Dopo il via libera della Camera al decreto Ucraina, tra distinguo nella maggioranza e mal di pancia nell’opposizione, l’esponente di Azione Federica Onori rivendica una linea senza ambiguità a sostegno di Kyiv. La deputata denuncia opportunismi e tentazioni filorusse trasversali, chiede rigore nell’applicazione delle sanzioni e mette in guardia dalla minaccia della disinformazione, che mina la credibilità internazionale e la tenuta democratica dell’Italia
Prima la fiducia, poi il distinguo. Il decreto Ucraina passa con 207 voti, ma nell’Aula di Montecitorio va in scena il gioco delle parti: i vannacciani sostengono il governo e subito dopo si smarcano sul provvedimento, aprendo una crepa politica su un dossier che tocca la sicurezza europea e la credibilità internazionale dell’Italia. È in questo clima che sulle colonne di Formiche.net interviene Federica Onori, deputata di Azione, che rivendica una linea senza ambiguità a sostegno di Kyiv e punta il dito contro tentazioni opportunistiche e ambivalenze trasversali. Perché, avverte, sull’Ucraina non sono ammessi equilibrismi.
Onorevole Onori, il decreto Ucraina passa alla Camera con 207 voti favorevoli. I vannacciani votano la fiducia, ma non il decreto. Che tipo di segnale politico va colto?
Il voto dei vannacciani manda un segnale politico molto chiaro: la maggioranza non è compatta su un tema strategico come il sostegno all’Ucraina. Formalmente votano la fiducia, ma poi si distinguono sul decreto. È un po’ il gioco delle tre carte: mi smarco, però non fino al punto di mettere davvero a rischio la mia posizione. È una scelta che sa di codardia e opportunismo politico. Ci si differenzia per costruire consenso personale, magari rosicchiando voti tra Lega e Fratelli d’Italia in preparazione alle prossime elezioni, ma senza assumersi la responsabilità di una rottura vera. Quando però si fa questo su un tema che riguarda la sicurezza europea e la credibilità internazionale dell’Italia, il segnale è preoccupante. La maggioranza regge nei numeri, ma politicamente appare fragile proprio su una questione fondamentale.
La linea di Azione resta coerente, a sostegno senza ambiguità dell’Ucraina. A sinistra, anche nel Pd, montano i mal di pancia. Cosa accade a quelle latitudini?
Quello che vediamo oggi è un effetto di confusione nelle scelte politiche dei partiti. Abbiamo detto che la maggioranza non è compatta, ma non va meglio dall’altra parte: anche le principali forze dell’opposizione mostrano divisioni interne. Due su tre dei partiti principali a sinistra sembrano inclinare verso posizioni meno europeiste e pericolosamente vicine a orientamenti filorussi. È un po’ il dramma della politica italiana di oggi: le due coalizioni, maggioranza e campo largo, si spaccano su scelte di politica estera fondamentali, intaccando la tenuta delle stesse. Si è creato di fatto un partito trasversale, antieuropeo e filorusso. È per questo che noi di Azione manteniamo la barra dritta su temi essenziali attorno a cui pensiamo si possa costruire un progetto di coalizione coerente: il sostegno all’Ucraina, l’unità europea e la sicurezza internazionale. Sono queste le priorità della nostra linea politica.
Calenda ha invitato Renzi e Schlein a Kyiv. Sarebbe un segnale politico forte. Accetteranno?
Sarebbe importante, come avviene in molti altri Paesi europei, che anche in Italia ci fosse un grande partito di sinistra capace di farsi portavoce di un popolo invaso, che resiste e lotta contro un’aggressione, e la presenza di Renzi e Schlein a Kyiv sarebbe un segnale importante. Al momento, purtroppo, quello scenario non sembra plausibile nel nostro Paese.
La percezione, che emerge anche dalla scelta di porre la fiducia da parte dell’esecutivo, è che ci sia una sorta di “stanchezza” della politica italiana nel perseguire la risoluzione giusta del conflitto in Ucraina. Lei come la vede?
