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Italia e Germania, unite per la Ue di domani (con Parigi presente). Parla Mauro

“Italia e Germania sembrano in questo momento condividere l’idea di far qualcosa in positivo, senza lasciarsi incastrare in una posizione rivendicativa e antiamericana, quale è stata quella della Francia. L’intento è ridare consistenza a una relazione con gli Stati Uniti che abbia al primo punto l’autonomia strategica europea”. Conversazione con Mario Mauro, già ministro della Difesa, attualmente coordinatore del corridoio europeo Baltic Sea–Black Sea–Aegean Sea

“Quale è oggi il governo più europeista in Europa? Quello di Giorgia Meloni, grazie ad un europeismo che ci tiene a difendere, oltre che il mercato unico europeo, anche la possibilità di un’integrazione politica e che faccia scelte su questioni essenziali. Capace di diventare punto di riferimento per gli altri attori in Europa”. L’ex ministro della Difesa Mario Mauro, da poco diventato coordinatore per la Commissione Europea del corridoio europeo “Baltic Sea–Black Sea–Aegean Sea”, non ha dubbi sull’evoluzione politica del governo italiano all’interno delle future dinamiche dell’Ue. In questa conversazione le intreccia alle relazioni con Berlino e Parigi, nella consapevolezza che ad esempio il rapporto dell’Ue con Usa e Cina è immaginato dal governo di Roma come occasione per sviluppare l’industria europea, che nella manifattura italo-tedesca ha la sua spina dorsale.

Italia e Germania stanno tagliando fuori la Francia dal ponte di comando della nuova Ue?

Sicuramente no, perché chi non è avvezzo dei meccanismi istituzionali europei non deve mai commettere l’errore di sottovalutare o di scambiare per un’implosione quella che è semplicemente una divisione contingente tra francesi e tedeschi, in un momento molto particolare della storia recente.

Quale l’oggetto del contendere?

Fondamentalmente l’economia tedesca rimane florida nel suo complesso. Lo prova il fatto che i tedeschi hanno tanti soldi da spendere e hanno scelto come campo di applicazione la difesa, ma soprattutto sono sempre attenti a poter rilanciare la strategia che definisca la propria capacità di penetrazione su altri mercati. E questo spiega l’irritazione tedesca nei confronti della decisione francese di rallentare il tema del Mercosur. Il Mercosur per l’industria tedesca, particolarmente per quella meccanica, è l’equivalente di quello che nelle nostre favole era il Paese di Bengodi cioè un mercato di 700 milioni di persone a cui proporre il meglio della manifattura germanica.

In questo senso è una logica conseguenza il ritrovarsi con un interesse condiviso con l’Italia?

Sì, perché l’Italia nel processo di manifattura è sostanzialmente gemellata al partner tedesco e i processi industriali di tantissimi settori, oltre che affini, sfruttano al meglio il mercato interno dell’Unione. I due Paesi sono anche l’esempio di una penetrazione condivisa, perché entrambi fruiscono come Paese portante o come Paese servente con assoluta reciprocità, ravvisabile in un interesse reciproco e comune nel camminare appaiati. L’economia francese è tipicamente più amante dello status quo, basti vedere l’ansia di protezionismo che pervade il mondo agricolo francese in maniera ancora più marcata rispetto a noi. Tutto ciò quindi tendenzialmente si riflette con un orientamento non solo degli interessi economici, ma anche dei consensi politici che impongono a chi è al governo un’agenda in gran parte diversa. Più interessante però rimane forse la questione istituzionale.

In che senso?

Non dobbiamo dimenticare che il governo Meloni doveva essere il governo che non avrebbe offerto nessuna sponda ai cambiamenti in Europa. Invece in questo momento è il governo che più si batte per un modello che certo non ha le note sonanti della integrazione politica di marca federale cui parzialmente aspirano leader europei, come sicuramente il finlandese Stubb o il giovanissimo neo premier olandese. Ma Italia e Germania sembrano in questo momento condividere l’idea di far qualcosa in positivo, senza lasciarsi incastrare in una posizione rivendicativa e antiamericana, quale è stata quella della Francia. L’intento è ridare consistenza a una relazione con gli Stati Uniti che abbia al primo punto l’autonomia strategica europea. Ecco la vera differenza.

