Garantire gli ingenti sussidi a tecnologia e Intelligenza Artificiale non sarà un gioco da ragazzi. In più c’è un deficit non proprio sotto controllo. E allora ecco per l’amministrazione tributaria la più grande infornata di burocrati incaricati di aumentare le entrate fiscali
In Cina sembra essere arrivato il momento delle tasse. Il che non farà certo piacere ai cinesi, già piuttosto demoralizzati da anni di crisi immobiliare e di piccole banche incapaci di prestare nuovo denaro. I consumi interni, anemici da due anni buoni, sono lì a dimostrarlo.
Per questo Pechino ha giocato la sua sopravvivenza sull’export e la politica industriale muscolare e corsara (l’ultima scorribanda risponde al nome di Puma). Le grandi aziende tecnologiche cinesi ci sono abituate, poche settimane fa questo giornale ha raccontato l’ultima stretta fiscale del governo, cucita su misura per finanziare la nuova tornata di sussidi necessaria a rimanere competitivi nel campo dell’Intelligenza Artificiale, dell’automotive e della quantistica.
Da qualche settimana, per espressa richiesta di Pechino, le principali piattaforme di e-commerce, tra cui Alibaba, Amazon e Shein, hanno cominciato a inviare alle autorità i dati relativi ai propri fatturati in Cina, comprensivi di ordini e volumi di spedizione. L’obiettivo è tarare la pressione fiscale sui colossi della tecnologia e del commercio online, al fine di aumentare se possibile il prelievo.
Ora però lo spettro sembra allargarsi anche al cittadino medio, al consumatore tipo. La Cina prevede infatti di assumere il maggior numero di funzionari fiscali da dieci anni a questa parte. Un piccolo esercito di ispettori, impiegati, quadri, per fare delle entrate fiscali la leva con cui ripianare il deficit. Non bisogna mai dimenticare che, almeno ufficialmente, il disavanzo cinese rispetto al Pil supera il 4%, anche se stime ufficiose parlano di un 6,5%.
E poi rendere la Cina più sostenibile dal punto di vista fiscale è la grande sfida per il governo del presidente Xi Jinping. Nel dettaglio i dipartimenti fiscali delle amministrazioni centrali e locali prevedono di assumere 25 mila dipendenti nel 2026. Burocrati che prenderanno parte a esami nazionali molto competitivi. Un’infornata che supererà il picco del 2023, quando furono assunti presso il fisco cinese, 23 mila nuovi funzionari. Alla Cina, non è un mistero, servono nuovi denari per finanziare i nuovi sussidi alla tecnologia. Impossibile, d’altronde, rimanere in scia agli Stati Uniti.
E il punto di partenza sono proprio le entrate fiscali. Le quali hanno oscillato negli ultimi anni e sono diminuite del 3,4% lo scorso anno. La leadership del Partito comunista, lo scorso ottobre, ha chiesto un’ulteriore riforma come parte del piano economico quinquennale del Paese. Con una mossa politicamente sensibile ma dagli effetti, anche psicologici, tutti da verificare, Pechino sta dunque pensando di infilare nuovamente le tasche nelle mani dei cinesi.















