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Sui Data center regole più semplici per attrarre investimenti. La versione di Pastorella (Az)

Con la legge delega sui data center, approvata alla Camera, l’Italia punta a semplificare le autorizzazioni e attrarre investimenti. Il consenso attorno al provvedimento “rappresenta per una volta un esempio di buona politica. Una politica che identifica rapidamente un tema strategico per il Paese, che si adopera per costruire una sintesi tra le diverse sensibilità e che arriva ad una soluzione che tenga insieme tutte le esigenze in campo”. L’intervista a Giulia Pastorella, vicepresidente di Azione

Con l’approvazione unanime alla Camera della legge delega sui data center, l’Italia compie un passo verso la definizione di una strategia nazionale sulle infrastrutture digitali, sempre più centrali nella competizione tecnologica e industriale globale. I centri di elaborazione dati rappresentano oggi la base fisica dell’economia dei dati e dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, e il Paese si trova davanti a una finestra di opportunità favorita dalla posizione geografica nel Mediterraneo e dal crescente ruolo come snodo dei cavi sottomarini tra Europa, Africa e Medio Oriente. Secondo le stime dell’Osservatorio data center del Politecnico di Milano, nel triennio 2026-2029 sono attesi circa 25 miliardi di euro di investimenti per nuove infrastrutture, mentre tra il 2023 e il 2025 sono stati investiti circa 7 miliardi, solo il 68% di quanto previsto. In questo contesto la nuova disciplina punta a superare il vuoto normativo che finora ha rallentato gli investimenti, introducendo procedure autorizzative più chiare e tempi certi su tutto il territorio nazionale. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato, mentre resta aperta la sfida di accompagnare la crescita del settore con infrastrutture energetiche adeguate, competenze tecniche e una governance capace di sostenere una domanda destinata ad aumentare con l’espansione del cloud e dell’intelligenza artificiale. Ne parliamo con la deputata Giulia Pastorella, membro commissione trasporti, poste, telecomunicazioni e prima firmataria della proposta di legge.

Onorevole, con l’approvazione alla Camera della legge delega sui data center, il tema dei centri di elaborazione dati esce dalla dimensione tecnica e diventa una questione di politica industriale e digitale. Si tratta di un cambio di paradigma nel modo in cui l’Italia guarda alle infrastrutture digitali?

Questo è sicuramente il nostro auspicio, ed è anche il motivo per cui abbiamo lavorato a una legge che punta a favorire lo sviluppo e l’installazione di nuovi data center e l’ampliamento degli esistenti, non a limitarli o ingabbiarli. L’idea, per una volta, è che lo Stato possa e debba aiutare a semplificare gli investimenti per favorire la competitività del Paese, senza perdere di vista la sostenibilità, ambientale e sociale.

Dove si gioca oggi la competizione globale europea e globale sui data center e perché per l’Italia è così importante non restare indietro in questa partita?

La competizione si gioca ovunque, e a vincere saranno i Paesi che riusciranno a diventare attrattivi per gli investimenti. L’Italia ha tutte le carte in regola: una posizione geografica strategica, la presenza di cavi sottomarini, una crescente produzione di energia da fonti rinnovabili, un probabile ritorno al nucleare e una buona copertura di connettività, anche se non ancora perfetta. Ad oggi i data center sono concentrati nei grandi hub europei, i cosiddetti Flap-D, che sono però sempre più saturi. Per questo molti operatori stanno cercando nuove aree dove insediarsi. I nostri competitor più diretti, in questa fase, sono Spagna e Francia, ed è proprio lì che, nei passati mesi di incertezza normativa, una parte degli investimenti si è spostata. Con questa legge, auspichiamo che l’Italia possa tornare a essere scelta come approdo prioritario degli investimenti in questo settore.

Qual era il vuoto principale che questa legge cerca di colmare e perché era diventato urgente intervenire?

In questi mesi di lavoro sul tema data center mi sono confrontata con tanti stakeholder – dagli operatori, alle associazioni di categoria, ai sindaci e agli enti locali – e, oltre ad aspetti specifici come il codice Ateco o la destinazione d’uso urbanistica, il macro-tema delle autorizzazioni è sempre emerso come il nodo più critico. Introdurre un iter autorizzativo unico, come abbiamo previsto nella legge delega, non significa creare delle scorciatoie, ma attuare una semplificazione necessaria. In Italia i tempi di realizzazione di un data center possono arrivare anche a 5-6 anni: in questo modo è impossibile essere competitivi. Su questo la politica ha, quindi, il dovere di intervenire. Con la nuova normativa, a parità di controlli e documentazione richiesta – dal punto di vista ambientale, urbanistico e non solo – si ottimizzerà significativamente la procedura rendendola più rapida e snella.