La situazione interna francese quanto può influire in tale scenario?

Qui viene la parte più delicata perché il problema che vive oggi Macron, vale a dire l’ipotesi di poter passare il testimone a un governo sospettabile di non avere particolarmente a cuore il progetto europeo come quello di Marine Le Pen, potrebbe essere anche il problema di Merz nel brevissimo termine, considerando il trend di AfD. Ecco il paradosso dei paradossi: quale è oggi il governo più europeista in Europa? Rischia di essere proprio quello di Giorgia Meloni. Se vogliamo sarà un europeismo che non corrisponde in pieno ai canoni con cui noi lo abbiamo definito in tutti questi anni.

Come sarà?

Sarà un europeismo che alla fine tenderà al marchio della Confederazione più che a quello della Unione o della Federazione di Stati. Ma in ogni caso è un governo che c’è, è un governo che ci tiene a difendere, oltre che il mercato unico europeo, anche la possibilità di un’integrazione politica che faccia scelte su questioni essenziali. Capace di diventare punto di riferimento per gli altri attori in Europa.

Le affinità (politiche, industriali) fra Meloni e Merz possono essere un plus per l’Ue che deve affrontare una fase di grandi transizioni su macro temi come il rapporto con Donald Trump e con Xi Jinping?

Partiamo dalle scelte economiche: probabilmente il segnale più significativo è la joint venture Leonardo-Rheinmetall, una filiera di cui fanno parte le scelte strategiche a cui stiamo assistendo in questi mesi e anche di un attore rilevante come la stessa Fincantieri. C’è una tendenza diretta nella filiera industriale italo tedesca e ciò ha conseguenze perché quel mondo particolare gira intorno alle decisioni di Roma e Berlino dal momento che parliamo della prima e della seconda manifattura d’Europa intrecciate in un dialogo fruttuoso per entrambi da decenni. Non c’è settore da quello degli elettrodomestici a quello appunto delle macchine per fare le auto a quello che gira intorno ai temi collegati all’acciaio e i suoi derivati che non ci racconti di una integrazione sistemica tra i due Paesi.

C’è un conglomerato industriale che probabilmente è accerchiato, cioè incentrato intorno alle Alpi che va dal Gutenberg all’alta Savoia francese e poi giù scendendo lungo il territorio della Pianura padana e quindi dal Piemonte fino al Veneto, compresa la derivazione di Genova che credo faccia una parte molto significativa della produzione industriale europea: questo è stato destabilizzato dalla penetrazione cinese sul tema dell’elettrico e oggi si sta riorganizzando per rilanciarsi in altri settori. Sarà il motore vero dell’Europa per i prossimi mesi e anni a venire.

Con quali conseguenze?

Non possiamo non tenerne conto e siccome costituiranno un polo significativo dal punto di vista della crescita, questo avrà anche un orizzonte di tipo politico in cui sempre più ci sarà un dialogo tra Germania e Italia finalizzato agli equilibri della difesa e non avrà difficoltà a rientrare in gioco anche il gigante francese. Ripeto, oggi la Francia è per ragioni istituzionali in difficoltà e appare emarginata perché evidentemente si trova nel momento di maggior declino del suo leader. Ma non immagino che si possa pensare a Berlino che salta a piè pari il rapporto con la Francia e mai e poi mai immagino che sia così ingenua la gestione di un dossier di questo genere da parte di Roma, credendo che i tedeschi possano fare a meno dei francesi e in fondo anche gli italiani. Perché anche noi siamo abituati ad una relazione con i francesi che vorrei dire, a suo modo, imprescindibile.


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