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Perché slegarsi dalla tecnologia Usa è difficile (e rischioso)

L’obiettivo a Bruxelles è cercare di ridurre l’indipendenza, ma al momento non esistono delle alternative in grado di competere con i servizi offerti dalle aziende statunitensi. Privandosi di quegli strumenti, il rischio è di mettersi in pericolo da soli. Anche in vista del futuro non sembrano poterci essere grandi cambiamenti

“Dobbiamo accelerare e fornire chiaramente tutti i componenti di un potere geopolitico nella difesa, nella tecnologia e nella riduzione dei rischi nei confronti di tutti le grandi potenze, al fine di essere molto più indipendenti”, diceva Emmanuel Macron alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera. Il presidente francese portava all’attenzione due esempi concreti, quali l’intelligenza artificiale e il cloud computing. Macron, nella scia della tradizione transalpina, è sempre stato uno dei più convinti sostenitori dell’indipendenza europea. Non da ultimo, nel settore tecnologico. Staccarsi o quantomeno ridurre il peso di quella americana può essere un obiettivo. Al momento però la situazione è ben diversa da quella che si vorrebbe immaginare.

A scriverla è il Financial Times, secondo cui se l’Europa smettesse di affidarsi agli strumenti prodotti in America incorrerebbe in guai seri. Soprattutto per quanto riguarda la difesa e la sicurezza. Gli eserciti europei hanno in dotazione software americano. I sistemi più critici funzionano grazie alle reti made in Usa. Da al di là dell’Oceano Atlantico arrivano anche armi e infrastrutture, da intendere come satelliti di intelligence, sistemi di comando e di controllo. Insomma, nel momento in cui non esistono alternative europee, slegarsi dagli americani potrebbe essere un gran problema. Pensarlo, spiega al FT un funzionario a conoscenza del dossier sulla sovranità tecnologica, “non è realistico né utile. La maggior parte delle nostre piattaforme si affida al back-end americano, quindi è molto difficile che qualcosa accada nel breve termine. Semplicemente non è possibile”.

Anche se la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è certa di come i campioni nostrani vadano solamente stimolati per permettergli di emergere, gli esperti non ne sono così convinti. Certo, il fatto che da qui a qualche mese l’esecutivo dell’Ue dovrebbe presentare un piano per la sovranità tecnologica è positivo. Ma pensare che possa bastare per staccarsi dallo storico alleato è fantascienza. È scritto anche negli accordi, d’altronde. Come quello che ha sottoscritto la Germania con Google per la fornitura di servizi cloud all’esercito. O come quello da 240 milioni di sterline siglato dal Regno Unito con Palantir, per l’analisi dei dati.

La questione nasce dal comportamento ondivago degli Stati Uniti. La paura degli europei è che Donald Trump possa a un certo punto decidere di staccare la spina – anche se rischierebbe di trasformarsi in un boomerang per il presidente americano. Anche per l’Europa le minacce potrebbero essere spuntate. Il bazooka più volte nominato potrebbe essere un deterrente, ma se dovessero utilizzarlo si ritorna al punto di partenza: alternative al livello degli strumenti tecnologici americani non ce ne sono ancora.

C’è un altro elemento che merita di essere aggiunto all’analisi. Da quanto sostengono gli addetti ai lavori, le preoccupazioni sulla possibile crisi dell’intelligenza artificiale non riguardano la sicurezza informatica. L’arrivo sul mercato di Claude Code Security di Anthropic, che permette di analizzare le falle e suggerire dei rimedi, ha fatto perdere parecchio alle rivali – Global X Cybersecurity ha perso il 4,9%, CrowdStrike l’11%, Cloudflare il 9,6%, SailPoint l’8%. Generando un po’ di panico. Ma fino a un certo punto. Come sostiene Aron Jacobson, partner della New Enterprise Associates (NEA), “la sicurezza informatica non è un problema tecnologico, ma umano”. Per cui l’Europa è giusto che segua la sua strada ma, visto ciò che riserva il futuro, prima di abbandonare del tutto quella vecchia è meglio pensarci bene.


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