Uno degli obiettivi centrali della delega è introdurre procedure autorizzative uniche e tempi certi su tutto il territorio nazionale. Che cosa cambierà concretamente per chi vuole investire in Italia?

Gli operatori si troveranno finalmente davanti a un Paese con un quadro di regole chiare e uniformi su tutto il territorio. Può sembrare banale, ma la certezza del diritto e la prevedibilità dei tempi di realizzazione sono decisive per qualsiasi tipo di business, e lo sono tanto più per investimenti ingenti e di lungo termine come quelli per la realizzazione di un centro di elaborazione dati. È essenziale che, da Milano alla Sicilia, chi intende realizzare un data center sappia con precisione quali regole si applicano, quale iter autorizzativo seguire e con quali tempistiche. Finora non è stato così. E questa incertezza non ha pesato solo sugli investitori, ma anche su Comuni ed enti locali, spesso costretti ad adattare e interpretare norme non pensate specificamente per i data center, per gestire progetti di impatto significativo per i territori.

Al di là degli investimenti diretti, quali ricadute può generare lo sviluppo delle infrastrutture digitali sulla crescita economica e sulla filiera tecnologica italiana?

Quando si dice che i data center non portano occupazione, si adotta un approccio miope. È vero che l’infrastruttura in sé è gestita da un numero relativamente ridotto di persone, ma i servizi costruiti grazie alla capacità computazionale offerta dai data center – dall’innovazione, al cloud fino alle applicazioni di intelligenza artificiale – richiedono competenze e offrono lavoro in molti ambiti: dalla gestione, alla vendita, al marketing, agli aspetti regolatori e via dicendo. Inoltre, avere sul nostro territorio una capacità più forte di elaborazione e gestione dei dati rende le imprese italiane più competitive di per sé e può anche stimolare l’adozione di nuove tecnologie. La spinta verso il cloud è già importante, anche grazie al Pnrr, ma per esempio è evidente che per l’introduzione di tecnologie basate sull’IA, avere una buona capacità computazionale di base sarà sempre più importante per le aziende.

Lo sviluppo dei data center pone anche sfide rilevanti sul piano energetico e infrastrutturale. Il sistema italiano è pronto a sostenere questa crescita?

A livello energetico, io ritengo che il sistema abbia la capacità di sostenere le nuove richieste. Tuttavia, è vero che c’è un tema di “speculazione” sulle richieste di accesso alla rete elettrica, che riguarda non solo chi vuole costruire data center ma anche gli impianti per fonti di energia rinnovabili. Il vero nodo è la saturazione virtuale della rete, oltre alla sua potenza. Per questo serve non soltanto potenziare le infrastrutture, ma soprattutto mettere ordine nelle norme, così che l’energia disponibile sia allocata a progetti davvero concreti e in grado di svilupparsi.

E sul fronte delle competenze?

Nella legge delega abbiamo previsto il rafforzamento delle filiere formative che le generano. In Italia i diplomati e laureati in materie Stem sono ancora pochi: è un problema per la filiera dei data center, ma in realtà lo è per il Paese nel suo insieme. L’innovazione è ciò che aumenta la produttività, e noi abbiamo un bisogno urgente di farla crescere. Infine, il prossimo passo fondamentale è quello di inserire l’energia nucleare nel nostro mix energetico, specialmente per il settore dei data center dove il connubio con il nucleare è una combinazione vincente per energia stabile e pulita.

Il Parlamento ha approvato il provvedimento all’unanimità. Che segnale politico rappresenta questo consenso?

Rappresenta per una volta un esempio di buona politica. Una politica che identifica rapidamente un tema strategico per il Paese, che si adopera per costruire una sintesi tra le diverse sensibilità e che arriva ad una soluzione che tenga insieme tutte le esigenze in campo. Per fortuna, mi viene da dire, questo dossier non è stato politicizzato o portato avanti come una bandiera di parte. La vera sfida, adesso, è quella di trasferire questa coesione anche al dibattito pubblico e ai cittadini, che talvolta vedono con sospetto queste infrastrutture, in modo da evitare che prenda piede la cosiddetta “sindrome Nimby” (not in my backyard, non nel mio cortile, ndr).

Dopo il via libera della Camera, cosa si aspetta dal passaggio al Senato e dai successivi decreti attuativi?

Dal Senato mi auguro che la legge possa procedere con grande rapidità, anche grazie all’approfondito lavoro istruttorio e di sintesi che abbiamo svolto alla Camera, e che non vi siano ulteriori ritardi oltre a tempi fisiologici dell’ordinario iter legislativo. Per quanto riguarda i decreti attuativi, paradossalmente i Ministeri hanno già avviato il lavoro. Lo dimostra, ad esempio, l’articolo 8 del DL Bollette, che recepisce l’indicazione sulla procedura autorizzativa unica. Spero, quindi, che arriveremo quanto prima ad una piena operatività del quadro normativo.


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