Di questa “stanchezza” della politica italiana si parla ormai da giugno 2022, e personalmente trovo questa espressione fuorviante. Chi si sente stanco dovrebbe guardare a chi ha provocato la guerra, non voltarsi dall’altra parte rispetto al popolo che resiste quotidianamente sotto i bombardamenti. Putin, nei lunghissimi e inconsistenti negoziati, anche in quelli facilitati da Trump, non ha mai accettato neppure un periodo di tregua, continuando a colpire indiscriminatamente città e civili ucraini. Davanti a questo scenario, la politica italiana non può permettersi di abbassare la guardia: stiamo parlando di scelte che riguardano la sicurezza europea e la credibilità internazionale del nostro Paese.
Lei fu tra le prime parlamentari a recarsi, tra gli altri, a Buca, simbolo del massacro russo. Considerando le evoluzioni del conflitto, quale deve essere la postura italiana nella prospettiva negoziale?
Quello che ho visto a Buca mi ha confermato quanto ogni passo falso rischi di avere un impatto diretto sulla vita delle persone e sulla sicurezza del continente europeo. La postura dell’Italia deve essere chiara e coerente: sostenere l’integrità territoriale dell’Ucraina, difendere i principi di diritto internazionale e favorire percorsi negoziali credibili, che mettano l’Ucraina nella posizione più forte possibile al tavolo dei negoziati.
E sul piano europeo?
In sede europea, l’Italia deve continuare a lavorare per sostenere la difesa ucraina e per rafforzare le sanzioni contro la Russia. La coerenza non può fermarsi alle dichiarazioni: l’Italia deve essere scrupolosa nell’applicazione delle sanzioni anche sul proprio territorio. Negli ultimi mesi abbiamo presentato diverse interrogazioni relative a sospetti di elusione delle sanzioni da parte di alcune aziende, tramite sistemi di triangolazione con altri Paesi e movimenti sospetti di capitale. È fondamentale garantire che le sanzioni non rimangano solo sulla carta, perché la loro applicazione concreta è parte integrante del sostegno all’Ucraina e della credibilità internazionale dell’Italia.
C’è un altro livello di guerra, al di là di quella che si combatte sul campo. Un conflitto silenzioso fatto di influenze esterne e disinformazione. In Ue abbiamo visto la Romania, oggi nel mondo il Myanmar. In Italia quanto è pervasiva la disinformazione, in particolare di quella russa?
C’è ancora molto lavoro da fare per far crescere la consapevolezza della pervasività di questo fenomeno, sia nella classe politica sia tra alcuni amministratori locali, e sui rischi concreti che rappresenta per la tenuta della democrazia e della coesione sociale. L’abbiamo visto in Romania e in Moldova, dove le manipolazioni informative sono arrivate a condizionare persino i processi elettorali, dimostrando quanto le democrazie possano essere fragili di fronte a ingerenze esterne organizzate. Il danno più grande, a lungo termine, è quello di minare la fiducia dei cittadini nel sistema democratico stesso, e non riguarda i singoli partiti, ma l’intera collettività e le nostre istituzioni democratiche.
Come si manifesta, per lo più, questo nuovo genere di minacce?
Questa minaccia si manifesta non solo sui social media, ma anche in alcuni talk show televisivi e persino nelle scuole. Proprio in questi giorni è emerso il caso del liceo Leopardi di Recanati, dove due reporter apertamente filorussi, associati a un’organizzazione finanziata dal Cremlino, hanno tenuto incontri per gli studenti: su questo abbiamo presentato un’interrogazione al ministro Valditara. È un chiaro esempio di come le ingerenze informative possano infiltrarsi a diversi livelli della società e di quanto sia urgente rafforzare strumenti di prevenzione e sensibilizzazione.
















