La crisi dell’Occidente affonda nella perdita dell’obbedienza come virtù fondante: rifiutata in nome dell’individualismo, ha spezzato il legame con verità, autorità e ordine naturale. Da Donoso Cortés a Pio XII, la tradizione indica nell’obbedienza il rimedio alla deriva moderna. L’analisi di Benedetto Ippolito
L’obbedienza, oggi parola quasi impronunciabile, non è una sottomissione passiva o una rinuncia all’intelligenza, ma una virtù fondante della civiltà cristiana europea. Essa scaturisce dal riconoscimento di un ordine e di una verità superiori all’individuo, un assetto della realtà che non abbiamo creato e che non possiamo alterare a nostro piacimento. È l’atto libero e ragionevole di chi comprende che la vera libertà non consiste nel fare ciò che si vuole, ma nell’aderire a ciò che è vero e giusto. La crisi contemporanea dell’Occidente, che si manifesta in ogni ambito della vita sociale, politica e spirituale, è radicata proprio nella perdita di questa virtù. Al suo posto, abbiamo esaltato un individualismo prometeico, erigendo la volontà umana a unica fonte di legge e significato. Nell’analisi di questa crisi è utile esaminare le diagnosi profetiche di Juan Donoso Cortés, gli insegnamenti magisteriali di Pio XI e Pio XII, e le profonde intuizioni filosofiche di pensatori tradizionali come Joseph de Maistre.
Prima di descrivere le manifestazioni politiche e sociali della crisi moderna, è indispensabile comprendere le fondamenta teologiche su cui poggiano molti suoi errori. Le crisi che sconvolgono le società e le nazioni non sono mai, in ultima istanza, fenomeni puramente materiali; esse sono quasi sempre la manifestazione esteriore di una crisi spirituale sottostante, di un’alterata relazione tra l’uomo e la realtà. Come ha acutamente osservato nel XIX secolo il pensatore spagnolo Juan Donoso Cortés, gli errori moderni, pur apparendo nuovi nelle loro applicazioni, si risolvono in eresie antiche, da sempre condannate dalla Chiesa.
Secondo l’analisi magistrale del diplomatico spagnolo, l’intera impalcatura del pensiero moderno si regge su due “negazioni supreme”: una relativa a Dio, l’altra relativa all’uomo. L’uomo moderno, nella sua superbia, nega che Dio abbia cura delle sue creature (la Divina Provvidenza) e, al contempo, nega che l’uomo sia concepito nel peccato (il Peccato Originale). Da questa duplice scaturisce l’orgoglio dell’uomo dei nostri tempi, che si crede “senza macchia” e “senza bisogno di Dio”.
Le conseguenze di questo duplice rifiuto sono catastrofiche e ridefiniscono radicalmente la condizione umana. Come descritto dal Cortés, da queste negazioni derivano una serie di affermazioni sovversive tutte incentrate sul principio puro dell’auto-determinazione infinita dell’individuo, senza più regole né finalità.
Tale visione dell’uomo come soggettività autonoma e autosufficiente conduce inevitabilmente a quello che il Cortés definisce un “vasto sistema di naturalismo”. Tale sistema rappresenta la “contraddizione radicale, universale, assoluta” di tutte le credenze cattoliche tradizionali. Esso elimina ogni orizzonte soprannaturale, scartando la Rivelazione, la grazia e l’intervento di Dio nella storia, e converte la religione in un “vero deismo”, una fede astratta in un Dio lontano e disinteressato.
A questa visione desolante, egli contrappone la meravigliosa architettura del sistema cattolico, che è un sistema di mediazione e di prossimità. In esso, l’abisso tra Dio e l’uomo peccatore è colmato dal Verbo Incarnato. La distanza tra Cristo e il peccatore è accorciata dalla Santissima Vergine, la donna senza peccato. E la distanza tra la Vergine e il peccatore è ulteriormente ridotta dai santi penitenti. È una gerarchia d’amore in cui anche “il più grande peccatore è sufficiente stendere la mano colpevole per incontrare chi lo aiuti a risalire”.
Il rifiuto dell’ordine soprannaturale si traduce nel rifiuto dell’autorità che ne è custode e interprete. Papa Pio XII, nell’enciclica Humani Generis (1950), ha diagnosticato con precisione questa deriva. Egli ha denunciato le nuove filosofie come l’esistenzialismo e lo storicismo che, ripudiando “quanto vi è di assoluto, fermo ed immutabile”, preparano la strada al relativismo dogmatico.
Questi sistemi filosofici, animati da un “deplorevole desiderio di novità”, disprezzano la teologia tradizionale e pretendono di riformulare i dogmi con “concetti approssimativi e sempre mutevoli”. In questo modo, minano alla base l’autorità del Magistero della Chiesa, che Cristo stesso ha istituito come “norma prossima e universale di verità” in materia di fede e di costumi. La ribellione teologica e filosofica si manifesta così nella sua forma più diretta: la contestazione dell’autorità visibile istituita da Dio per guidare l’umanità alla salvezza.
