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Vi racconto le lunghe ondate delle politiche di Trump. L’analisi di Zecchini

L’economia dell’Ue rischia di pagare un conto più salato del previsto per le continue ondate di incertezza generate dal protezionismo di Trump. Pur nel caso in cui alla fine le barriere commerciali verso l’Ue risultassero sostanzialmente equivalenti alle attuali, per gli esportatori europei la prospettiva più conveniente sarebbe diversificare i mercati di sbocco all’esterno e valorizzare le opportunità offerte dal Mercato Unico

Al pari di un terremoto che genera tsunami distruttivi a grande distanza, le politiche del presidente Trump producono prolungate ondate di incertezza e destabilizzazione su scala internazionale. L’ultimo episodio è avvenuto con la tardiva dichiarazione di illegittimità di specifiche barriere tariffarie erte contro le importazioni dall’estero e la sua immediata reazione a caldo sotto forma di nuovi dazi e di altre misure protezionistiche che siano compatibili con le norme esistenti.

Quel che appare chiaro è che il protezionismo commerciale di Trump non è finito, né attenuato con la decisione della Corte Suprema di dichiarare illegittimi i dazi imposti direttamente senza il vaglio e l’approvazione al Congresso. Di fatto è decaduta solo quella parte che si richiama alla legge sui poteri di emergenza del 1977, la IEEPA, e che copre circa il 70% delle merci scambiate. Restano in vigore i dazi su prodotti importanti per la Ue, quali l’acciaio, l’alluminio, le automobili, i camion e alcune categorie di componenti, che sono sottoposti alla tariffa del 25% e non subiranno dazio aggiuntivo.

Con queste eccezioni, la reazione di Trump alla decisione di illegittimità è stata di ricorrere immediatamente alla Sezione 122 del Trade Act del 1974 per imporre direttamente una nuova tariffa transitoria del 10% su tutti i prodotti importati per un periodo di 150 giorni, estendibile. Questa volta la giustificazione a cui ha fatto ricorso è la presenza di ampi e seri problemi di deficit nella bilancia dei pagamenti con l’estero. Appena un giorno dopo ha annunciato il rialzo delle tariffe al 15%. Pertanto, l’incertezza sul grado di apertura del mercato americano alla concorrenza estera non tende a diminuire ma aumenta per la carenza di chiarezza sia sull’attuale tariffa nominale complessiva da applicare a ciascuna categoria di beni e a ciascun paese, sia per la sua durata, sia ancora per le altre barriere che adotterebbe nel periodo successivo alla scadenza di quelle correnti.

Su questo sfondo i Paesi partner commerciali, quali l’Ue, dovrebbero interrogarsi su quale sarebbe il destino degli accordi tariffari conclusi con Trump? La Casa Bianca si è affrettata a dichiarare che quegli accordi restano validi, ma questo appare dubbio anche sul piano giuridico perché stipulati senza il passaggio al Congresso americano, oltre che sulla base di un regime tariffario dichiarato successivamente illegittimo. Quello con l’Ue presenta, inoltre, il problema che, sebbene sia stato sottoscritto dalla Presidente della Commissione e approvato dai governi dei Paesi membri, non ha completato per essere valido l’iter di approvazione, perché manca ancora quella del Parlamento europeo. Si aprono quindi diverse possibilità, che spetta ai Paesi membri e alla Commissione discutere tra loro prima di parlarne con l’amministrazione americana.

Una possibilità è dare corso all’accordo esistente con l’approvazione finale, ma il Parlamento Ue potrebbe essere di contrario avviso e bloccare questa possibilità. Molto dipende da quanto restrittiva sarà la barriera tariffaria alla scadenza del periodo transitorio. Se si ipotizzasse che sarà superiore a quella attualmente applicata, converrebbe restare nell’accordo, ma se si ritenesse che sarà il contrario, sarebbe più conveniente rinegoziare per ottenere un trattamento migliore.

Un’altra possibilità consiste nel rinegoziare l’accordo, in quanto se si continuasse con quello attuale si potrebbe avere uno svantaggio rispetto al trattamento applicato al resto dei Paesi. Su questo aspetto va considerato che in base all’accordo attuale la tariffa generale è limitata al 15% e che Trump ha ottenuto dall’Ue l’esenzione tariffaria per le importazioni di prodotti industriali americani e altre concessioni in termini di acquisti di prodotti energetici e di investimenti diretti. Ancora, un’altra possibilità consiste nel sospendere la ratifica e chiedere all’amministrazione Trump l’impegno a non aumentare le tariffe sui prodotti dell’Ue fino al 2028, anno finale del suo mandato presidenziale, oppure una speciale clausola di most favoured nation che estenda all’Ue un eventuale miglior trattamento concesso ad altri paesi.

Ovviamente, sulle discussioni commerciali influiscono molte altre considerazioni politiche e altre incertezze che finiscono col pesare sugli scambi con l’estero degli Usa e sull’economia europea. Ne sono esempi la preparazione di un nuovo attacco americano all’Iran, le ambiguità sul sostegno a una giusta pace nel conflitto in Ucraina, le molte sanzioni economiche, la rivalità con la Cina, il disimpegno militare in Europa, la scadenza elettorale di metà termine che potrebbe cambiare le maggioranze al Congresso, il persistente deprezzamento del dollaro.

