Jeffrey Epstein emerge dai file desecretati come figura sospesa tra legami con ambienti dell’intelligence e una rete personale costruita con tecniche tipiche della Humint. Un “servizio informativo” privato, capace di influenzare élite e apparati in più Paesi. L’analisi di Niccolò Petrelli, professore associato di Studi Strategici, Roma Tre
I file recentemente desecretati da parte del Dipartimento di Giustizia statunitense ai sensi dell’Epstein Files Transparency Act, milioni di pagine, hanno innescato un dibattito sulle presunte connessioni del defunto finanziere con agenzie di intelligence internazionali. Sebbene non siano emerse prove che Epstein lavorasse per alcun servizio segreto, i documenti resi pubblici restituiscono l’immagine di un uomo con legami nel mondo dell’intelligence in diversi Paesi e, soprattutto, inseritosi in ambiti e reti elitarie spesso attraverso metodi sorprendentemente simili alle tecniche di human intelligence (Humint) impiegate dagli organismi informativi.
Tra i materiali pubblicati a fine di gennaio 2026, dopo vari ritardi, diversi fanno riferimento ai rapporti di Epstein con figure legate ad agenzie di spionaggio. Tra queste spicca Ehud Barak, oltre che ex primo ministro israeliano, veterano del Sayeret Matkal, la più importante unità speciale delle forze armate israeliane, ed ex direttore dell’intelligence militare. Un memorandum Fbi dell’ottobre 2020 proveniente dall’ufficio di Los Angeles cita una fonte confidenziale secondo cui Epstein sarebbe stato “addestrato come spia” sotto Barak e avrebbe operato come “agente del Mossad”. I documenti dettagliano anche il sostegno finanziario a lungo termine di Epstein a organizzazioni legate a Israele, tra cui Friends of the Israel Defense Forces e il Jewish National Fund, oltre a email che dimostrano che il finanziere abbia pagato alcuni trattamenti medici ad un collaboratore di Barak. Le speculazioni sui legami di Epstein con gli apparati informativi israeliani non si limitano ai suoi legami con Barak, ma passano anche per quelli con il padre di Ghislaine Maxwell, Robert Maxwell, sospettato di aver avuto legami con l’intelligence israeliana, oltre che con il Kgb e l’MI6 britannico. L’ex funzionario dell’intelligence militare israeliana Ari Ben-Menashe ha affermato che Epstein partecipò a trasferimenti di armi da Israele all’Iran negli anni ‘80-‘90, incluse operazioni di riciclaggio di denaro.
Per quanto riguarda i rapporti con l’intelligence statunitense, emergono anzitutto interazioni con William J. Burns, diplomatico ed ex direttore della Cia. La documentazione rivela infatti incontri e messaggi tra Burns e Epstein dopo la condanna di quest’ultimo del 2008, incluso un pranzo in uno studio legale di Washington. Un portavoce ha sottolineato come Burns sia profondamente rammaricato di aver avuto rapporti con Epstein, sottolineando che essi furono interrotti non appena il diplomatico si informò in maniera più dettagliata sui crimini del finanziere. Sembra tuttavia che la storia non finisca qui. Le molteplici richieste Foia (Freedom of Information Act) presentate dagli avvocati di Epstein sia alla Cia che alla Nsa (National Security Agency) per ottenere copia di tutta la documentazione eventualmente in possesso di queste agenzie che riguardasse il finanziere lasciano infatti spazio a ipotesi e speculazioni su ulteriori legami tra Epstein e la comunità d’intelligence Usa. Un’ulteriore conferma in tal senso sembra venire anche dalle parole dell’ex procuratore statunitense Alexander Acosta, che supervisionò il controverso patteggiamento di Epstein nel 2008. Sembra infatti che egli abbia rivelato alla reporter investigativa Vicky Ward che Epstein “apparteneva all’intelligence” e che era meglio “lasciar perdere”.
Il secondo aspetto interessante che emerge dalla documentazione resa pubblica, e che sembra ulteriormente accreditare la tesi che Epstein avesse una qualche familiarità con il mondo dell’intelligence, concerne i numerosi paralleli riscontrabili tra il modus operandi del finanziere e le tecniche professionali di costruzione di reti di spionaggio.