L’autorità non è un’imposizione arbitraria, ma il principio strutturante che garantisce l’ordine e la trasmissione della verità. Senza autorità, la verità si dissolve nell’opinione soggettiva e la società si disgrega nell’anarchia. Nella Chiesa, l’autorità del Magistero, e in particolare del Romano Pontefice, è la garanzia dell’unità della fede e della fedeltà al deposito rivelato. Essa è il baluardo contro lo spirito di ribellione che, ieri come oggi, cerca di sovvertire l’ordine divino.
La condanna dello “spirito di ribellione” è una costante nella storia della Chiesa. Già nel XV secolo, Papa Pio II, nella bolla Execrabilis (1460), denunciava come un “abuso inaudito” la pretesa di appellarsi a un futuro concilio contro le decisioni del Romano Pontefice. Egli svelava la vera natura di tale atto: non una ricerca di un giudizio migliore, ma un pretesto per evadere le conseguenze del proprio individualismo (sed commissi evasione peccati). Questo principio stabilisce in modo inequivocabile che l’obbedienza all’autorità divinamente costituita non è una tra le tante opzioni, ma un dovere fondamentale per ogni fedele che desideri rimanere unito a Cristo e alla sua Chiesa.
Papa Pio XII, in Humani Generis, ha ribadito la necessità vitale della verità. La ragione umana, pur essendo un dono prezioso di Dio, è ferita dal peccato originale e soggetta all’influsso delle passioni. Da sola, essa incontra ostacoli insormontabili nel raggiungere le verità religiose e morali con piena certezza e senza errore. Per questo, afferma il Pontefice, la Rivelazione divina è “moralmente necessaria”.
Il Magistero, istituito da Cristo, ha il compito divino non solo di custodire e interpretare autenticamente la Rivelazione, ma anche di “vigilare sulle stesse scienze filosofiche” per proteggere i fedeli da opinioni non rette che possano mettere in pericolo la fede. L’obbedienza al Magistero non è quindi una mera disciplina esteriore, ma un atto di fede in Cristo stesso, che ha affidato alla Chiesa il suo mandato, come ricorda Pio XII citando il Vangelo: «Chi ascolta voi, ascolta me» (Luca 10, 16).
La ribellione contro l’autorità ecclesiastica, mascherata da progresso intellettuale o libertà di pensiero, si traduce inevitabilmente in un progetto di sovversione dell’ordine sociale.
I principi teologici non sono astrazioni remote, ma hanno conseguenze dirette e inevitabili sull’organizzazione politica della società. Alla visione cristiana di una società armonica e organica, fondata sulla legge naturale e divina, le ideologie moderne contrappongono un progetto di disintegrazione che riduce l’uomo a un atomo isolato o a un mero ingranaggio della collettività.
Padre Agostino Gemelli, ai principi del Novecento, nel delineare la dottrina cattolica, descriveva la società come una struttura organica e gerarchica. Lo Stato non è un ammasso di individui atomizzati, ma un complesso di famiglie unite dall’autorità. In questa visione, la famiglia è la cellula fondamentale, con il dovere e il diritto naturale di educare i figli, obbedendo alle leggi di Dio.
La famiglia, lo Stato e la Chiesa sono tre distinti ma armonici educatori, che cooperano all’unico fine della formazione integrale della persona. Non può esserci conflitto tra di loro, perché tutti sono soggetti alla medesima legge divina e naturale. L’educazione è un processo unitario, non può essere frammentata in compartimenti stagni. Come afferma Padre Gemelli, “non è possibile una educazione nazionale che non sia moralmente e religiosamente ispirata”.
All’opposto di questa visione organica si pone la dottrina del comunismo ateo, analizzata con lucidità da Papa Pio XI nell’enciclica Divini Redemptoris (1937). Il comunismo si presenta come un sistema di sovversione totale, i cui pilastri sono il promuovere uno “pseudo-ideale di giustizia, di uguaglianza e di fraternità” che nasconde la sua vera natura di “materialismo dialettico e del materialismo storico”, spogliare l’uomo della sua libertà e dignità, negandogli ogni diritto naturale di fronte alla collettività, di cui è solo “una semplice ruota e un ingranaggio”, ridurre il matrimonio e la famiglia a “una istituzione puramente artificiale e civile”, sottraendo ai genitori il diritto all’educazione, che diventa monopolio della comunità.
Il suo fine ultimo è la realizzazione di una società senza classi che è, per sua stessa essenza, “umanità senza Dio”, e considera la religione come “l’oppio del popolo”.
