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Trump, l’Unione sono io. L’analisi di D’Anna

Ci sono tutti ad applaudire il discorso di Trump, dal figlio diciannovenne Barron, seduto accanto ai suoi fratelli, a Erika, la vedova di Charlie Kirk. Il presidente ha elencato risultati economici e di politica estera, tra cui dazi, occupazione e misure sull’immigrazione. E il confronto con i democratici resta acceso. L’analisi di Gianfranco D’Anna

L’ Unione sono io, dice in sostanza Donald Trump nell’interminabile discorso a reti unificate davanti al Congresso sullo Stato dell’Unione. Una trumpeide tutta business, power and influence. “La nostra nazione è tornata. Più grande, più ricca, più forte che mai. Il nostro Paese è tornato a vincere, anzi: vinciamo così tanto che non sappiamo che farne”, ha esordito per poi passare all’elencazione dei successi in economia e politica estera.

“Forse vuole battere il record di Fidel Castro”, bisbiglia un parlamentare democratico alludendo ai discorsi fiume del leader cubano che duravano in media da due a tre ore, quando Trump supera abbondantemente l’ora d’intervento per poi concludere a poco più di 107 minuti.

Cuore del discorso l’andamento dell’economia, tema su cui la Casa Bianca è fra l’incudine e il martello dell’opinione pubblica a causa delle crescenti difficoltà dei cittadini per l’aumento del costo della vita. Ignorando il marasma dei dazi, il tycoon ha rivendicato invece il successo delle sue politiche protezionistiche enumerando gli ingenti introiti, “per centinaia di miliardi di dollari” ha precisato, la crescita dell’occupazione e un aumento del 12% dell’indice Dow Jones. L’unico accenno alla sonora bocciatura dei dazi e alla insidiosa evidenziazione di avere abusato dei poteri presidenziali decretati dalla Corte Suprema, è quando ha definito la sentenza ”sfortunata” e ”totalmente sbagliata”, evitando di attaccare personalmente i componenti della Corte Suprema, quattro dei quali erano seduti in prima fila dinnanzi a lui.

Altro grande successo rivendicato è quello del contrasto all’immigrazione clandestina, con annessa espulsione degli illegali. Ma a questo punto è stato interrotto dalla deputata democratica del Minnesota, Ilhan Omar, che gli ha urlato contro di essere un bugiardo e di aver ucciso cittadini statunitensi, facendo riferimento a Nicole Good e a Alex Jeffrey Pretti uccisi dalla milizia anti clandestini. Il clima si è ulteriormente surriscaldato quando un altro deputato democratico del Texas, Al Green, ha mostrato un cartello con scritto: “I neri non sono scimmie”, in relazione al video razzista su Obama e la moglie condiviso dal presidente sui social. Green è stato immediatamente accompagnato fuori dall’aula, ma il trambusto ha reso palpabile la profonda frattura politica e razziale ormai apertasi nel Paese.

L’unica parte non propagandistica del discorso sullo Stato dell’Unione è quello riguardante l’Iran, che ha assunto anzi il tono di un ultimatum al regime degli ayatollah, stretto d’assedio da un formidabile dispositivo aeronavale degli Stati Uniti pronto a scatenare l’attacco. “Preferisco risolvere la questione con la diplomazia, ma una cosa è certa: non permetterò mai all’Iran di avere l’arma nucleare o perché ha già sviluppato missili che possono colpire l’Europa e gli Stati Uniti” ha affermato Trump.

Ultimatum mimetizzato dall’auto acclamazione pacifista. “Nei miei primi dieci mesi ho posto fine a otto guerre: Cambogia-Tailandia, Pakistan e India – che avrebbero potuto degenerare in una guerra nucleare – Kosovo e Serbia, Israele e Iran, Egitto ed Etiopia, Armenia e Azerbaigian, Congo e Ruanda e, naturalmente, la guerra a Gaza”. Nessun accenno al blitz contro Maduro, edulcorato nella definizione del Venezuela come nuovo amico e partner. Della serie si vis pacem negozia, se vuoi la pace fai affari! Col Venezuela viene introdotto il tema della lotta ai narcos e al traffico di droga e the Donald rivendica l’eliminazione del truce capo dei capi dei cartelli messicani El Mencho.

Ad ogni accenno di gloria, come quando cita sua moglie Melania definendola una “star del cinema”, il presidente viene interrotto da una fragorosa standing ovation al grido Usa, Usa, dei parlamentari repubblicani al Congresso. I democratici restano invece seduti, in silenzio, alcuni a braccia conserte. Indignata Lauren Underwood, rappresentante dell’Illinois, si alza e se ne va seguita da altri democratici.

Ma da polemista innato Trump coglie la palla al balzo e li sgrida “dovreste vergognarvi di restare seduti”, accentuando il clima infuocato e glissando sulle molte omissioni del discorso. Su tutti il caso Epstein, nonostante lo scandalo del pedofilo e oscuro faccendiere amico di Trump continui a sconvolgere l’Inghilterra e l’opinione pubblica internazionale ed a sollevare interrogativi sulla trasparenza dell’amministrazione.

Come ricorda in una sorta di veemente contro-Discorso dell’Unione la governatrice democratica della Virginia Abigail Spanberger che ha accusato il tycoon di non avere un’agenda economica credibile e di esagerare i risultati in materia di sicurezza pubblica, delineando al contempo le priorità dei Democratici in vista delle elezioni di novembre. “Gli Stati uniti sono stati fondati sull’idea che persone comuni potessero respingere gli eccessi inaccettabili di una cattiva leadership, unirsi per chiedere di più al proprio governo e creare una nazione che fosse un esempio per il mondo”, ha affermato Spanberger. Richiamando le celebrazioni per i 250 anni del Paese, la governatrice ha concluso che “non riesco a pensare a un luogo migliore per parlarvi mentre riflettiamo sull’attuale stato della nostra Unione. Non abbiamo sentito la verità dal nostro presidente, che lavora per se stesso e non per il popolo americano”, ha detto la governatrice parlando da Williamsburg.

Una presa di posizione che delinea l’intenzione di Virginia Spanberger di candidarsi alle prossime presidenziali e di fare in modo che non ci sia un prossimo discorso sullo Stato dell’Unione da parte di Donald Trump.


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