Un’ora e quarantotto minuti per raccontare un’America più forte che mai. Ma dietro l’iperbole trumpiana emergono numeri meno trionfali, una politica estera marginale e lo sguardo già rivolto alle elezioni di metà mandato. L’analisi di Gianfranco Polillo
Quell’ora e quarantotto minuti trascorsi dietro il podio, posto al centro dell’aula del Congresso, alla presenza di (quasi) tutti i deputati ed i senatori degli States, non è altro che l’immagine speculare di Donald Trump. Il più lungo “messaggio” di tutti i tempi, mai fatto da nessun Presidente americano. Una postura che ha riprodotto, salvo qualche leggera moderazione, toni che si erano già sentiti.
I membri della Corte Suprema non sono più “traditori” al servizio di “potenze straniere”, qual era stato il commento a caldo dopo la sentenza che aveva bocciato i dazi sulle importazioni, ma solo gli estensori di “una sentenza infelice” anzi “molto infelice” alla quale tuttavia si può provvedere. “Tutti i Paesi e le aziende” infatti “vogliono mantenere l‘accordo che è stato già fatto. Sanno che come presidente ho il potere di fare un nuovo accordo che potrebbe essere molto peggiore per loro”. Tanto più che “l’azione del Congresso non sarà necessaria!”. Non proprio un capolavoro di diplomazia, considerando la sede in cui queste parole sono state pronunciate.
Ma Donald Trump è fatto così. Più che essere il Presidente del più forte Paese della terra, somiglia ad uno di quei parlamentari americani che sono sempre in campagna elettorale. Pronti all’iperbole nei ragionamenti, all’andare continuamente sopra le righe, alle guasconate che negano in radice ogni contatto con la realtà. Lui stesso non si sente il Presidente di tutti. Ma solo il leader di coloro che lo hanno eletto, ai quali si rivolge spronandoli a continuare la battaglia. Come dimenticare quel grido “fight, fight, fight”, mentre i servizi segreti lo gettavano in terra per sottrarlo ai colpi dell’attentatore.
Da questo punto di vista la tipicità del personaggio è unica. Non ha punti di contatto con i suoi predecessori repubblicani. Si pensi a uomini come Ronald Reagan, George Bush, o lo stesso Richard Nixon. Per non parlare, poi, di Dwight Eisenhower. Costoro avevano in comune il fatto di parlare, ragionare, operare in nome degli Stati Uniti d’America e non per conto dei propri elettori. Del tutto svincolati dalla logica del “mandato imperativo”: istituto che, a differenza di molti Paesi europei, non è contemplato nella Costituzione americana.
In Trump domina invece una visione della politica che è prevalentemente muscolare. È la forza che domina il mondo. Che regola i conflitti. Che traccia i confini, come nel caso dell’Ucraina. Tutto il resto non conta. O conta molto poco. Ma se questo è lo schema, ne discende la necessità di dimostrare in ogni momento la propria presunta magnificenza. Ed ecco allora la sua fissazione per il “Nobel per la pace”. Concesso a Presidenti come Barack Obama, Theodore Roosevelt, Woodrow Wilson, e Jimmy Carter, ma non a lui. Lui, che aveva posto fine a ben 8 conflitti, “che avrebbero potuto degenerare in una guerra nucleare”.
Così come l’incipit del suo discorso: “Stasera, dopo solo un anno, posso dire con dignità e orgoglio che abbiamo raggiunto una trasformazione mai vista prima, una svolta secolare”. Per poi continuare “Il nostro paese è tornato, più grande, più forte e più ricco che mai. Non torneremo indietro questa è l’età dell’oro dell’America”. Un’America che non è mai stata così rispettata. Solo che quest’età dell’oro alla maggioranza dei cittadini americani – il 57%, secondo gli ultimi sondaggi- non sembra essere mai arrivata.