L’Humint consiste nella raccolta di informazioni da fonti umane attraverso un ciclo strutturato: individuazione, valutazione, reclutamento (generalmente attraverso una o più leve così come illustrate dal cosiddetto “framework Mice”: Money, Ideology, Coercion, Ego/Excitement), e infine gestione delle fonti. Le operazioni di Epstein sembrano rispecchiare da vicino questo ciclo, somigliando a un’operazione Humint sofisticata e multilivello incentrata sulla penetrazione di élite in diversi ambiti. Nella fase di individuazione e valutazione, Epstein mirava a individui di alto profilo, politici, miliardari, alti funzionari dello Stato e internazionali, giornalisti noti, uomini d’affari, esponenti della nobiltà, attraverso eventi sociali, viaggi privati e circoli esclusivi. La sua famigerata isola, nonché le numerose residenze di lusso in cui si svolgevano feste e eventi sociali di vario genere, fungevano da luoghi ideali sia per l’individuazione che per la valutazione dei “bersagli”, in virtù delle numerose possibilità che in quelle circostanze si producevano per avere accesso a individui di interesse e per valutarne carattere e eventuali vulnerabilità.
Per il “reclutamento” venivano ampiamente sfruttate le varie leve del Mice. Anzitutto gli incentivi finanziari, che giocavano un ruolo chiave, svolgendo Epstein spesso il ruolo di gestore patrimoniale e facilitatore di accordi d’affari lucrativi in cambio di informazioni o opportunità di accedere a ulteriori “bersagli”. Anche l’ideologia, in particolare il sostegno a Israele, giocava un ruolo importante nell’attrarre individui di interesse nella rete di Epstein, come mostrano i legami del finanziere con Leslie Wexner o con Sultan Ahmed bin Sulayem, il Ceo della DP World di Dubai. La coercizione era, apparentemente, il meccanismo su cui Epstein più frequentemente puntava, attraverso schemi di “honeytrap” (ovvero attraverso seduzione e/o relazioni sessuali), tra cui anche uno diretto a colpire Elon Musk attraverso il fratello Kimbal, a volte con vittime minorenni, per generare materiale compromettente, nonché attraverso sorveglianza clandestina, come evidenziato dalla pervasiva presente nella villa newyorkese del finanziere su East 71st Street, nell’Upper East Side di Manhattan, di sistemi video e audio di sorveglianza appositamente progettati per registrare gli ospiti. “Ego ed eccitazione” completavano il repertorio: l’accesso al lussuoso “circolo” di conoscenze e influenza che gravitava intorno a Epstein lusingava la vanità delle élite, creando una sorta di “effetto network” e facendo sì che l’importanza, attrattività, e utilità della rete per ognuno dei membri crescesse con l’aumentare di questi ultimi, rendendola in ultimo quasi indispensabile.
Infine, per la fase di “gestione” Epstein si serviva di intermediari (cut-outs), collaboratori di vario genere e avvocati (in primo luogo Alan Dershowitz) per scambiare le informazioni, che raramente sembra fossero da lui e a lui riferite, ancora una volta in maniera molto simile a quanto accade nel mondo dell’intelligence, al fine di mantenere “negabilità plausibile”.
Giornalisti ed ex funzionari di apparati informativi hanno evidenziato come molte delle informazioni che al momento circolano sul finanziere pedofilo e l’intelligence siano dicerie e speculazioni, e come non vi sia una vera e propria “pistola fumante” che confermi con un buon grado di certezza che Epstein abbia effettivamente collaborato con uno o più servizi segreti. Appare però condivisibile il giudizio della giornalista Vicky Ward, che ha sostenuto che Epstein agiva come una sorta di “agenzia di intelligence internazionale” a conduzione individuale grazie alla sua straordinaria rete di contatti. Mentre l’analisi delle oltre 3,5 milioni di pagine e delle migliaia di video e immagini, non possiamo che continuare a domandarci: Jeffrey Epstein serviva principalmente i propri interessi o la sua rete serviva scopi di intelligence più ampi?
















