamente controproducente. Sul lato militare, in queste porzioni di territorio si estende la cosiddetta “fortress belt”, una linea difensiva altamente fortificata lunga 50 chilometri che passa attraverso le città di Kramatorsk, Slovyansk, Druzhkivka e Kostyantynivka, e che è uno die motivi per cui le forze armate ucraine sono riuscite a respingere (almeno fino ad ora) gli assalti russi. Perdere questa barriera lascerebbe l’Ucraina molto più esposta ad eventuali nuovi attacchi provenienti da Est.
Dal lato americano sono arrivate dichiarazioni volte a smentire quanto riportato dal quotidiano britannico. Anna Kelly, vice portavoce della Casa Bianca, ha affermato che quanto dichiarato dalle persone contattate da Ft è “totalmente falso: l’unico ruolo degli Stati Uniti nel processo di pace è quello di riunire le due parti per raggiungere un accordo […] È un peccato che il Financial Times permetta a malintenzionati di mentire in modo anonimo per compromettere il processo di pace, che è in ottima posizione dopo lo storico incontro trilaterale di questo fine settimana ad Abu Dhabi”. A Kelly fa eco, in anonimato, anche un’altra persona vicina alla posizione degli Stati Uniti la quale ha affermato che Washington “non sta cercando di imporre alcuna concessione territoriale all’Ucraina […] Gli Stati Uniti hanno dichiarato che le garanzie di sicurezza dipendono dall’accordo di entrambe le parti su un accordo di pace, ma il contenuto dell’accordo di pace spetta alla Russia e all’Ucraina”.
