Ed ecco allora che il “grande comunicatore” è costretto ad insistere. A scendere con i piedi per terra e calpestare un un terreno accidentato. Già a Davos, durante il Word Economic Forum, aveva fatto di tutto per convincere il Gotha della finanza internazionale delle meraviglie contenute nella sua gestione dell’economia. Citando i dati del terzo trimestre del 2025, ed estendendoli per l’intero esercizio, aveva parlato di un tasso di crescita straordinario, superiore al 5%, poi ridimensionato dai dati del quarto trimestre. Quell’1,4% che porterà i risultati di fine anno ad un modesto 2%. Obiettivo certamente non disprezzabile, ma lontano anni luce da previsioni fatte per essere smentite. Nella speranza che fossero, anche, dimenticate
E poi l’inflazione. Che non si riesce a far scendere al di sotto del 3%. Sebbene il prezzo delle uova, nel frattempo, sia stato ridimensionato da un forte aumento della produzione e delle importazioni. Questa volta, tuttavia, Donald Trump non si impicca sulle cifre. Promette genericamente ulteriori tagli delle tasse per le persone e per le corporations. Ricorda di aver proibito ai grandi investitori di Wall Street di acquistare “migliaia di abitazioni mono-familiari” perché le “case sono per le persone” e non per la speculazione. Di aver deflazionato il costo dei medicinali. E di voler addossare direttamente sui produttori il costo della maggior energia necessaria per il funzionamento dei data center: indispensabili per lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale.
Offrirà quindi a J.D. Vance, presenza sempre più assidua, la guida della “guerra alle frodi”, con l’obiettivo di riportare in pareggio il bilancio americano. Tesi più che ardita, se si considera ch’esso deriva quasi esclusivamente dal peso delle spese militari e dagli interessi pagati su un debito pubblico, che ha sempre più caratteristiche “italiane”. Sempre in tema di moralità ha, quindi, sollecitato l’approvazione dell’Insider Trading Act. Al fine di evitare l’uso improprio di notizie riservate nel gioco finanziario. Un colpo basso contro i democratici. Soprattutto contro Nancy Pelosi, accusata più volta di essersi arricchita sfruttando la propria posizione.
In precedenza, tuttavia, non aveva resistito alla tentazione di disegnare “l’isola che non c’è”. I nuovi dazi “pagati dai paesi stranieri, col tempo, credo che costituiranno il sistema moderno di tassazione”, aveva sostenuto. L’idea cioè di un Paese completamente avvolto dalle posizioni di rendita che, grazie alla sua forza, costringe gli altri a sostenerne il peso. Al di là dell’etica, l’inconsistenza dei numeri. Lo scorso anno, le entrate derivanti dai dazi sulle importazioni sono stati pari a 261 miliardi di dollari (dati Usitc). Le entrate federali, nello stesso anno (dati Cbo) a 7,4 trilioni di dollari: quasi trenta volte tanto. Difficile, allora, risolvere la relativa equazione.
Ma a Trump tutto ciò interessa poco. L’importante era mandare un messaggio. Cosa che spiega lo scarso interesse dimostrato per la politica estera. Solo un accenno fugace all’Iran, governato da “persone terribili”. Ma colpito a morte nel suo programma nucleare che ora cerca di ricostruire. Non ci riusciranno. Anzi dovranno anche rinunciare al possesso di quei missili che “possono minacciare l’Europa e le nostre basi all’estero” e che “presto” potrebbero raggiungere gli “Stati Uniti”. Tesi, quest’ultima, suggerita da Benjamin Netanyahu nella sua ultima visita alla Casa Bianca.
Per il resto una semplice citazione, come nel caso del Venezuela. Mentre per l’Ucraina le solite cose: con me la guerra non sarebbe mai iniziata (ergo la colpa è dei democratici) e comunque gli Stati Uniti, grazie all’apporto di Steve Witkoff e Jared Kushner “stanno lavorando molto duramente per porre fine alla nona guerra, quella fatta di uccisioni e strage in corso tra la Russia e l’Ucraina, dove ogni mese muoiono 25 mila soldati”. Guerra in corso, non invasione di Vladimir Putin. Ma questo è quanto!
Sennonché, al di là delle spigolature, l’impressione è che il pendolo, (e sta qui l’interesse per il Discorso sullo Stato dell’Unione) nel corso di questa lunga esternazione, abbia oscillato tra i toni concilianti di Marco Rubio (il ramoscello d’ulivo offerto alla Corte suprema) e quelli ben più decisi di J.D. Vance. Con più di un occhio rivolto alle elezioni di midterm che non segneranno solo il destino di Donald, ma offriranno un contributo prezioso per far capire chi potrà essere, in casa Repubblicana, il suo possibile successore.
















