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Tutti gli effetti (anche sul governo) dell’addio di Vannacci alla Lega. Parla Panarari

L’addio di Roberto Vannacci alla Lega segna la fine annunciata di un rapporto politico mai realmente integrato e apre una fase di profondo riassetto nel Carroccio. Secondo Massimiliano Panarari, la rottura indebolisce la leadership di Matteo Salvini e rafforza il peso del partito dei governatori, spingendo verso un possibile riequilibrio interno. Sullo sfondo, si riaccende la competizione a destra, con possibili effetti sugli equilibri del governo e sulla politica estera, soprattutto in relazione al tema ucraino e al rischio di una nuova forza politica apertamente filoputinista

Addio Lega bella. Parafrasando la canzone degli anarchici, benché qui di anarchico ce ne sia solo uno (e non da quella parte). Ora, l’addio, cambia gli equilibri. Roberto Vannacci lascia il Carroccio (dopo aver depositato, non senza polemiche, il marchio del suo nuovo movimento “Futuro Nazionale”) e certifica la fine di un matrimonio politico che, fin dall’inizio, aveva il sapore dell’operazione tattica più che del progetto strategico. Una rottura che indebolisce Matteo Salvini, apre una nuova fase per il Carroccio e produce effetti a catena sul governo e sulla competizione a destra. Ne parliamo con Massimiliano Panarari, politologo e saggista, che legge questa uscita come l’epilogo annunciato di una storia politicamente incompatibile.

Partiamo dalla notizia: Vannacci lascia la Lega. È una sorpresa o una conclusione scritta?

Direi che siamo alla fine annunciata di una storia che non poteva durare. Gli scricchiolii tra Vannacci e Salvini erano evidenti da tempo e qualcuno dubitava fin dall’inizio di questo matrimonio di interesse. I padri della scienza politica tra Otto e Novecento descrivevano i partiti come degli omnibus: mezzi di trasporto usati dalle élite finché conviene, per poi cambiare strada quando viene meno la possibilità di trarre profitto. Qui siamo esattamente in quella dinamica.

Che ruolo ha avuto Vannacci dentro la Lega di Salvini?

Vannacci ha cavalcato la direzione sovranista impressa da Salvini, verosimilmente per costruirsi un’autonomia e una possibile egemonia interna. Ma la Lega non è solo questo. Accanto all’anima sovranista c’è sempre stata un’altra anima forte: il partito dei governatori. Un’area che ha fatto da contrappeso, più orientata al realismo e meno all’estremismo, perché chi governa i territori ha l’esigenza concreta di amministrare.

Negli ultimi mesi questi distinguo sono diventati più evidenti?

Assolutamente sì. Anche sul piano programmatico sono emersi segnali chiari: basti pensare alla convention di Roccaraso, alle posizioni di Armando Siri o a quelle di Luca Zaia sul fine vita. Dagli ambienti vicini a Zaia, non a caso, è filtrata l’idea che Vannacci fosse incompatibile con la Lega. Nelle ultime settimane la situazione è precipitata, facendo da catalizzatore a una rottura che era già nell’aria.

Quanto ha pesato il flop elettorale in Toscana?

Molto. Da quel momento in poi la posizione di Vannacci è diventata sempre più irrequieta. La Lega per lui era una finestra di opportunità, ma progressivamente si è rivelato un corpo estraneo. Da qui l’uscita.

Chi esce sconfitto da questa vicenda, realmente?

Il vero sconfitto è Salvini. È lui che aveva puntato su Vannacci, arrivando a indicarlo come vicesegretario della Lega. Questa rottura certifica un indebolimento della sua leadership.

Che fase si apre ora per il Carroccio?

Si pensava a una sorta di evoluzione “bavarese” del partito, quasi una federazione con l’ala dei governatori, se Vannacci fosse rimasto. Ora si apre un’altra fase. Il partito dei governatori può dettare la linea, anche in termini di organigrammi interni. La Lega resta un partito leaderistico, ma il segretario federale oggi è più debole. L’asse dei governatori del Nord Est potrebbe spingere verso un riequilibrio.

E per il governo che conseguenze può avere?

C’è un’ambivalenza. Se l’asse dei governatori dovesse rafforzarsi, sarebbe uno stabilizzatore per l’esecutivo. Ma l’uscita di Vannacci è anche un problema per Giorgia Meloni. Si scopre uno spazio a destra: Meloni ha sempre cercato di costruire un partito conservatore che non si scopra troppo a destra. Vannacci, invece, punta a un partito di estrema destra, con richiami chiari al fascismo e al neofascismo.

Questo può riaccendere la competizione a destra?

Sì, perché dall’altra parte c’è Salvini che continua a competere con Fratelli d’Italia. Il progetto di Vannacci rilancia quella competizione e rischia di rimescolare le carte.

La Lega rischia uno scontro interno?

Se non si riposizionerà in una chiave più bavarese, sì. Ci saranno fibrillazioni interne e tensioni anche per il governo. All’interno del partito potrebbe consumarsi uno scontro molto duro.

Il governo è a rischio?

È difficile che cada. Arrivare a fine legislatura diventa una priorità, anche per riorganizzarsi rispetto alla concorrenza a destra di Vannacci. Le cadute di governo, storicamente, avvengono solo con forti fattori internazionali, che infatti sono un elemento di inquietudine per Meloni.

Pesa anche il tema della politica estera?

Certamente. Già i parlamentari vicini a Vannacci avevano espresso dissenso sul decreto Ucraina. Bisognerà capire quanti parlamentari potrebbero uscire dalla Lega per seguirlo, mentre Forza Italia è in piena campagna acquisti. Un partito vannacciano sarebbe apertamente filoputinista e questo destabilizzerebbe la politica estera italiana. Potrebbero arrivare sorprese, come un tentativo di ridimensionare gli aiuti dell’Italia all’Ucraina. 


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