Un clima di cauta fiducia attraversa il Venezuela mentre prende forma la transizione politica sostenuta dagli Stati Uniti. Tra il ruolo dell’Italia, le dimissioni di Tarek William Saab e la competizione con Russia e Cina, sono numerose le dinamiche che si intrecciano. Conversazione con Armando Armas, membro del Global committee for the rule of law e deputato dell’Assemblea nazionale del 2015 all’interno della coalizione dell’Unidad Democrática, per cercare di avere una visione più precisa della situazione
Il blitz americano del 3 gennaio che ha portato alla cattura di Nicolàs Maduro ha aperto una nuova stagione politica per il Venezuela. Il Paese si trova ora in una delicata fase di transizione, nella quale la ridefinizione degli equilibri interni si intreccia inevitabilmente con il ruolo giocato dagli attori internazionali, tra pressioni diplomatiche, sostegno economico e competizione geopolitica per influenzarne il futuro. Formiche.net ha incontrato Armando Armas, membro del Global committee for the rule of law e deputato dell’Assemblea nazionale del 2015 all’interno della coalizione dell’Unidad Democrática, attualmente in esilio in Italia, che gli ha garantito lo status di rifugiato politico, per cercare di avere una visione più precisa della situazione.
Che clima si respira in questo momento in Venezuela?
Un clima pieno di speranza. La maggior parte della popolazione, non solo in Venezuela ma anche in America Latina, ha accolto con favore quanto accaduto ad inizio anno. Ci sono sondaggi che lo certificano. Ma ci sono anche molte sfumature di cui dobbiamo essere consapevoli nel processo di transizione attualmente in corso, come il ruolo dell’apparato militare venezuelano, o la consapevolezza che quello in corso sia un processo guidato dagli americani, e non mi riferisco solo all’amministrazione Trump. Penso che Washington abbia una strategia di lungo periodo nei confronti del Venezuela, basata sulle lezioni apprese in tutti questi anni. Che ci hanno messo su una buona strada.
Quale crede che sia la strategia giusta da seguire in questo momento?
Condivido la strategia in tre fasi proposta dagli americani attraverso Marco Rubio, che prevede la stabilizzazione, la ripresa economica e la democratizzazione. Ma voglio sottolineare che non è necessario completare una fase per passare alla fase successiva. Anzi, deve trattarsi di un processo condotto in contemporanea. Anche perché il lavoro in una di queste tre “aree” andrà ovviamente ad impattare anche sulle altre. E in questo sforzo i nostri partner giocano un ruolo fondamentale. Specialmente l’Italia.
Perché dice questo?
In questo momento di relativa difficoltà nelle relazioni transatlantiche, l’attuale governo italiano guidato dalla presidente Meloni è uno di quelli più vicini all’amministrazione Trump. Inoltre, l’Italia vanta forti legami storici e sociologici con il Venezuela. Per questo, penso che Roma abbia tutte le qualità per assumere un ruolo di leadership all’interno della compagine europea per gestire il dossier venezuelano. Al momento è la posizione spagnola ad influenzare maggiormente la politica dell’Unione verso il Venezuela, e questo non porta benefici al Venezuela. Con Roma a guidare il processo, le cose potrebbero andare diversamente.
Come legge, dunque, il fatto che nelle scorse ore il ministro degli esteri Tajani abbia avuto un colloquio telefonico con Delcy Rodriguez?
Antonio Tajani è un forte sostenitore della causa democratica in Venezuela, e lo è da molti anni. Dopo il 3 gennaio, però, tutto è cambiato, e si è aperta una nuova e peculiare fase politica. In questo momento, il riconoscimento gioca una questione centrale: essere considerato un attore “legittimato” è fondamentale per poter sedersi al tavolo negoziale. Credo che Dulcy Rodriguez e il suo team vogliano proprio questo, e credo che sia quello che Tajani stia facendo. Ma, sia chiaro, queste sono e devono rimanere dinamiche strettamente legate al contesto negoziale, non una legittimazione vera e propria degli attori attualmente al potere. Non possiamo accettare che degli usurpatori, primi e unici responsabili della corruzione dilagante e di gravissime violazioni dei diritti umani, possano avere un posto nel Venezuela di domani.
Ma le cose sembrano muoversi in questo senso. E anche la notizia di poche ore fa sulle dimissioni di Tarek William Saab, uno dei pilastri del regime di Maduro, dalla carica di procuratore generale, sembra esserne un’ulteriore conferma.
Non è chiaro cosa lo abbia spinto alle dimissioni, probabilmente glielo hanno chiesto gli Stati Uniti, o Delcy Rodriguez stessa. Ma più che dimissioni, si tratta di una sorta di rimpasto. È stato nominato Ombudsman, cioè quella carica che si occupa delle violazioni dei diritti umani. Una follia, se si pensa a quanto sia stato direttamente coinvolto come procuratore generale in alcune delle peggiori atrocità commesse dal regime. E un’ulteriore riprova che non c’è posto per questi individui nel Venezuela di domani.
Riguardo all’influenza di attori stranieri sul Venezuela crede che Paesi come Cina o Russia, tra i più strenui difensori del regime madurista, cercheranno di influenzare la nuova stagione politica di Caracas?
Sapete, in questo momento in Venezuela è diventata virale la canzone di un’influencer, Kilometro, che dice “E la Russia dove sta? E la Cina dove sta?”. Non c’è dubbio che in questo momento Mosca e Pechino siano i veri sconfitti nelle dinamiche venezuelane. Ma per loro, così come per l’Iran, e in parte anche per Cuba, quella in corso è una battaglia esistenziale. Quindi si muovono sul lungo periodo, secondo le logiche della teoria dei giochi. E sfruttando il loro forte apparato propagandistico. Fino a qualche anno fa, il canale YouTube Russia Today era il più popolare e visualizzato in America Latina, persino più popolare della Bbc e della Cnn nell’emisfero occidentale. Stessa cosa per Sputnik. E anche se questo non è bastato, dobbiamo comunque mantenere alti gli sforzi per neutralizzare questo tipo di influenza. Soprattutto nei canali social, punto di riferimento delle nuove generazioni che un domani prenderanno in mano le sorti del Paese.
Se dovesse dare un suggerimento ai partner europei riguardo al loro approccio al dossier venezuelano, quale sarebbe?
Distinguere tra vera opposizione al regime di Maduro e opposizione di facciata. I veri oppositori sono stati repressi, torturati, esiliati, mentre i “finti” oppositori sono stati non solo tollerati, ma addirittura “integrati” nel sistema di potere di Maduro. Pochi giorni fa, un’importante testata italiana ha dipinto Henrique Capriles come un vero oppositore. Ma lui è finito in Parlamento, e non sappiamo neanche perché, con quanti voti. È stato messo lì dal regime di Maduro, per mantenere una parvenza di “democraticità”. Il rischio è che queste figure ricevano il sostegno, tanto economico quanto istituzionale, dai Paesi europei. E questo inficerebbe nettamente il processo di democratizzazione in Venezuela.
