Pio XI identifica con precisione la radice storica che ha permesso il dilagare dell’errore comunista. Egli afferma senza mezzi termini che il liberalismo estremo gli ha preparato la strada. L’economia liberale, con la sua ricerca del profitto senza freni morali, e il laicismo, con la sua pretesa di espellere Dio dalla vita pubblica, hanno creato un mondo “già largamente scristianizzato”. Le masse operaie, lasciate in uno stato di “abbandono religioso e morale”, sono diventate facile preda di una propaganda che prometteva un paradiso in terra. La decadenza non è iniziata con il comunismo; il comunismo è stato piuttosto l’erede e il compimento di un processo di scristianizzazione avviato secoli prima.
La ribellione contro l’ordine divino e sociale trova il suo fondamento ultimo in un principio filosofico che anima l’intera modernità: l’erezione della volontà umana a principio assoluto di realtà.
Al di là delle loro differenze superficiali, liberalismo, socialismo e comunismo sono uniti da un principio filosofico comune che li oppone radicalmente alla visione tradizionale: la fede nella capacità della volontà umana di costruire e ricostruire la società secondo un piano razionale. È la presunzione di poter creare l’ordine dal nulla, ignorando la natura, la storia e la Provvidenza. La vera linea di frattura non è tra destra e sinistra come comunemente intese, ma tra chi accetta un ordine dato e chi pretende di crearlo.
Come ha brillantemente argomentato lo studioso Stéphane Rials, la “vera politica” — ovvero il pensiero tradizionale — non si definisce sulla base di un programma di potere, ma di una posizione metafisica fondamentale: “L’uomo non può costituire la società”. La politica autentica prova un vero e proprio “orrore” per l’idea che “la volontà umana possa cambiare i nodi, al contempo troppo complessi e troppo semplici, della condizione umana”. Questa posizione la distingue nettamente dai “moderatismi” come l’orleanismo o il bonapartismo, che rappresentano dei compromessi storici con i principi volontaristici ereditati dalla Rivoluzione francese.
Questa opposizione al volontarismo trova la sua espressione più potente in Joseph de Maistre. La sua critica al “costituzionalismo deliberato” non contesta solo l’inefficacia della ragione umana nel legiferare a tavolino, ma denuncia soprattutto l'”orgoglio propriamente antidivino” di tale pretesa. Per Maistre, la costituzione di una nazione non è il prodotto della volontà umana, ma l’opera delle circostanze, guidate da una “mano infallibile, superiore all’uomo”. L’ordine sociale è un dato provvidenziale, che l’uomo deve riconoscere e rispettare, non un artefatto da costruire. Questo è il cuore antivolontarista del conservatorismo tradizionale: l’obbedienza a un ordine che ci precede e ci trascende.
Stéphane Rials traccia un sorprendente parallelo tra l’antivolontarismo di Maistre e l’anti-costruttivismo di un pensatore liberale come Friedrich Hayek. Partendo da presupposti interamente secolarizzati, Hayek giunge a conclusioni analoghe. Egli sostiene che la società è un “ordine spontaneo”, un sistema di una complessità tale da non poter essere compreso né pianificato da una singola mente o volontà. Egli denuncia quella che definì la “illusione sinottica”, ovvero la presunzione che tutti i fatti rilevanti possano essere conosciuti e controllati da un’autorità centrale. Questa “illusione”, come chiarisce la riflessione hayekiana, è l’equivalente secolare dell’orgoglio luciferino criticato da Maistre.
La perdita del senso dell’obbedienza è la conseguenza diretta di questa esaltazione della volontà umana, che rifiuta di riconoscere qualsiasi ordine — sia esso divino, naturale o spontaneo — superiore a sé.
La conclusione è che la crisi dell’Occidente non sia primariamente economica o politica, ma spirituale. Essa deriva dalla sostituzione dell’obbedienza a un ordine trascendente con il culto idolatrico della volontà umana. Dalla negazione del peccato originale e della Provvidenza, passando per la ribellione contro l’autorità del Magistero, fino alla pretesa di ricostruire la società da zero, il filo conduttore è sempre lo stesso: il non serviam dell’uomo che si crede dio di se stesso.
La diagnosi di Papa Pio XI rimane di una sconcertante attualità: senza il fondamento della fede in Dio, ogni legge morale cade, portando alla “graduale ma inevitabile rovina dei popoli, della famiglia, dello Stato, della stessa umana civiltà”.
Non esiste una via d’uscita puramente politica o tecnica da questa crisi. L’unica speranza risiede in quello che la tradizione cattolica indicava come il rimedio fondamentale: un “sincero rinnovamento di vita privata e pubblica secondo i principi del Vangelo”. Questo rinnovamento non è un vago appello sentimentale, ma un percorso esigente che implica il ritorno alle virtù fondamentali: l’umiltà contro l’orgoglio, la carità contro l’egoismo, la giustizia contro la prevaricazione e, soprattutto, la riscoperta dell’obbedienza. Obbedienza alla verità oggettiva, obbedienza alla legge naturale e divina, obbedienza all’autorità legittima, in quanto riflesso dell’unico, vero e immutabile ordine divino che solo può garantire la pace e la salvezza del mondo.
















