Il viaggio di Keir Starmer in Cina mostra l’asimmetria dell’engagement con Pechino: mentre Londra adotta un linguaggio prudente, la Cina impone una narrazione strategica dettagliata. Dietro il tappeto rosso e i segnali economici, Pechino combina cortesia diplomatica e pratiche coercitive, puntando a frammentare la coesione occidentale senza offrire una vera alternativa strategica agli Stati Uniti
La Cina ha steso il tappeto rosso per Keir Starmer (copyright: Financial Times) con una cerimonia impeccabile e un linguaggio attentamente calibrato che hanno avvolto di protocollo la visita del primo ministro britannico. Il messaggio di Pechino è stato quello della stabilità, declinato nell’ottica della continuità: Cina e Regno Unito, ha sottolineato il leader Xi Jinping, dovrebbero costruire una “partnership strategica stabile e di lungo periodo” in un contesto globale segnato dall’incertezza – e dunque da una discontinuità instabile, come quella di cui la Repubblica popolare accusa Donald Trump essere promotore, come agente di caoticizzazione.
Per Londra, la visita ha prodotto risultati visibili — la riduzione dei dazi sul whisky, l’introduzione dei visti, i forum economici, la promessa di futuri accordi miliardari. Per Pechino, il risultato principale è stato un altro: il controllo della narrazione.
Il punto emerge chiaramente se si mettono a confronto i due comunicati ufficiali. Il readout di Downing Street è sobrio, prudente, volutamente poco dettagliato: insiste sul tono (“incontri caldi e costruttivi”), sulle opportunità economiche e sull’idea che l’engagement con le grandi potenze sia funzionale alla crescita interna (l’ottica è quella della “Global Britain” a cui ambiva la Brexit), evitando accuratamente impegni, linee rosse o prospettive vincolanti. Il comunicato del Partito comunista cinese, al contrario, è lungo, tematico e programmatico. Elenca ambiti di cooperazione — dall’AI alle bioscienze, questioni ultra-sensibili per gli equilibri dettati dalla Special Partnership statunitense, dalla finanza all’istruzione, dalle tecnologie verdi agli scambi tra persone. Inoltre inserisce la relazione in una cornice storica e strategica più ampia, ribadendo implicitamente anche le posizioni cinesi su governance globale, multilateralismo e dossier sensibili.
Questa asimmetria non è neutrale. Il dettaglio non equivale a trasparenza: è agenda-setting. Il comunicato cinese definisce il rapporto secondo i termini di Pechino, mentre la cautela britannica, pur preservando flessibilità politica, lascia spazio narrativo all’altra parte. È uno schema ricorrente: i governi occidentali parlano per formule difensive, la Cina riempie i vuoti con visione, struttura e direzione strategica.
Il contesto rende il quadro ancora più netto. Tanto che Trump ha avvertito pubblicamente Starmer che rafforzare i legami economici con la Cina è “molto pericoloso”, ricalcando quanto già visto con il Canada, dove l’apertura verso Pechino ha innescato minacce di dazi punitivi da parte di Washington. Parallelamente, la Cina sta sfruttando le tensioni tra gli Stati Uniti e i loro alleati per corteggiare le democrazie medio-grandi più esposte all’imprevedibilità americana, offrendo loro l’illusione di una via alternativa.
Ma ciò che avviene dietro le quinte racconta un’altra storia. Mentre parla di fiducia e rispetto reciproco, si scopre che Pechino ha condotto per anni operazioni di cyber-spionaggio contro alti funzionari di Downing Street, violando telefoni cellulari e intercettando comunicazioni private. Non si tratta di una contraddizione della strategia cinese, bensì della sua essenza: engagement e pressione, cooperazione e intrusione, diplomazia e coercizione procedono in parallelo.
Per il Regno Unito, il rischio è duplice. Da un lato, scambiare la “stabilizzazione” dei rapporti con la Cina per uno spazio strategico reale rispetto agli Stati Uniti, quando le dipendenze fondamentali — deterrenza nucleare, sistemi di difesa avanzati, infrastrutture digitali critiche — restano saldamente ancorate a Washington. Dall’altro, contribuire involontariamente alla strategia cinese di frammentazione dell’ordine occidentale, alimentando l’idea che l’allineamento sia modulare e la coesione negoziabile.
Il “tappeto rosso” dunque, non è solo un gesto di cortesia. È un test. I comunicati dettagliati, le promesse mirate e l’apertura selettiva servono a sondare soglie politiche, mappare vulnerabilità e incoraggiare percorsi bilaterali differenziati. Dialogare con la Cina è legittimo. Confondere però la cortesia con la convergenza strategica è il vero rischio. In un’epoca di competizione tra grandi potenze, la linea di confine tra diplomazia e deriva è più sottile di quanto appaia.















