Palazzo Chigi è pronto a far cadere la clausola che riserva la maxi deduzione fiscale per l’acquisto dei beni strumentali da parte delle imprese, ai soli macchinari o software prodotti in Ue. Per professionisti e aziende è una buona notizia, ma occhio, sempre, alla Cina
Se investimento fa rima con Pil, allora la notizia uscita dalla bocca del viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, è decisamente buona per le imprese italiane. Il percorso della riforma fiscale messa a terra dal governo di Giorgia Meloni entra nella sua fase conclusiva con l’annuncio di misure destinate a cambiare radicalmente l’approccio agli investimenti e alla tassazione finanziaria. Le novità principali riguardano lo sblocco dei vincoli geografici per l’iperammortamento, vale a dire lo strumento fiscale che permette alle imprese di dedurre una quota maggiore del costo dei beni strumentali nuovi acquistati, ottenendo così un risparmio di tasse, sui citati beni strumentali. Ma anche il completamento dei decreti legislativi attraverso un decreto Omnibus che armonizzerà i tributi e le procedure amministrative.
Ora, l’allargamento del perimetro dell’agevolazione ha un suo peso specifico tutt’altro che trascurabile. Il superamento della clausola made in Ue per l’accesso ai benefici fiscali sui beni strumentali ad alto contenuto tecnologico ha, infatti, l’obiettivo dichiarato di eliminare ogni limitazione territoriale: l’agevolazione scatterà indipendentemente dal Paese in cui avviene l’investimento o da cui proviene la tecnologia. Questo cambiamento permetterà alle pmi di acquisire con agevolazioni macchinari e software avanzati da mercati leader come Stati Uniti, Taiwan o Corea del Sud. Certo, nel conto vanno messi anche quegli investimenti cinesi che l’Europa, dall’automotive alle rinnovabili, passando per la tecnologia, sembra sempre più soffrire.
“Oggi”, ha spiegato Leo, “il perimetro dell’iperammortamento è ben delimitato, si parla solo di interventi fatti in ambito europeo. Per correggere questo paletto, oggetto di molte polemiche, c’erano diverse ipotesi sul tappeto. Si parlava di paesi del G7 ma c’erano controindicazioni, l’altra ipotesi era di estendere il requisito ai paesi dell’unione doganale, ma alcuni paesi potevano essere esclusi. A questo riguardo posso dare una buona notizia, stiamo lavorando con l’obiettivo di eliminare queste limitazioni territoriali. Quindi, indipendentemente da dove viene effettuato l’investimento, quell’investimento è premiato e può fruire dell’iperammortamento”.
L’apertura dell’iperammortamento oltre i confini europei ha raccolto il parere favorevole di politica, mondo produttivo e professionisti. Elbano De Nuccio, presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti, ha sottolineato come l’estensione dell’area geografica ai paesi G7, inclusi mercati chiave come Stati Uniti e Giappone, sia una risposta concreta alle necessità delle imprese italiane. “Ben venga un’estensione ancora più ampia”, ha commentato evidenziando come molte case produttrici di software strategici per la transizione 4.0 siano localizzate proprio fuori dall’Ue. Secondo De Nuccio, lo strumento è ora più coerente con gli obiettivi di innovazione tecnologica e transizione digitale, permettendo alle aziende di investire nelle migliori tecnologie globali senza vincoli territoriali, includendo anche soluzioni avanzate per l’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili.
E plausi anche dal palazzo. “Non posso che esprimere la mia soddisfazione per il fatto che il governo, per bocca del viceministro Leo, ha compreso l’importanza e i benefici che porta l’allargamento dell’iperammortamento ai beni prodotti fuori dall’Unione europea”, ha sottolineato il deputato e portavoce di Forza Italia, Raffaele Nevi, che si è visto approvare un ordine del giorno presentato da lui stesso in manovra. Odg che impegnava l’esecutivo a “valutare l’opportunità di promuovere, nell’ambito delle politiche industriali e fiscali, un approccio equilibrato che coniughi le esigenze di sicurezza economica e strategica con l’apertura agli scambi commerciali, alla cooperazione tecnologica internazionale e al rafforzamento delle relazioni economiche e diplomatiche dell’Italia coi propri alleati storici”. E così, alla fine, è stato.