Nel suo agire Trump sembra trascurare che il rinnovato protezionismo economico si riverbera negativamente sulla stessa economia americana oltre che su quella europea. Nel 2025 il brusco innalzamento delle barriere tariffarie non ha prodotto un consistente contenimento del disavanzo nella bilancia mercantile a causa di diversi fattori tra cui l’applicazione soltanto in parte dell’anno e gli abbattimenti tariffari successivi. Il disavanzo è diminuito di appena 2,3 millesimi, portandosi a 901,5 miliardi di dollari a seguito di un incremento (in valore assoluto) dell’export appena superiore a quello dell’import.

Si aggiunga che l’onere dei dazi è ricaduto per circa il 90% sulle imprese americane, secondo un’analisi della Fed, e ancora non è stato traslato interamente sui prezzi al consumo. Nell’anno corrente gli effetti sul disavanzo saranno probabilmente più consistenti e le ripercussioni sull’inflazione, che finora non sono apparse se non in modesta misura nell’andamento degli indici di prezzo, potrebbero divenire più evidenti. Ma l’effetto finale è condizionato dall’incertezza tanto sul livello delle tariffe in corso d’anno per i diversi prodotti, quanto sulla direzione della loro variazione. Le imprese che attualmente registrano un ribasso delle tariffe dopo aver già traslato sui consumatori i rincari del 2025, potrebbero essere indotte a ridurre i prezzi di vendita sotto la pressione della maggiore concorrenza estera. In contrasto, quanti si confrontano dall’anno scorso con maggiorazioni di costo delle importazioni sarebbero indotti a traslare in maggiore misura i rincari sui prezzi al consumatore e a cercare di modificare le catene di fornitori, possibilmente rivolgendosi a produttori americani.

L’incertezza sulle politiche americane rende molto problematiche per gli stessi imprenditori americani la modifica delle filiere del valore. Si tratta di scelte che richiedono tempi non brevi e costi aggiuntivi. Per l’Europa l’incertezza, a cui si somma quella sul deprezzamento del dollaro, sta avendo riflessi negativi in quanto alcune grandi imprese hanno deciso di spostare parte della produzione direttamente in territorio americano per mettere al sicuro la loro quota in quel mercato.

Contrariamente alle attese, l’impatto sul tasso d’inflazione al consumo in America continuerà a essere graduale e diluito nel tempo. I consumi degli americani, che sono il maggior motore della crescita americana in questa fase, mostrano grande sensibilità ai rincari e di conseguenza le imprese sembrano attente ad accettare per qualche tempo margini sotto pressione pur di non accusare cedimenti dei ricavi. La prudenza della Fed nell’abbassare i tassi d’interesse ufficiali e nell’immettere nuova liquidità nel sistema tende altresì a smorzare la pressione dei nuovi dazi sui prezzi interni. Al tempo stesso l’incertezza sull’evoluzione delle tariffe non contribuisce alla discesa dei tassi d’interesse come desiderato da Trump. Lo stesso mercato azionario ha reagito con grande variabilità agli annunci del Presidente americano e la corsa agli assets rifugio è ripresa dando impulso al prezzo dell’oro e dei metalli preziosi.

La strategia di Trump è dettata dal proposito dichiarato di rilanciare il settore manifatturiero dopo decenni di arretramento e allo stesso tempo di ridurre il deficit del bilancio federale. Su entrambi i versanti questa strategia ha scarse probabilità di risultare vincente nel medio-lungo periodo. Da un lato porta allo sviluppo di produzioni meno competitive sui mercati internazionali e a investire meno in ricerca ed innovazione per battere la concorrenza estera. Dall’altro lato, gli introiti da dazi non sarebbero in misura tale da colmare il notevole disavanzo federale, in particolare in un periodo segnato da un grande squilibrio tra investimenti e spese federali in ascesa e risparmio insufficiente. Le possibilità di successo, al contrario, sembrano legate soprattutto alla scommessa in corso sull’IA e alla sua capacità di dare impulso a produttività e competitività

D’altronde, l’attività d’investimento e la crescita economica complessiva probabilmente risentiranno meno dell’incertezza generata dalle misure protezionistiche, perché sono attualmente sostenute dal miraggio dei guadagni straordinari ottenibili dall’impiego dell’intelligenza artificiale. Per costruirne le necessarie infrastrutture, soprattutto centri dati, generatori di massicce quantità di energia elettrica, semiconduttori e capacità di calcolo, da alcuni anni si stanno investendo ingenti capitali, con il risultato di alimentare in misura consistente la crescita economica. Questo andamento continuerà in questo decennio e sarebbe in grado di accelerare il potenziale di crescita nei prossimi anni a seguito dei progressi conseguibili dal lato della produttività.

L’economia dell’Ue, al contrario, rischia di pagare un conto più salato del previsto per le continue ondate di incertezza generate dal protezionismo di Trump. Pur nel caso in cui alla fine le barriere commerciali verso l’Ue risultassero sostanzialmente equivalenti alle attuali, per gli esportatori europei la prospettiva più conveniente sarebbe diversificare i mercati di sbocco all’esterno e valorizzare le opportunità offerte dal Mercato Unico.

L’Ue ha tentato di percorrere questa strada da diversi anni ma con scarsi risultati. Si tratta, infatti, di abbattere le remore agli scambi all’interno dell’area ed incentivare imprenditori e consumatori a preferire il migliore Made in Europe. In altri termini, occorre superare la radicata propensione a preferire i produttori nazionali a quelli stranieri, quantunque europei.


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