Nel suo intervento al New Year’s Forum, Giuseppe Cavo Dragone affronta i principali snodi della sicurezza europea partendo dalla guerra in Ucraina, definita un fallimento strategico russo, per arrivare al dibattito sull’esercito europeo, giudicato irrealistico come forza unica. Nel quadro della Nato, l’ammiraglio riflette anche sul ruolo degli Stati Uniti, ipotizzando un riequilibrio graduale degli impegni e richiamando la linea condivisa sulla Groenlandia
Nel corso del New Year’s Forum, intervenendo nel panel dedicato a Difesa e Sicurezza, Giuseppe Cavo Dragone ha toccato alcuni dei nodi che attraversano il dibattito sulla sicurezza europea. Dalla guerra in Ucraina al tema dell’esercito europeo, fino alle implicazioni strategiche legate all’Artico, il presidente del Comitato militare della Nato ha offerto una lettura che prova a tenere insieme livelli diversi, ridimensionando letture semplificate e forzature politiche.
Il giudizio sulla guerra in Ucraina
Nel valutare il conflitto, Cavo Dragone ha espresso una posizione netta nei confronti di Mosca. “La Russia non ha conseguito i propri risultati” e continuare a definire l’invasione un’operazione speciale richiede “tanta tanta tanta fantasia” dopo cinque anni di guerra. Il fallimento del tentativo iniziale di conquistare Kyiv rappresenta, nella sua lettura, il punto di rottura dell’impianto strategico originario. Anche il dato territoriale pesa nella valutazione complessiva, perché dopo anni di combattimenti Mosca “non ha neanche tutto quanto il Donbass”, elemento che porta a parlare di un “flop strategico di dimensioni grandissime”.
Esercito europeo e nodo dell’autonomia
Sul tema dell’esercito europeo, Cavo Dragone ha scelto di essere esplicito, prendendo le distanze dall’idea di una forza unica sovranazionale. “Mi distaccherei dal concetto di esercito unico europeo perché non è perseguibile”, ha spiegato, richiamando il principio secondo cui le forze armate restano una prerogativa delle singole nazioni. La difesa europea, nella sua impostazione, resta una responsabilità delle singole nazioni, che “sono sovrane per quanto riguarda le loro forze armate e contribuiscono al bene comune”. È un modello che, secondo l’ammiraglio, esiste già all’interno della Nato, con un comando strutturato e permanente, basato sul contributo degli Stati membri, e che “può benissimo essere pantografato e usato in maniera similare anche per l’Unione europea”. Da qui la distinzione di fondo, perché “non c’è possibilità di avere un esercito assegnato all’Unione europea”, così come “non c’è possibilità di avere un esercito assegnato alla Nato”, dal momento che “gli eserciti sono delle nazioni”.
Il ridimensionamento americano e il dossier Groenlandia
Il discorso si è infine allargato al ruolo degli Stati Uniti e agli equilibri complessivi dell’Alleanza. Per Cavo Dragone il legame tra Washington e la Nato resta strutturale, perché “non può esistere un concetto di Nato senza gli Stati Uniti e gli Stati Uniti non possono fare a meno della Nato”. Allo stesso tempo, ha invitato a leggere con realismo l’ipotesi di un riequilibrio degli impegni, spiegando che un eventuale disimpegno “se accadrà, accadrà in maniera graduale e coordinata”. In questo quadro di maggiore maturità rientra anche la gestione condivisa di dossier sensibili come la Groenlandia, su cui “tutti quanti abbiamo concordato che quella (la linea ndr) politica, ovvero quella che si sta perseguendo adesso, è quella giusta”.
















