L’uscita di Roberto Vannacci dalla Lega apre uno spazio a destra del centrodestra e mette in difficoltà soprattutto Matteo Salvini. Per il politologo Luca Massidda, il generale punta a costruirsi da outsider in vista del 2027, intercettando i delusi del governo e marcando una netta discontinuità anche sul piano geopolitico. Per la Lega, invece, la rottura può diventare l’occasione per rafforzare una linea più moderata e istituzionale
C’eravamo tanto amati. Sì, questa era facile. Un addio che pesa più di una scissione formale e che apre uno spazio politico ancora tutto da misurare. L’uscita di Roberto Vannacci dalla Lega non è solo l’ennesimo capitolo della tormentata parabola salviniana, ma un segnale che attraversa l’intero centrodestra italiano e ne mette a nudo le tensioni irrisolte. Una mossa che, per lo meno nelle intenzioni del promotore di Futuro Nazionale, parla al malessere di una parte dell’elettorato e che si colloca dentro uno scenario europeo e internazionale segnato dal rafforzamento delle destre radicali. Per capire se e quanto il generale possa diventare un problema – politico e persino geopolitico – su Formiche.net Luca Massidda, politologo dell’Università della Tuscia.
Professor Massidda, Vannacci lascia la Lega. È davvero un problema? E per chi?
La prima domanda da porsi è proprio questa: Vannacci è un problema e per chi? Direi che lo è soprattutto per l’attuale maggioranza di governo. È un problema che tiene insieme una dimensione politica e una geopolitica, anche se oggi prevale chiaramente la prima.
Dietro la scelta di fondare un proprio partito c’è un disegno strategico?
Sì, e non è affatto improvvisato. C’è un senso strategico preciso dietro l’operazione Vannacci, che si muove su due piani. Da un lato prova a cavalcare lo spirito del tempo: esiste uno spazio politico a destra, anche alla destra di un governo di centrodestra. Dall’altro osserva lo scenario europeo e internazionale, dove questo spazio è già occupato in modo crescente, dalla Germania all’Inghilterra, fino agli Stati Uniti.
Quindi Vannacci guarda oltre l’attuale legislatura?
Senza dubbio. Inizia a ragionare su come voteranno i delusi di questa esperienza di governo nel 2027. L’obiettivo è potersi presentare ai blocchi di partenza con un partito che non ha avuto reali responsabilità di governo, consolidandosi nel tempo come outsider per un elettorato di destra che non si riconosce più in un centrodestra ormai percepito come istituzionale.
Potrebbe essere un’alternativa al centrodestra o finirà per starci dentro?
Dipenderà molto dalla legge elettorale. In base a quella potrà scegliere se stare dentro o fuori. Da outsider, fuori dalla coalizione istituzionale, potrebbe anche decidere di correre da solo. In ogni caso, la sua posizione gli consentirebbe di chiedere molto di più rispetto al suo peso politico reale.
Il tema della russofilia è centrale in questa operazione. Come la vede lei?
Se Vannacci deve marcare una discontinuità netta con il governo, quello dell’essere filo-Putin è un argomento potentissimo. È un tema che prende, che parla a un elettorato di destra-destra insoddisfatto della linea atlantista dell’esecutivo, in particolare sulla guerra in Ucraina.
C’è il rischio di un sostegno diretto da parte della Russia?
Al momento non ci scommetterei. Tendenzialmente non è un cavallo forte su cui puntare. Se però da qui alle elezioni dovesse registrare una crescita esponenziale di consenso nel Paese, allora qualche soggetto esterno potrebbe anche decidere di mobilitarsi. Ma l’ascesa, se ci sarà, dovrà essere inizialmente tutta sua.
Colpisce la discontinuità con la Lega: oggi rivendica posizioni filo-Putin, ma in Parlamento ha sempre votato con il governo sugli aiuti a Kyiv.
Non è una contraddizione insanabile. Ora la marcatura è smaccata perché serve a costruire una discontinuità politica e identitaria. Finché era dentro la Lega e nella maggioranza, il vincolo di governo lo portava a votare in un certo modo. Uscito da quel perimetro, può permettersi una postura molto più radicale.
E la Lega? Che futuro ha dopo questo strappo?
Il colpo è più duro per Salvini che per la Lega in quanto tale. Per il partito può persino essere un’occasione per rafforzare la linea Zaia-Giorgetti, meno identitaria e più istituzionale, soprattutto nel Nord-Est. Il colpo sarà più difficile da assorbire per Matteo Salvini: aveva investito molto sulla figura di Vannacci e questa rottura pesa soprattutto sul piano personale, prima ancora che politico.
















