Quattro anni di guerra in Ucraina. L’Italia resta coerente nel sostegno a Kyiv, mentre in Ue Slovacchia e Ungheria si oppongono agli aiuti. Il capogruppo in senato di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, sottolinea il ruolo di Roma, la necessità di negoziati seri e i rapporti con gli Usa
Quattro anni dopo l’invasione russa, l’Europa si scopre ancora in trincea. Non solo sul campo, dove l’Ucraina continua a combattere la guerra più sanguinosa degli ultimi cento anni dopo i due conflitti mondiali, ma anche nei palazzi della politica. Ieri, in sede Ue, il voto sugli aiuti a Kyiv ha registrato l’opposizione di Slovacchia e Ungheria, riaprendo il dibattito sulle maggioranze e sui veti. In questo quadro, Formiche.net ha intervistato Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia.
Senatore Malan, quattro anni di guerra. Che bilancio fa?
Se l’Italia e altri Paesi non avessero sostenuto l’Ucraina fin dal primo giorno, i piani avventati di Putin avrebbero avuto successo. L’Ucraina oggi non esisterebbe più, sarebbe una provincia della Russia. Parliamo della guerra più sanguinosa degli ultimi cento anni, dopo le due guerre mondiali, e di una delle più sanguinose in assoluto. Oltre alle migliaia di morti, è un danno morale ed economico per l’intera Europa. Ci eravamo illusi che la pace fosse acquisita per sempre.
Il voto di ieri in Ue, con Slovacchia e Ungheria contrarie agli aiuti, indebolisce il fronte europeo?
L’Europa è con l’Ucraina, al di là delle posizioni di Viktor Orbán e della Slovacchia. L’Ungheria aveva annunciato il voto contrario. Va ricordato che molte decisioni richiedono l’unanimità: è una garanzia per tutti. Le decisioni a maggioranza possono far comodo oggi, ma riformare i Trattati in questo senso potrebbe essere rischioso. Se un domani si prendessero decisioni contro di noi, saremmo in difficoltà. Grazie al lavoro di Giorgia Meloni, in precedenti votazioni anche l’Ungheria ha sostenuto le posizioni comuni.
Qual è stato il ruolo dell’Italia in questi quattro anni?
Coerenza, equilibrio e determinazione. L’obiettivo, fin dal primo giorno, è arrivare a una pace giusta. E bisogna perseverare. L’Italia ha tenuto una linea chiara, sostenendo Kiev e lavorando con gli alleati per creare le condizioni di un negoziato serio.
Sul fronte americano, Donald Trump spesso sorprende nell’approccio. Che giudizio dà?
È inutile fare gli anti-trumpiani a prescindere. Trump può sconcertare nei modi, ma è l’unico che ha portato all’inizio di un tentativo concreto di accordo. Speriamo che si facciano passi avanti. I rapporti con gli Stati Uniti sono fondamentali e l’Italia, con Meloni, difende gli interessi nazionali partecipando ai tavoli da protagonista, non certo da comprimario.
La recente decisione della Corte Suprema Usa sui dazi cambia qualcosa per l’Italia?
È un passaggio importante interno agli Stati Uniti. Se i dazi dovranno essere temporanei o decisi dal Congresso, l’iter sarà più lungo e prevedibile. Dal nostro punto di vista non cambia la sostanza: i dazi li pagano i consumatori americani. Le aziende italiane, nonostante tutto, hanno aumentato l’export verso gli Usa. Non capisco la logica di chi attacca il governo su tutto, dipingendolo come “cameriere” di Trump.
Le opposizioni sostengono che l’esecutivo sia troppo allineato a Washington. Come rispondere a queste accuse?
È una narrazione strumentale. La sinistra è sempre contro l’Italia, a prescindere. Forse vorrebbe togliere qualche provvedimento a favore dei più deboli. Noi difendiamo l’interesse nazionale, dentro l’Unione europea e nel rapporto con gli Stati Uniti.
















