Lo spazio non è più un santuario ma un dominio conteso. Per reagire alla crescente assertività di Cina e Russia, la United States Space force punta sulle Dynamic space operations: satelliti manovrabili, costellazioni proliferate, logistica orbitale e infrastrutture terrestri distribuite. Un cambio di paradigma che mira a ridurre la prevedibilità, rafforzare resilienza e deterrenza e integrare sempre più il settore commerciale nella sicurezza spaziale. L’analisi del generale Lucio Bianchi e del generale Maurizio De Carlo
È ormai noto di come lo spazio sia passato dall’essere considerato un santuario strategico intoccabile ad un vero e proprio dominio di conflitto più o meno ibrido. In questo nuovo contesto, la United States Space force vero e proprio motore dell’innovazione dottrinale militare occidentale, ha avviato un ripensamento radicale sul modo in cui progetta e impiega le proprie capacità orbitali. Il concetto chiave che ha sviluppato è denominato Dynamic space operations (Dso) ovvero operazioni spaziali dinamiche, capaci di introdurre flessibilità, manovra e sorpresa in un ambiente generalmente “kepleriano”, cioè prevedibile.
Per decenni le architetture spaziali militari sono state costruite su un presupposto implicito: lo spazio non presentava minacce, non era un campo di battaglia. I satelliti venivano lanciati in orbite stabili, progettati per disporre del carburante necessario a soddisfare la vita operativa prevista e a svolgere quella specifica missione per la quale erano stati progettati. Questa impostazione ha garantito una sorta di efficienza, ma ha anche creato un sistema altamente prevedibile. Orbite, frequenze, stazioni di controllo a terra e persino calendari di lancio erano spesso noti o facilmente tracciabili da potenziali avversari.
La prevedibilità è oggi tra le principali vulnerabilità dei sistemi spaziali. I satelliti per intelligence, sorveglianza e ricognizione seguono traiettorie calcolabili, permettendo agli avversari di nascondere attività sensibili o sospenderle al momento opportuno. Le stazioni terrestri, concentrate in pochi siti fissi, rappresentano bersagli potenziali per attacchi fisici o cyber. Anche il segmento relativo ai collegamenti radio utilizza bande di frequenza relativamente statiche, mentre l’infrastruttura di lancio dipende da poche basi e da pianificazioni pluriennali.
In questo scenario ci si confronta con paesi come la Cina e la Russia; in particolare la Cina, che dal 2007 – anno del test antisatellite che distrusse un proprio satellite – ha costantemente accelerato lo sviluppo di sempre più efficaci capacità controspaziali. Pechino dispone oggi di sistemi Asat a lancio diretto, armi elettroniche terrestri, laser e strumenti cyber. Parallelamente sta investendo nella manovrabilità orbitale, come dimostrano i satelliti della serie Shijian e le operazioni di rendezvous e riposizionamento in orbita geostazionaria. Episodi definiti dalla stampa specializzata come “dogfight spaziali” indicano una crescente padronanza di tecniche di manovra coordinata tra più satelliti.
Di fronte a queste evoluzioni, le Dso propongono un cambio di paradigma: non più satelliti statici e missioni rigide ( per esempio satelliti esclusivamente earth-facing ), ma sistemi capaci di modificare frequentemente orbita, assetto, configurazione e persino funzione. La manovra, principio classico dei conflitti , entra così pienamente nel dominio spaziale. Muovere un satellite in modo imprevedibile complica le attività di tracciamento e targeting avversarie (purtroppo, nel contempo, rende più complessa anche la capacita di Space traffic control) generando sorpresa operativa.
Tuttavia, il concetto di Dso non riguarda solo l’orbita. Viene coinvolta l’intera architettura: segmento spaziale, terrestre, collegamenti e lancio. Sul piano orbitale, tecnologie di rifornimento, manutenzione e assemblaggio in orbita – note come Isam e Space mobility and logistics – promettono di estendere la vita dei satelliti e consentire aggiornamenti modulari. Dimostratori come l’X-37B mostrano la possibilità di carichi utili intercambiabili e missioni riconfigurabili, mentre programmi come Rooster (Rapid on-orbit space technology evaluation ring) introducono flessibilità attraverso payload secondari modulari.
Anche il software diventa un moltiplicatore di dinamismo. Software defined radio possono essere riprogrammate dopo il lancio, modificando parametri operativi e, in prospettiva, persino la missione stessa.
Sul piano dei collegamenti, tecniche come il frequency hopping – nate durante la Seconda guerra mondiale – offrono maggiore resilienza contro il jamming. Nel settore dei lanci, la diversificazione dei siti, nonché la modalità di lancio e la standardizzazione dei satelliti per adattarsi a diversi vettori, potrebbero abbreviare i tempi di dispiegamento e aumentare la reattività operativa.
Un’architettura veramente dinamica prevede inoltre costellazioni “proliferate”, composte da molti satelliti più piccoli, posti in diverse posizioni orbitali e con payload di varia natura; ma il segmento terrestre, con reti di comando e controllo basate su infrastrutture cloud e antenne phased-array mobili, capaci di seguire satelliti manovranti e ridurre la dipendenza da pochi centri fissi rappresenterà un elemento chiave per esaltare questa grande reattività operativa e diversificazione. Le future tecnologie peraltro, e in particolare quelle quantistiche, genereranno un cambio di paradigma, trasformando le infrastrutture di terra da elementi statici e centralizzati a elementi distribuiti, espandibili, interoperabili e multi-missione. In questa prospettiva, il segmento terrestre diventa parte integrante della manovra strategica perché con le caratteristiche di espandibilità, interoperabilità e multimissione, è in grado di dare quel fondamentale contributo, non solo alla resilienza complessiva dell’architettura, ma anche alla generazione di superiorità informativa e decisionale.
La combinazione di proliferazione, manovra frequente, modularità, un moderno segmento terrestre e logistica orbitale crea una rete flessibile, difficile da neutralizzare e capace di generare “veri e propri impasse e/o dilemmi” nel processo decisorio dell’avversario.
La questione, naturalmente, è anche economica. Implementare pienamente le Dso richiede investimenti significativi ma aprirà anche ad un ruolo sempre più significativo per il settore commerciale il quale potrà essere estremamente rilevante per alcune capacità , soprattutto nel settore della logistica spaziale .
In definitiva, le Dynamic space operations rappresenta molto più di un aggiornamento tecnologico. Rappresenta infatti l’ineluttabile adattamento dello strumento spaziale alla constatazione che lo spazio è divenuto il nuovo dominio di possibile conflitto, in cui occorre recepire alcuni del principi fondamentali che regolano i domini contesi ovvero la capacità di manovra, la necessità di creare sorpresa e una sostanziale resilienza. Rendendo le operazioni meno prevedibili e più flessibili, le difese occidentali possono mirare non solo a proteggere le proprie capacità, ma anche a rafforzare la deterrenza. Se lo spazio è diventato infrastruttura critica per tutte le operazioni militari, la capacità di muoversi, adattarsi e sorprendere potrebbe fare la differenza tra superiorità e vulnerabilità orbitale.
Di questi e di altri elementi che hanno a che fare con l’evoluzione dello spazio militare nel nuovo scenario globale, tratteremo nel corso della conferenza CeSMA, programmata a Torino il 27 maggio 2026.















